Identità di genere

Identità di genere

La formazione sull’educazione sessuale che ci viene proposta nelle scuole e nella società è molto ridotta. Principalmente nel territorio italiano le rappresentazioni dei vari aspetti legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere sono scarse e talvolta inesistenti. Ci basti pensare che nella TV italiana i personaggi appartenenti alla comunità LGBTQ+ sono pochissimi e in altri contesti, come quelli politici, sono praticamente inesistenti. Il divario tra chi è estremamente rappresentato e chi non lo è affatto, determina un’ignoranza estrema verso ciò che riguarda le minoranze. L’ignoranza di determinati concetti porta alla creazione di parallelismi forvianti in grado solo di alimentare una distanza che più che essere ideologica, è mancanza di consapevolezza. La presa di coscienza di ciascuna delle componenti dell’identità sessuale permetterebbe una comprensione di ciò che l’essere umano è, nonostante, d’altra parte, si possa vacillare su delle convinzioni imposteci, neanche da noi stessi, ma dal sistema societas. È nel parlare comune all’interno della comunità che l’uso improprio di sostantivi crea distorsioni concettuali in grado di allontanare o, ancor peggio, creare disagio. Se il termine genere è oramai inflazionato, il problema si pone per il suo errato utilizzo come sinonimo di sesso, come se i due sostantivi fossero interscambiabili. Occorre fare un distinguo, perché sebbene sesso e genere rientrino sotto il macro ombrello dell’identità sessuale, essi sono concettualmente diversi. La citata identità sessuale, di fatti, è composta, oltre che da sesso biologico e identità di genere, anche da altrettanti due componenti: il ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Partendo con il definire il sesso, esso, sin dai tempi dell’antichità classica, è stato impiegato in questioni relative la medicina o la biologia e ancora oggi serve a indicare il sesso biologico, banalmente quello assegnato alla nascita. Tuttavia, anche qui non si può semplificare e affermare che le scelte possibili siano solo due, ovvero maschio e femmina. Nella realtà, la stessa natura è complessa e, tra i due poli esistono una marea di sfumature, come le persone intersessuali che hanno una combinazione variabile di cromosomi, genitali o caratteri sessuali secondari non identificabili né col maschile né col femminile. Il ruolo di genere è una sorta di copione sociale: rappresenta quell’insieme di regole e comportamenti riferibili al sesso biologico, inteso in modo binario. Rispetto a questa componente dell’identità sessuale, ciò che occorre è la flessibilità; infatti, riferendosi a norme sviluppatesi in contesti sociali, è la società educante che non deve essere rigida rispetto a tali comportamenti. La rigidità potrebbe essere portatrice di limitazioni sviluppatesi in seno a coloro che reprimono la propria identità dietro il ruolo impostogli da altri che non hanno saputo trasmettere sfumature su queste regole non scritte. L’orientamento sessuale, altro aspetto caratterizzante l’identità sessuale, è una predisposizione naturale e con esso si individua il genere da cui si è attratti. Un sondaggio elaborato internamente con un campione eterogeneo fornisce un quadro rispetto la percezione e la conoscenza dei temi di seguito trattati. A proposito dell’orientamento sessuale, viene chiesto agli intervistati se lo intendano o meno come una scelta: quasi il 25% di essi risponde in modo affermativo.

GRAFICO DOMANDA 8

Ciò evidenzia come persista l’idea della possibile modifica o correzione dell’orientamento sessuale. Le pressioni sui non eterosessuali per provare a cambiare tale propensione sono sfociate nella proliferazione delle “terapie riparative”, ben lontane da un approccio terapeutico e scientifico1 e, piuttosto, portatrici di devastanti conseguenze psicologiche per chi è costretto a subirle. Di seguito si definisce l’ultima componente dell’identità sessuale, ovvero l’identità di genere, spesso confusa idealmente con l’orientamento sessuale. Se quest’ultimo riguarda la sfera relazionale, la prima, che non sempre corrisponde con il sesso biologico, è la percezione del sé che si può riconoscere in un genere specifico (maschio o femmina) o in nessuno dei due o, ancora, in un genere collocato in qualche punto tra i poli opposti. Coloro che non stanno alle estremità dei generi sono i gender variant, gender non conforming, i transgender, i non binary o gender queer.
Ancora, l’APA definisce l’identità di genere come “il senso profondo e intrinseco di una persona di essere un ragazzo, un uomo o un maschio; una ragazza, una donna o una femmina; o un genere alternativo (ad es. genderqueer, gender nonconforming, gender neutral) che può corrispondere o meno al sesso di una persona assegnato alla nascita o alle caratteristiche sessuali primarie o secondarie di una persona.” Riassumendo e puntualizzando: l’orientamento sessuale riguarda l’attrazione, sia essa emozionale o sessuale verso altri individui, mentre l’identità di genere, che prescinde dall’anatomia e la fisiologia, concerne la percezione che ciascun individuo ha di sé stesso. A livello normativo il riconoscimento in Italia dell’identità di genere è avvenuto nel 2015 con la sentenza n. 221 della Corte Costituzionale, tramite cui la si è definita come “un elemento costitutivo del diritto all’identità personale rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”. Così facendo, non solo viene riconosciuta l’esistenza dell’identità di genere ma le viene attribuita anche dignità costituzionale rientrando tra i diritti fondamentali della persona garantiti dall’art.2 Cost. e dall’art.8 della CEDU. La Corte Costituzionale si è ribadita con la sentenza n. 180/2017 tramite cui ha confermato che “l’aspirazione del singolo alla corrispondenza del sesso attribuitogli nei registri anagrafici, al momento della nascita, con quello soggettivamente percepito e vissuto costituisca senz’altro espressione del diritto al riconoscimento dell’identità di genere”. Le sentenze n.221 e n.180 sono state essenziali per coprire un vuoto legislativo circa la capacità di autodeterminazione del singolo; tuttavia, la realtà italiana, mancante di un tertium genus nell’ordinamento, costringe, nei fatti, a una scelta il cui fine è la certezza giuridica del genere; sicurezza che rende relativo il diritto all’identità sessuale.

BINARISMO DI GENERE E FLUIDITA’ SESSUALE (CONSEGUENZE DEL NON RICONOSCIMENTO DEL BINARISMO)

L’ingenuità rispetto alla possibilità di riconoscere la sessualità fluida comporta l’idea che si metta in dubbio la propria sessualità. In realtà, la fluidità sessuale è un fattore comune all’essere umano e la sua accettazione è solo una presa di coscienza della natura degli esseri umani in quanto tali, ma non è detto che tutti la sperimentino.La fluidità sessuale2 viene definita come la capacità di flessibilità nella risposta sessuale che consente alle persone di sperimentare cambiamenti nella propria sessualità. Prendere coscienza dell’essere sessualmente fluidi significa un’apertura a ciò che può essere anche se ancora non è avvenuto; appunto, si tratta della disponibilità di rispondere alle esperienze a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Storicamente la nostra società è polarizzata, e ciò tende a ricondurre gli individui al costrutto binario del completamente maschi o completamente femmine; coloro che non si conformano a tale binarismo di genere [3] sono i non-binary e genderqueer (NBGQ) che non si riconoscono esclusivamente né nel genere maschile né in quello femminile ma in uno o più generi che oscillano tra questi, li attraversano e/o ne esulano completamente. Pertanto, se per alcuni transgender il malessere viene ricondotto al chiaro desiderio di appartenere al genere opposto seguendo lo schema del sistema binario, altri individui vivono un’inadeguatezza data dall’imposizione dell’insufficiente dualismo maschio/femmina che non riesce a cogliere le loro sfumature d’essere. Sono per l’appunto i non-binary che non si sentono rappresentati dal binarismo di genere perché non in grado di cogliere il proprio vissuto identitario; le persone NBGQ oscillano lungo lo spettro di genere e in qualsiasi momento possono identificarsi in un genere diverso (genderfluid), non identificarsi in alcun genere (agender), identificarsi alternativamente e/o simultaneamente con due, tre o più identità di genere (bigender, trigender, polygender) o vivere una molteplicità di generi (pangender). Sembrerebbe che siano gli individui non binary a soffrire maggiormente di minority stress [4]; difatti, la mancanza di sensibilizzazione sul tema non permette di avviare quel processo di elaborazione identitaria che permetterebbe la comprensione del sé: la necessità di rintracciare termini in cui ricomprendere la propria esperienza è il primo elemento di frustrazione ed è spesso un cammino laborioso e infruttuoso. A conferma di ciò, il recente studio di Burgwal et al. (2019) rileva nei partecipanti NBGQ una peggiore salute auto-percepita e condizioni di benessere peggiori rispetto alle persone transgender binarie. Attualmente, in Italia i non binary non hanno un riconoscimento legale. La lacuna fa sì che chi desideri cambiare nome e genere sui documenti debba seguire il percorso trans che consta di un trattamento ormonale e basa il cambio del sesso solo dal sesso femminile al maschile o viceversa. In tal senso, si obbliga la medicalizzazione e non vi è la dignità di scegliere una terza opzione di genere oltre al femminile e al maschile.

DISFORIA DI GENERE

In generale, quando si parla di identità di genere ci si riferisce a due macrocategorie: le persone cisgender e le persone transgender. Le prime sono gli individui il cui sesso biologico corrisponde alla propria identità di genere; le seconde sono coloro che non vivono questa corrispondenza tra le componenti e rappresentano un ombrello all’interno del quale rientrano i transessuali.

GRAFICO DOMANDA 7

Dal grafico è tangibile l’incertezza rispetto agli argomenti connessi all’identità sessuale: se il 30% degli intervistati ignora se transgender e transessuali siano sinonimi, un altro 20% è convinto che lo siano. Dati, questi, che sono esempio della confusione generata dall’uso improprio di determinati sostantivi e dell’assenza di visibilità sui più comuni canali di divulgazione di tali tematiche, capaci di incoraggiare non solo la conoscenza ma anche approfondimenti personali. Come precedentemente anticipato, transgender è un ombrello sotto cui si raggruppano le identità di genere non allineate con il sesso biologico assegnatogli alla nascita; quando l’incongruenza tra le componenti viene accompagnata da stress, malessere o sofferenza, allora si parla di disforia di genere 5 . Legado tale dizione al quesito del sondaggio, i transessuali sono coloro che, sperimentando disforia di genere, decidono di modificare il sesso biologico col fine di allinearlo alla propria identità di genere.

GRAFICO DOMANDA 6

Viene chiesto, inoltre, tramite il sondaggio una definizione di disforia di genere: il 66% degli intervistati non sa fornirla e del restante che risponde affermativamente, solo la metà riesce poi a dare realmente una spiegazione. In tal senso, la difficoltà interpretativa e descrittiva per le tematiche in oggetto è simbolo della complessità che si avverte a livello sociale per la definizione di ciascun individuo. La comprensione dell’identità sessuale, come si è detto, è complessa, ciò nonostante, il tentativo costante di ridurre tale complessità, insieme al continuo utilizzo, improprio ma semplificatore, degli stessi termini, limita la conoscenza. Più nello specifico, viene diagnostica la disforia di genere nel momento in cui sono rilevati i seguenti criteri:

·    Una spiccata incongruenza tra il genere espresso da un individuo e il genere assegnato della durata almeno di sei mesi che si può manifestare con un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie, o con la convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici del genere opposto (o comunque un genere alternativo diverso da quello assegnato) o con il desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie dell’altro genere o con il sogno di appartenere al genere opposto, o con l’idea di essere trattato come facente parte del genere opposto (o comunque un genere diverso da quello assegnato);

·      La condizione viene associata a una sofferenza clinicamente significativa o a una compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Inoltre, si sottolinea come la disforia di genere si esprima in modalità differenti a seconda dell’età e del sesso biologico del soggetto. In età infantile la condizione di disforia può essere espressa attraverso dichiarazioni di malcontento rispetto al sesso biologico e tramite manifestazioni di volontà di appartenere al sesso opposto; con il crescere, si possono notare delle difficoltà nell’instaurare rapporti soddisfacenti con i coetanei del medesimo sesso e conseguente isolamento e possibile rifiuto scolastico. Suddetta condizione può venir enfatizzata dal ripetersi di situazioni derisorie dovute da comportamenti ed espressioni estetiche lontane da quel copione sociale precedentemente descritto. Arrivare alla diagnosi di disforia di genere è fondamentale per evitare l’insorgere di altre diagnosi concernenti problemi di salute mentale, come ad esempio disturbi di ansia, depressione, abuso di sostanze, disturbi alimentari, tentativi di suicidio.
Nel 2019 il Trevor Project pubblica una ricerca, effettuata su un campione di 35mila persone tra i 13 e i 24 anni che vivono negli Stati Uniti, sulla salute mentale delle persone analizzate sviluppando i seguenti risultati:

Prendendo in analisi i due grafici si evidenzia come la disforia di genere porti ad avere una maggiore propensione verso un peggioramento della salute mentale, nello specifico per quanto riguarda ansia, depressione e suicidio. Il Trevor Project ha, inoltre, cercato di comprendere se tra i tentativi di suicidio e alcuni aspetti della vita delle persone trans/non binarie (ad esempio utilizzo di pronomi sbagliati da parte delle altre persone), ci fosse un legame. Il campione utilizzato per tale analisi è lo stesso dell’analisi precedente: 35mila persone di età compresa tra i 13 e 24 anni che vivono negli Stati Uniti. Il risultato ottenuto mostra le percentuali di persone in analisi che hanno tentato il suicidio nell’anno precedente all’indagine:

–           Il 25% non ha potuto modificare il proprio genere anagrafico.

–           Il 19% non aveva in programma di modificare il proprio genere anagrafico.

–           L’11% ha modificato il proprio genere anagrafico.

–           Il 13% viveva insieme a soggetti che rispettavano i loro pronomi d’elezione

–           Il 19% viveva insieme ad altri individui che non rispettavano i loro pronomi d’elezione e altri che invece lo facevano.

–           Il 24% viveva insieme ad altri individui che non rispettavano i loro pronomi d’elezione.

Come è possibile notare dai risultati ottenuti in questa seconda indagine del Trevor Project, il tentato suicidio aumenta nel caso in cui, le persone trans o non binarie, si trovino in condizioni per le quali la loro identità viene invalidata. Accade quindi, che si ha un’elevata probabilità di tentare il suicidio se non è possibile modificare il proprio genere anagrafico e se si vive in contesti in cui la propria persona e il proprio essere non vengono rispettati. Preso atto della DG, il trattamento che ne segue non mira a cambiare il modo in cui l’individuo si sente nei confronti del suo genere, ma tenta di far affrontare il disagio avvertito tramite il dialogo con specialisti; il supporto psicologico dovrebbe, oltre che seguire l’evoluzione del bambino/adolescente, condurre al riconoscimento dell’accettazione della propria identità di genere. Oltre al parlare con uno psicologo, altre vie intraprese riguardano il cambio di nome, lo stravolgimento del vestiario, l’assunzione di medicine o il sottoporsi a interventi chirurgici per cambiare il proprio aspetto. In effetti, in presenza di una forte e persistente disforia di genere si inizia un intervento farmacologico per sospendere, o quantomeno, posticipare lo sviluppo puberale; tale azione è intrapresa anche con il fine di temporeggiare: si vuole giungere a un’età in cui ci sia maggiore consapevolezza sulle decisioni da intraprendere per la riassegnazione del sesso. In questo caso, la continuità di disforia di genere apre ad una terapia ormonale cross-sex6 (testosterone per le femmine e estrogeni per i maschi) in seguito a cui, avendo sperimentato il genere affermato (il c.d. real life test), si può considerare la riassegnazione chirurgica del sesso.

IL PERCORSO DI TRANSIZIONE: PROSPETTIVA PSICOLOGICA, ORMONALE E CHIRURGICA

La legge 14 aprile 1982 prevede che il processo per la rettificazione e attribuzione del prezzo sia suddiviso in due fasi:

1.     La prima fase ha inizio con la presentazione dell’istanza al Tribunale della zona di residenza da parte della persona che intende cambiare sesso.

Attraverso un proprio legale si dovrà richiedere l’autorizzazione all’intervento chirurgico per poter adeguare i propri caratteri sessuali.Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria, emetterà una sentenza di autorizzazione per l’adeguamento dei caratteri sessuali attraverso l’intervento chirurgico.Con la sentenza che autorizza al trattamento medico chirurgico per la riconversione del sesso, la persona interessata potrà rivolgersi alla struttura ospedaliera prescelta per richiedere gli interventi chirurgici.

2.     La seconda fase avviene in seguito all’effettuazione dell’intervento chirurgico e ha lo scopo, una volta accertato l’avvenuto cambiamento di sesso, di far ordinare al tribunale le rettifiche anagrafiche.

Soltanto in questa fase la persona interessata potrà ottenere il cambiamento di stato anagrafico attraverso il quale i documenti d’identità verranno modificati per sesso e per nome. Come possiamo notare da quest’analisi, la legge n. 164/1982 regola solo il momento finale del percorso di transizione, cioè la rettifica chirurgica del sesso. In realtà però, il percorso è corredato da una serie di fasi precedenti e necessarie, non disciplinate dalle norme e, di conseguenza, rimesse a numerose verifiche e autorizzazioni richieste dalla prassi. In questo modo la persona non è dotata di forme di tutela: ad esempio, le valutazioni negative sulle verifiche di controllo da parte dell’equipe medica impediscono di poter accedere al cambio di sesso e sono inappellabili: l’interessato può solo cambiare consulente o ricominciare il percorso in altra sede, dovendo di nuovo, in molti casi, sostenere spese ingenti. I centri in cui avviene questo processo presentano problematiche non indifferenti. In primis sussistono delle differenze territoriali per quanto riguarda il prezzo del trattamento: nonostante il percorso previsto dai protocolli medici sia in gran parte fornito a titolo gratuito, in alcuni centri si richiede il pagamento di una somma predefinita per ogni seduta dallo psicologo e per ogni visita dall’endocrinologo. Inoltre, i centri sono solo dodici in tutto il territorio, imponendo così alle persone trans di spostarsi dal proprio territorio di riferimento con costi non indifferenti. Le tempistiche molto lunghe previste dalle linee guida e la scarsità di endocrinologi specializzati sul suolo nazionale spesso portano le persone trans a iniziare autonomamente la cura ormonale. Infine, le cure ormonali richiedono l’assunzione di farmaci specifici che non sono sempre dispensati dal SSN. Negli ultimi anni sono stati sviluppati degli approcci per accompagnare le varie esperienze di varianza di genere nei periodi di infanzia e di adolescenza. Ad oggi ne vengono praticati due: watchful waiting e il modello affermativo. Nel caso del watchful waiting (letteralmente aspettare prestando attenzione), si tratta di un approccio con il quale si riconosce e accetta l’identità di genere dichiarata dalla persona senza giudicare; ha come obiettivo quello di ridurre le difficoltà presenti, sostenendo lo sviluppo naturale dell’identità di genere senza andarla ad indirizzare verso alcun esito preciso. Per quanto riguarda il modello affermativo, si tratta di riconoscere la varianza di genere e agire sul contesto che circonda il soggetto; si va ad agire quindi su un percorso di transizione sociale, non solo in casa ma anche nel contesto scolastico. L’American psychiatric association (Apa) individua quattro ambiti in cui si può affermare il genere di persone trans/non binarie: sociale (possibilità di cambiare nome di interazione con gli altri individui), legale (richiesta di cambio nome e indicazione del genere sui documenti), medico (assunzione di ormoni e/o farmaci che bloccano la pubertà) e chirurgico. In età prepuberale, l’associazione, raccomanda di limitarsi ad intervenire in ambito sociale e legale. Siccome i percorsi di transizione non hanno obiettivi finali prestabiliti, è possibile che non tutti i percorsi si svilupperanno in tutti e quattro gli ambiti.

INTERSESSUALITA’: SIGNIFICATO E APPROCCIO

Nella sigla LGBTQIA+ la I sta per intersessuali (o intersex) e sono persone nate con caratteristiche biologiche atipiche in quegli aspetti del corpo legati al sesso. Queste atipicità possono riguardare genitali esterni o interni ma anche cromosomi sessuali, parti del DNA e ormoni. Dunque non rientrano nelle varianze di genere o nell’orientamento sessuale ma le loro battaglie si sviluppano sui protocolli medici con cui vengono seguiti durante i loro percorsi. Lo spettro dell’intersessualità comprende sessanta variazioni inserendo anche le più rare; tra queste abbiamo la sindrome di Morris. Su quest’ultima si è incentrato il TedTalk del 2018 di Emily Quinn, presentatrice televisiva e attivista per le persone intersessuali. Quinn ha la sindrome di Morris che prevede la presenza di cromosomi XY, tipicamente maschili, ma è insensibile agli ormoni che prevedono lo sviluppo nei primi mesi di vita del feto dei genitali maschili, per tale motivo ha un corpo dall’aspetto femminile ma senza utero e con i testicoli interni al posto delle ovaie. Nel 2000 la biologa Anne Fausto-Sterling effettuò una stima della presenza delle persone intersessuali nel mondo, pari circa all’1,7% della popolazione, circa 100 milioni di persone. Nel 2005 le associazioni di pediatria endocrinologica Lawson Wilkins pediatric endocrine society e la European society for pediatric endocrinology iniziarono a utilizzare per le condizioni delle persone intersessuali l’espressione “disturbi dello sviluppo sessuale” (disorders of sex development). Se ci si focalizza sul fatto che la condizione delle persone intersessuali derivi da come si viene percepiti dall’esterno in base ai canoni sociali – e nessuno di noi conosce i propri cromosomi, ma lo si presume dalle nostre caratteristiche sessuali che sono visibili – si comprende che questa condizione non è altro che una convenzione medico-sociale. Nel 2000 venne fatta una stima da Anne Fausto-Sterling dove risultò che tra il 1955 e 1998 sono state operate ai genitali lo 0,1 e lo 0,2 per cento delle persone che presentavano atipicità visibili dalla nascita. Tutt’ora accade che queste operazioni avvengono appena dopo la nascita dei bambini che presentano atipicità sessuali. La scelta di effettuare le suddette operazioni ai bambini spetta alle loro famiglie che spesso non hanno gli strumenti tali per poter prendere una decisione informata. Le famiglie si affidano al parere medico, spesso autorizzando le operazioni e non tenendo in considerazione le conseguenze che ne derivano, quali l’infertilità, i problemi di incontinenza e la perdita di sensibilità sessuale. La scelta della medicalizzazione è causata dagli stereotipi sulle identità sessuali così come avviene per omofobia e transfobia. Data la precoce decisione presa dalle famiglie, può capitare che una persona intersessuale scopra di esserlo durante gli anni adolescenziali o in età adulta come può non saperlo mai.

COME L’ITALIA AFFRONTA IL TEMA DELL’IDENTITA’ DI GENERE

«Appena si parla di noi, si parla di teorie del gender. Ci hanno disumanizzato. Non si parla di persone ma di teorie. Noi siamo persone con bisogni concreti ma i nostri corpi non sono previsti. Siamo un problema». Christian Leonardo Cristalli, presidente dell’associazione Gruppo Trans di Bologna, non usa mezzi termini per parlare della situazione delle persone transgender in Italia. L’ Italia nel 2008 iniziò a occuparsi delle varianze di genere in età infantile e adolescenziale con la nascita dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig). I centri italiani per minorenni che fanno parte dell’Onig sono sette, a cui se ne aggiunge uno a Roma che però non prende parte dell’Onig. Considerando l’intera nazione, come dice Damiana Massara, psicoterapeuta e coordinatrice della commissione minori dell’Onig, ci sono intere aree scoperte. Questo è dovuto al fatto che non esistono mandati istituzionali che riconoscano la necessità di avere centri in ogni regione. Il percorso effettuato all’interno dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere prevede diverse tappe. Si ha un primo incontro che avviene con le famiglie durante il quale si raccolgono le prime informazioni sul bambino, viene poi spiegato l’approccio che verrà utilizzato durante il percorso nel centro per poter raccogliere il consenso informato dei genitori o dei tutori, necessità legale per procedere. Successivamente si ha una fase di analisi per confermare o non confermare la presenza di una sofferenza legata alla varianza di genere. Se viene confermata si prende in carico di procedere con il percorso di affermazione. Come spiega Massara, ogni percorso dipende dall’età. Sotto i 12 anni la presa in carico si sviluppa con l’accoglienza, la comprensione, l’inserimento sociale e la possibilità che queste persone vivano la loro identità senza interferenze e/o aggressioni esterne. L’età è una variabile rilevante da tenere in considerazione poiché è possibile che lo sviluppo atipico della varianza di genere sia transitorio e può attenuarsi durante la crescita. Nel 2013, secondo l’ultima edizione del Dsm, la varianza di genere può diventare persistente e strutturata tra il 2,2% e il 30% dei bambini con genere maschile assegnato alla nascita e tra il 12% e il 50% nei bambini con genere femminile assegnato alla nascita.  Il periodo dell’adolescenza segna un periodo di complicazioni per gli individui aventi varianze di genere, perché il corpo si sviluppa in direzione opposta alle aspettative legate alla propria identità e ciò causa sofferenza intensa che può compromettere lo sviluppo sereno degli individui. Per tale motivo si ha la possibilità di andare a bloccare temporaneamente lo sviluppo del corpo in età puberale assumendo i cosiddetti bloccanti della pubertà. Questi agiscono sul sistema endocrino con azione temporanea e reversibile e sono già utilizzati in altre pratiche legate alla pubertà precoce; l’assunzione di tali farmaci è consigliata dopo la comparsa dei primi cambiamenti fisici e quindi a partire dai 12 anni. Dai 16 anni invece, è possibile accedere alla terapia ormonale, attraverso la quale si svilupperanno caratteri sessuali secondari affermando l’identità di genere desiderata. In Italia il percorso chirurgico non viene autorizzato fino al compimento della maggiore età, salvo alcune sentenze che l’hanno autorizzato a persone con età vicina ai 18 anni. Il posticipare qualsiasi intervento sino all’età adulta può rivelarsi una scelta dannosa per gli individui, che sviluppano maggiori livelli di ansia e depressione e una maggiore possibilità di rischio al suicidio. L’ordinamento giuridico italiano si è dotato, con sorprendente anticipo rispetto ad altri Paesi Europei, di una legge che consente, con una procedura giudiziaria, la possibilità di richiedere e ottenere la modifica del sesso attribuito alla nascita nei registri anagrafici: la Legge n. 164 del 14 aprile 1982. La persona che intende cambiare sesso ha la possibilità di richiedere un incontro a una delle strutture o delle Associazioni che tutelano la salute e il benessere delle persone transessuali e transgender, fornendo loro anche un supporto psicologico, al seguito del quale si offre la possibilità di avviare il processo alla riconversione del sesso, compiuto da un’équipe psicologica ed endocrinologica. Solo al termine di questo percorso si potrà avanzare domanda al Tribunale competente per ottenere l’autorizzazione alla riassegnazione del sesso e al cambiamento del nome.Le persone trans esperiscono livelli sproporzionati di stigma nel corso della loro vita a causa della non conformità di genere. In particolare, esse sono spesso considerate socialmente pericolose e pertanto emarginate e costrette a vivere in condizioni di particolare disagio. Questo isolamento, unito alla difficoltà di trovare lavoro, le rende particolarmente fragili e vulnerabili di fronte agli episodi di violenza di cui sono vittime. Il primo luogo della violenza può essere la scuola, soprattutto nei casi in cui il percorso di transizione inizi durante l’adolescenza. Nel contesto scolastico, le persone sono spesso vittime di bullismo a sfondo transfobico da parte di compagni, senza trovare ascolto dal personale docente che talvolta non è adeguatamente preparato a fronteggiare casi di estrema complessità. Ma al di là degli episodi di bullismo, è lo stesso contesto scolastico ad essere spesso impreparato ad accogliere una persona in transizione, non impedendo forme di marginalità sociale. Un altro frequente luogo di violenze è la famiglia, che non accetta la condizione transessuale o transgender del proprio membro, e costringe la persona a lasciare il tetto genitoriale. Fuori dalle mura domestiche ci si scontra però con il pregiudizio e la discriminazione e con la sostanziale impossibilità di trovare un’occupazione. Private, dunque, del sostegno della famiglia e respinte dal mercato del lavoro, molte persone sono costrette a lavorare in strada, cadendo spesso nella trappola del crimine. Nel nostro Paese si parla sempre più spesso della carriera alias, una soluzione proposta al fine di garantire agli studenti transgender il riconoscimento della propria identità di genere. Si tratta di un profilo burocratico, alternativo e temporaneo, attraverso il quale un nome scelto sostituisce il nome anagrafico presente sui documenti ufficiali. La procedura non ha comunque alcun valore legale al di fuori della scuola; essa serve soprattutto a tutelare l’ambiente formativo ed evitare il misgendering, ovvero l’uso di termini che fanno riferimento al sesso biologico e non all’identità di genere in cui si riconosce l’individuo, rischiando di essere offensivi. Concretamente, nuovi indirizzi mail sono stati assegnati nelle università, mentre nelle scuole superiori il nome richiesto compare nei quadri dei voti, nel libretto e nel registro elettronico. Purtroppo però non esistono linee guida ministeriali nella scuola per regolare la procedura e, di conseguenza, non esiste una modalità di accesso univoca: ogni istituto ha un suo metodo, poiché si tratta di un servizio interno. Secondo universitrans.it gli atenei pubblici che hanno attivato la carriera alias sono 32 su 68. La prima università è stata quella di Torino, seguita dalla Federico II di Napoli e da Bologna. Una decina invece le scuole superiori che hanno approvato il profilo burocratico. Per quanto riguarda l’intersessualità non esistono protocolli che regolano il trattamento medico, ma tutto dipende dal personale medico con cui le persone intersessuali si interfacciano. Non è mai stata riconosciuta una violazione dei diritti delle persone intersessuali a livello normativo e nel DDL Zan le discriminazioni che vengono subite dalle persone intersex non sono espresse chiaramente. Da uno studio qualitativo di Nicole Braida è risultato che nel 2011 gli interventi chirurgici effettuati in età precoce venivano applicati in diversi ospedali in base alle scelte del personale medico. Nel 2014 alcuni protocolli di diversi ospedali prevedevano di intervenire chirurgicamente su persone intersessuali anche solo per questioni estetiche se si trattava di bambini appena nati. Ad oggi c’è stato un cambiamento in positivo a favore dell’accettazione delle condizioni delle persone intersessuali da parte del personale medico che cerca di convincere i genitori a non accedere direttamente alla medicalizzazione, ma di attendere l’età adulta dei soggetti interessati e comunicare con loro, durante la crescita, utilizzando termini neutri e non stigmatizzanti.

PROSPETTIVA COMPARATISTICA

EUROPA

In tutta l’Unione Europea le procedure di tipo giudiziale per il riconoscimento legale del genere sono caratterizzate da eccessiva formalità, oltre che dal difficile processo necessario per accedervi. Inoltre, in paesi come la Finlandia o la Repubblica Ceca, per accedere al riconoscimento legale del genere possono essere necessari requisiti medici, essendo talvolta necessario sottoporsi a operazioni chirurgiche, trattamenti ormonali e sterilizzazione per poter ottenere il cambio di genere sui documenti ufficiali. Infatti, solo in sette Stati membri le persone trans in età adulta possono essere riconosciute nel loro genere preferito senza l’obbligo di soddisfare requisiti medici, di stato civile o di età.Per quanto riguarda l’accettazione di queste persone nella società, esse sono esposte nei settori più vari a frequenti discriminazioni, violenze e molestie. Nonostante le fonti di diritto primario dell’Unione Europea non stabiliscano esplicitamente il diritto all’identità di genere, quest’ultimo è stato riconosciuto:

–  Dal diritto secondario Ue in modo parziale, attraverso il divieto delle discriminazioni basate sul sesso: la garanzia è però fornita solo nei confronti di chi intende sottoporsi o si è sottoposto ad un’operazione di riassegnazione del sesso, estromettendo, di conseguenza, le persone trans che invece non decidono di sottoporsi a tali trattamenti chirurgici.

–    Seppur non vincolanti per gli Stati membri, alcune risoluzioni del Parlamento Europeohanno dichiarato esplicitamente l’importanza dell’identità di genere all’interno dell’Unione Europea.

–      Dalla giurisprudenza della Corte EDU, con una sentenza che ha chiarito il confine creato dall’articolo 14 della Convenzione, comprendendo in esso anche questioni relative all’identità di genere; in aggiunta, una sentenza della corte EDU ha stabilito che, ai sensi dell’articolo 8 CEDU, è illegittimo porre l’infertilità come requisito essenziale per ottenere il cambio di genere.

Per ciò che concerne l’analisi della situazione attuale, purtroppo la comunità LGBTIQ è ancora oggetto di discriminazioni in numerosi ambiti, soprattutto quello lavorativo. Inoltre, per le persone trans è ulteriormente difficile entrare nel mondo del lavoro, poiché soggette a discriminazione in base all’identità di genere e alle difficoltà comportate dai documenti che non corrispondono all’identità di genere. La Commissione vuole guidare l’UE verso un’Union of Equality, per la quale è di fondamentale importanza che il diritto UE sia in grado di garantire protezione alla comunità LGBTIQ contro la discriminazione. Nonostante siano stati mossi i primi passi verso un’uguaglianza sostanziale, il diritto europeo è scarno e ancora inadeguato per far fronte alle necessità della comunità trans. Gli Stati membri, liberi di adottare – o di non farlo – disparati approcci nei confronti del diritto all’identità di genere, conferiscono al panorama europeo un aspetto frammentato. In particolare, la Francia ha da poco adottato una legge che introduce come reato penale la pratica di “terapie di conversione” per modificare l’orientamento sessuale di una persona, la cui pena arriva fino a tre anni di carcere e 45 mila euro di ammenda. La problematica sorge perché in seguito all’approvazione di questa legge, un medico non potrà più rifiutarsi di effettuare una transizione richiesta dal minore o dai genitori, né potrà effettuare un consulto psicologico per valutare se l’operazione sia o meno adeguata al caso concreto. In Spagna invece, la Ley Trans – che tra i suoi obiettivi aveva quello di riconoscere giuridicamente l’identità di genere – è stata bocciata dal Parlamento. Nel 2015 per la prima volta, viene approvata a Malta una legge che vieta gli interventi che modificano le caratteristiche sessuali delle persone senza il loro consenso informato. Da quel momento anche altri paesi hanno adottato delle leggi per normalizzare le condizioni delle persone intersessuali, nello specifico il Portogallo e la Germania. Per concludere, assicurare il diritto all’identità di genere significherebbe proteggere la comunità trans da violenze fisiche e psicologiche e assicurare a essa una normale integrazione nella società di oggi, rimuovendo gli ostacoli burocratici e sopperendo alle lacune giuridiche. Purtroppo possiamo constatare come il diritto UE, non sapendo dare una risposta uniforme e decisa in merito alla questione, ne esaspera l’incertezza.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

Diamond M. Sesso e genere sono differenti: identità sessuale e identità di genere sono differenti. Psicologia clinica infantile e psichiatria. 2002;7(3):320-334. doi: 10.1177/1359104502007003002

Persico Gloria. “Bisessualità e dintorni.”Il sottile confine dell’identità sessuale”(2004).

Gagnon, J.H., & Simon, W. (1973). Sexual conduct: The social origins of human sexuality. Chicago: Aldine

Silvaggi, Marco. “ASPETTI PSICOLOGICI NELL’ADOLESCENTE OMO-SESSUALE.” Istituto di sessuologia clinica di Roma

https://www.apa.org/pubs

Lorenzetti, A. “Il cambiamento di sesso secondo la Corte costituzionale: due nuove pronunce (nn. 180 e 185 del 2017).” Studium Iuris 4 (2018): 446-454.

https://www.cortecostituzionale.it/default.do

Rumiati, R. (2010). Donne e uomini: [si nasce o si diventa?].

Tornese, G., Di Grazia, M., Roia, A., Morini, G., Cosentini, D., Carrozzi, M., & Ventura, A. (2016). Disforia di genere e dintorni. Medico e bambino, (7), 437-444.

American Psychological Association. “Guidelines for psychological practice with transgender and gender nonconforming people.” American Psychologist 70.9 (2015): 832-864.

Rigobello, L., & Gamba, F. (Eds.). (2016).Disforia di genere in età evolutiva. Sostenere la ricerca dell’identità di genere nell’infanzia e nell’adolescenza: Sostenere la ricerca dell’identità di genere nell’infanzia e nell’adolescenza. FrancoAngeli.

Scandurra, Cristiano, Fabrizio Mezza, and Vincenzo Bochicchio. “Individui non-binary e genderqueer: Una review critica su salute, stigma e risorse.”La camera blu. Rivista di studi di genere 21 (2019).

Diamond, Lisa M. “Sexual fluidity in male and females.”Current Sexual Health Reports 8.4 (2016): 249-256.

Burgwal, Aisa, Gvianishvili, Natia, Hård, Vierge, Kata, Julia, Nieto, Isidro García, Orre, Cal, Smiley, Adam, Vidić, Jelena, & Motmans, Joz (2019). Health disparities between binary and non binary trans people: A community-drive survey. International Journal of Transgenderism, 20, 218-229.

Dentato, Michael P. “The minority stress perspective.” Psychology and AIDS Exchange Newsletter 3 (2012).

https://www.linkiesta.it/2022/04/transgender-italia/

Città europee sostenibili

Città europee sostenibili

Ad oggi la sostenibilità è un tema che non riguarda più solamente il patrimonio naturalistico, ma ha assunto maggior importanza anche in altri ambiti. Infatti, secondo la Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo, la sostenibilità è il perseguimento del benessere economico e sociale contemporaneo. Proprio le persone sono diventate più sensibili all’argomento, e in effetti, un’indagine realizzata da Boston Consulting Group – azienda di consulenza strategica – dimostra che il 70% dei cittadini si definisce oggi più consapevole del green; di questi: un terzo ha già modificato il proprio comportamento in modo consistente e il 40% intende avere comportamenti più sostenibili in futuro. Perciò, anche le singole città devono rimodulare lo stile di vita dei propri cittadini, introducendo nei piani di sviluppo il tema dell’ecosostenibilità e promuovendo progetti ed eventi che ne amplino l’offerta e l’attenzione.  In particolare, nel mondo sono diverse le realtà cittadine sostenibili che attuano politiche green, alcune persino da molti anni. Di seguito vengono riportati cinque casi europei.

Amsterdam

Tra le città più green d’Europa vi è sicuramente Amsterdam, le cui manovre economiche e la cultura sostenibile sono già intrinseche nei pensieri dei suoi cittadini. Nonostante i traguardi già raggiunti, queste misure tenderanno ad ampliarsi nei prossimi anni, quasi fino a cambiare in maniera radicale il modello economico del Paese. Nell’aprile 2020, l’amministrazione della città di Amsterdam ha dichiarato che la ripresa dalla crisi economica e sociale dettata dal COVID-19, sarebbe avvenuta proprio per la riforma economica e ambientale “doughnut economics”.
«È nei momenti peggiori che è più semplice pensare a un mondo diverso» esclamano le maggiori cariche della città. Il “doughnut” è un nuovo modello di sviluppo sostenibile pensato dall’economista britannica Kate Raworth, di cui ha già scritto in un paper nel 2012 e in un libro nel 20171. Di fatto, Raworth ritiene che arrivare a un’economia circolare capace di rigenerare i sistemi naturali e di redistribuire le risorse, consenta a tutti di vivere una vita dignitosa in uno spazio sicuro ed equo.  Il “doughnut” fa riferimento a una ciambella, la cui forma ha ricordato all’economista la realtà “green” di oggi: la circonferenza più grande rappresenta le persone che attualmente conducono uno stile di vita alto e sostenibile oltre i limiti necessari, e la circonferenza più piccola rappresenta invece i cittadini con una qualità di vita inferiore e meno attenti alla sostenibilità. Il gap tra le due circonferenze configura la cosiddetta doughnut: spazio entro il quale la qualità di vita e la sostenibilità rientrano nei limiti desiderabili e necessari.
Lo scopo di questo modello economico e ambientale è quello di includere tutti i cittadini all’interno di questo spazio “desiderabile e necessario”. Infatti, a lasciare sgomenti è che ad oggi solamente una bassa percentuale di queste persone può godere di una buona qualità di vita anche in termini di sostenibilità e rispetto ambientale. Per questo motivo, la Doughnut Economics Action Lab (DEAL), organizzazione della Raworth, sta dettando le linee guida e portando all’istituzione di gruppi informativi per ogni distretto della città. Ovviamente si tratta di direttive che necessitano di un’attenta specificità per ogni città e paese che decida di sposare la filosofia economica Raworth, oltre che di finanziamenti di privato e pubblico. Il governo olandese e l’Unione Europea, infatti, collaborano affinché vi siano le corrette condizioni per attuare tutti i progetti necessari. Tuttavia, le opinioni riguardanti questo modello economico non sono totalmente favorevoli: critici e conservatori pensano che tutto ciò non possa realizzarsi senza lasciare indietro le fasce di cittadini più deboli. Ma non solo, molti sono scettici nei confronti del modello economico che rimodula lo stile di vita ma non punta alla crescita economica del paese. Anche se in realtà il modello Raworth non esclude alcuna crescita economica.

La città di Amsterdam ha adottato una “circular strategy” che richiama l’economia circolare e i principi della DEAL. In ciò rientra sicuramente il riutilizzo dei materiali in modo continuo, puntando prima a un dimezzamento e poi a un’eliminazione definitiva della produzione di nuovi materiali entro il 2050. Questo potrebbe portare a un nuovo modo di concepire idee sulla produzione di materiali e beni, sulla condivisione di essi e sulla loro riparazione anziché eliminazione. Tra l’altro, quest’ultimo punto era già stato adottato in pieno lockdown quando l’amministrazione decise di donare oltre tremila devices recuperati e rigenerati per l’accesso alla rete, visto l’aumento di richieste per l’ingresso al web. Ciò ha permesso non solo di fornire a tutti questa opportunità in un periodo molto complicato dal punto di vista sociale, ma anche di non favorire l’acquisto di nuovi prodotti, evitando un notevole spreco. Inoltre, negozi di oggetti di seconda mano potrebbero nascere in territorio olandese portando nuovi posti di lavoro e quindi una nuova crescita occupazionale. Insomma, i cambiamenti sarebbero molti se ci fermassimo a riflettere su quello che al momento rappresenta il nostro quotidiano. Nel frattempo, Amsterdam si candida nettamente ad essere tra le città portanti del green e della sostenibilità, e punta seriamente a essere d’esempio per le città europee che potrebbero tranquillamente replicare il suo modello.

Stoccolma

In generale, la sostenibilità urbana può essere intesa come il prodotto di differenti approcci che sono volti a migliorare la conoscenza e le tecnologie sostenibili. Come già anticipato per la città di Amsterdam, il raggiungimento della condizione di città green passa attraverso il giusto bilanciamento tra ambiente ed economia. Questa molteplicità di approcci porta a strutture differenti tra loro, come le eco-città, compact cities, città green e nuovi concetti di urbanesimo.

Stoccolma può essere intesa come un’eco-città, o eco-city, e cioè, un insediamento umano che accoglie le richieste della natura e dell’ambiente, adottando politiche di auto-sostenibilità. Queste manovre sono il frutto di strategie di green design: sostenibilità del sistema dei trasporti, efficientamento delle tecnologie energetiche e gestione degli sprechi. Inoltre, un’eco-città assicura beneficio sociale, sviluppo economico e programmi sostenibili per il futuro.  Stoccolma intende sviluppare nel tempo un approccio più smart per il raggiungimento di obiettivi sostenibili. Infatti, punta a essere libera da combustibili fossili entro il 2040. I bio-combustibili prodotti dagli scarichi sono nel frattempo già largamente utilizzati da macchine e taxi in giro per la città, e si prevede l’estensione del loro utilizzo anche per van e camion, che risultano sicuramente più inquinanti.
«mille persone che vanno al bagno possono alimentare una macchina, ma se utilizzassimo anche parte dei rifiuti organici provenienti dalle case dei cittadini, il numero di persone necessarie per la produzione di bio-combustibile in questo caso scenderebbe a sessanta» dichiara Gustaf Landahl, capo di Grow Smarter Project.  Non solo, la dispersione del calore dai supermercati, stadi e grandi edifici può essere riutilizzata per provvedere al riscaldamento di complessi residenziali della città sfruttando la larga rete di tubi sotterranea. Ad esempio, il calore disperso dal Data Centre GleSys viene collezionato e riutilizzato per il fabbisogno energetico di mille appartamenti vicini. Nel frattempo, in un distretto residenziale costruito negli anni ’60 e con urgente bisogno di rinnovamento, è stato deciso di rimodulare la disposizione della spazzatura raccolta in ogni casa presente. I residenti hanno a disposizione cassonetti differenti a seconda della tipologia di rifiuti; una volta che quest’ultimi vengono buttati all’interno dei cassonetti, un sistema di sensori riconosce i colori differenti dei sacchi utilizzati per la raccolta dei rifiuti ed è capace anche di valutarne la quantità, al fine di ottenere una maggior attività di riciclo. Tutto ciò comporta minori spostamenti con i mezzi, quindi minor inquinamento ambientale, e persino un minor rischio di incidenti stradali. Ciò nonostante, la definizione di eco-città che caratterizza certe realtà europee è sempre sotto una lente di ingrandimento, oltre che bersaglio di una critica costante. Infatti, sono in molti a pensare che queste città sposino una filosofia più egoistica senza che sia spendibile a più larghi contesti, considerando tanti fattori come la densità demografica e gli indici economici dei paesi, che sono ben differenti anche tra gli stessi paesi dell’Unione.

Tallin

La commissione europea ha scelto Tallin come Capitale Green del 2023; riconoscimento piuttosto significativo, oltre che meritato. Dal 2020, l’amministrazione ha lavorato affinché venissero prima monitorati e poi descritti numerosi parametri della città: la qualità dell’aria, il rumore, gli sprechi, la natura e la biodiversità, la crescita green e l’eco-innovazione, la mobilità sostenibile e l’efficienza energetica. Questa è la prima volta che una città dei paesi Baltici riceve questo importante status. I fondi ricavati – circa seicentomila euro – verranno utilizzati per investimenti volti a promuovere la sostenibilità. Tra gli obiettivi, il più importante è sicuramente quello riguardante la riduzione al 40% di emissioni per il 2030 e la loro completa eliminazione per il 2050. Tutto ciò risulta facilitato grazie anche all’enorme senso di responsabilità che percepiscono i tallinesi, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Infatti, il loro modo di vivere è sempre improntato sul rispetto del verde, sulla conoscenza e sull’applicazione, quando possibile, di tecnologie sostenibili. Pertanto, Tallin è definita una città moderna, aperta, sostenibile ed equal-gender.
I vantaggi economici della transizione verde e della nomina a Capitale Green 2023 potrebbero riguardare anche il settore del turismo in Estonia. Di fatto, è previsto un notevole incremento del numero di visite, grazie anche a promozioni di eventi ad hoc a tema green.  Come sappiamo, Tallin è una delle città medievali meglio preservate in Europa, e l’ecosistema attuale rappresenta l’habitat anche di molte specie rare di animali. Il facile collegamento con la città di Helsinki rende Tallin una meta piuttosto fruibile per i turisti e facilmente raggiungibile in un paio d’ore grazie alla rete ferroviaria esistente.  Insomma, tra visite di piazze, edifici e passaggi segreti in pieno stile medioevale, la transizione ecologica della città definisce un connubio affascinante di modernità e di storia, in grado di attrarre turisti e investitori privati da tutto il mondo.

Copenaghen

Copenaghen è una delle città leader della sostenibilità a livello europeo e mondiale. Nel 2014 è stata insignita del premio Capitale Green Europea, in accordo con gli obiettivi già raggiunti in rispetto dell’ambiente e la vision futura della propria sostenibilità cittadina. La svolta green della Danimarca comincia dalla lontana crisi petrolifera del 1973. In quegli anni il paese era completamente dipendente da combustibili fossili e aveva di fronte a sé due opzioni: continuare per la via conosciuta aspettando periodi migliori oppure trovare una soluzione alternativa al problema. La Danimarca optò per un radicale cambiamento della produzione e gestione energetica nel territorio, puntando così non solo al presente, ma anche al futuro.  Oggi, più del 30% dell’energia prodotta proviene da fonti rinnovabili. La percentuale di produzione di energia green salirà fino al 50% a partire dal 2030 e al 100% dal 2050, diventando una nazione a emissioni zero. Curioso è il caso della mobilità a Copenaghen: se nei paesi vicini sono notevolmente aumentati gli spostamenti con auto elettriche, portando non solo ad un miglioramento della qualità dell’aria ma anche ad un incremento del fatturato di aziende automobilistiche, questo non è accaduto nella capitale danese. Infatti, la maggior parte della cittadinanza continua a preferire gli spostamenti in bicicletta per lavoro e scuola. Solo nel 2016 sono state registrate seicento-settantacinquemila biciclette contro centoventimila macchine per le strade di Copenaghen.  L’eccellenza danese sta anche nell’attenzione per le nuove costruzioni. In particolare, dal 2010 ogni nuova costruzione viene fornita di una copertura o di un tetto in grado non solo di assorbire particelle inquinanti dall’aria, ma anche di raccogliere fino all’ 80% di acqua piovana riutilizzabile in un secondo momento.

Per quanto riguarda le aree verdi, circa un quarto dell’intera città è costituito da giardini, parchi e aree naturali che costituiscono il “polmone verde” di Copenaghen. Con questi numeri, ogni cittadino ha in media 42.4 metri quadrati di verde a disposizione. Un tema molto dibattuto in Danimarca è quello relativo ai termovalorizzatori. Infatti, sono numerose le strutture in attività nel territorio danese che bruciano giornalmente enormi quantità di rifiuti. Gli inceneritori da sempre collezionano critiche circa l’emissione di inquinanti, in particolare diossine. Se nel tempo la tecnologia di questi è notevolmente migliorata dal punto di vista delle emissioni, non è del tutto chiaro quanto sia positivo per le autorità danesi continuare con una politica incentrata poco sul riciclo e sulla riduzione degli sprechi. Di fatto, la Danimarca è la nazione europea che nel 2015 ha registrato la maggior quantità di scarti urbani prodotti, superando nettamente anche nazioni meno green. Fortunatamente, negli ultimi anni la strategia del paese è leggermente cambiata e punta alla riduzione di circa un terzo l’attività dei termovalorizzatori nel territorio e all’adottare una politica più incentrata sul riutilizzo delle materie, responsabilizzando così i singoli cittadini danesi.

Helsinki

Helsinki, Capitale Green del 2009, da tempo attua un piano ben preciso che raccoglie cento-quarantatre azioni con l’obiettivo di ridurre le emissioni dell’intero territorio. Tra le azioni attuate vi è quella di ridurre fino a 1/5 i consumi degli impianti di riscaldamento nelle abitazioni, e le soluzioni applicabili per raggiungere questo scopo sono due: il rinnovamento della tecnologia degli impianti vecchi e l’applicazione di regole più rigide per le nuove edificazioni. Ogni edificio della città è progettato con un approccio ecologico e sostenibile, e l’esempio che segue è quello di Eco Viikki: un intero quartiere residenziale completamente ecosostenibile inaugurato ormai quasi 20 anni fa; le particolarità di queste costruzioni partono dai materiali naturali utilizzati per la realizzazione delle case, passano per il riciclo costante di acqua piovana e rifiuti domestici e terminano con il riscaldamento di ciascuna abitazione, ottenuto esclusivamente da fonti rinnovabili come i pannelli solari e le pale eoliche. I risultati circa la qualità dell’aria nel quartiere sono sorprendenti: Eco Viikki inquina il 20% meno dei quartieri tradizionali. Inoltre, ci sono altri punti cardine inclusi nel piano, come l’obiettivo di arrivare alla produzione di 1/6 di energia elettrica dell’intera città mediante sistemi fotovoltaici. Ma non solo, l’incentivazione di una mobilità urbana più sostenibile caratterizza un altro punto importante di questo programma che permette di abbassare le emissioni provenienti dagli spostamenti giornalieri. In particolare, entro il 2025 i cittadini di Helsinki dovrebbero rinunciare totalmente alle automobili private, sposando l’uso di mezzi pubblici 100% green.
In tal senso, prende sempre più campo la “mobilità on demand”: la possibilità di individuare il giusto piano personale per gli spostamenti grazie ad applicazioni telefoniche. Le auto condivise e le bike sharing potranno completare la vasta gamma di alternative ai viaggi con la macchina personale. Tutto ciò, dovrà portare ad un obiettivo ancor più grande: zero emissioni entro il 2030. Tuttavia, Helsinki non si distingue soltanto per il suo efficiente e sostenibile sistema di trasporto. Di fatto, la città cerca di essere green anche nei confronti della distribuzione degli alimenti, prediligendo la filosofia dello “slow food” e del “local food”: prodotti locali, stagionali e freschi. Persino nella ristorazione viene adottata questa linea, e infatti, sono tanti i ristoranti della città che ormai hanno ricevuto il Nordic Ecolabel: marchio di qualità ecologica dei paesi scandinavi introdotto nel 1989. La rivoluzione green coinvolge tanti settori, compreso il turismo. Il progetto Think Sustainably, lanciato dall’amministrazione della città, guida i turisti a vivere la capitale in modo sostenibile e promuove azioni concrete per sposare la filosofia ecologica del luogo. Tantissimi ormai solo coloro che credono nell’agire finlandese, poiché è considerata l’attitudine migliore a fronteggiare il climate change. A ciò si aggiunge una parola molto cara a questo popolo che è in grado di descrivere bene la determinazione che li caratterizza: “sisu”. In finlandese sisu rappresenta l’abilità a reagire energicamente a condizioni avverse, non solo in termini di resistenza, ma anche di mindset costruttivo e di attitudine mentale al problem solving. Secondo il New York Times, sisu è “la parola che spiega la Finlandia ed è quella preferita dai finlandesi”. Molti anni fa sisu trovava la sua applicazione nel descrivere il coraggio del popolo finlandese in tempi di guerra, ma oggi il suo significato è più spendibile e profondo; infatti, oggi significa anche piantare alberi e piante in giardini comuni al fine di raggiungere l’obiettivo più importante delle zero emissioni entro il 2030.

Conclusione

In conclusione, sostenibilità significa investire sul nostro futuro e ciò deve spingerci a saldare concetti importanti quali: “naturale”, “benessere” e “buona qualità di vita”; necessario però è che sia sentito come un dovere globale e non una realtà rappresentabile solo in qualche casistica. Infatti, se alcune città e istituzioni stanno già facendo la propria parte, è fondamentale che tutti gli altri paesi seguano l’esempio e che contribuiscano tutte le grandi imprese e tutti i singoli cittadini.

Note

[1] Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st-Century Economist

Autori: Leonardo Bati, Piervincenzo Lo Moriello

CEO For One Month

CEO For One Month

CEO for One Month è il talent program di The Adecco Group che offre ai giovani l’opportunità di mettersi in gioco e mostrare le proprie capacità.

Ogni anno, migliaia di candidati affrontano un’intensa selezione, misurandosi con i migliori talenti a livello nazionale e confrontandosi con i manager di alcune delle più prestigiose aziende al mondo. Il premio in palio? La possibilità di vivere un’esperienza di 30 giorni con i Country Manager di The Adecco Group e provare a conquistare un posto da Global CEO for One Month.

Sia chiaro, questo programma richiede ai candidati un ottimo livello di partenza se si vuole puntare alla vittoria finale; difatti, il mese da CEO è destinato esclusivamente a una persona. Ciò nonostante, anche coloro che parteciperanno al programma senza divenire CEO avranno l’opportunità di allargare notevolmente il loro bagaglio esperienziale. 

Edizione 2021

L’ultimo vincitore è stato Federico Tangorra, ventiquattrenne laureato in Management Engineering al Politecnico di Milano, che è stato capace di distinguersi tra oltre 12.000 candidati. Come riconoscimento, tra giugno e luglio 2021, ha affiancato Andrea Malacrida (A.D. Adecco) in tutte le sue attività professionali riuscendo a comprendere appieno le attività di un vero amministratore delegato. Dopo quasi un anno, il vincitore uscente è manager presso un’altra azienda, a dimostrazione di quanto sia stato formativo il CEO for One Month. Lo stesso è stato per chi ha vinto le edizioni passate: proprio Adecco ha recentemente condotto delle interviste in cui tutti i vincitori hanno dichiarato di aver avuto la strada spianata nell’ottenere quella che è la loro occupazione attuale.

Le fasi dell’edizione 2022

  • Fase di candidatura 24/01 – 18/03
  • Test SHL 22/03 – 30/03
  • Top 200, CV check, Colloquio Video + Telefono 11/04 – 25/04
  • Top 200, Virtual Event 29/04
  • Top 24, Online Business Game 06/05
  • Top 16, Assessment di Gruppo 12/05 – 13/05
  • Top 6, Bootcamp 30/05 – 01/06

Nel periodo da fine marzo a inizio maggio, a tutti i candidati vengono inviati diversi test psicometrici che puntano a misurare le attitudini che dovrebbe rispecchiare il CEO per un mese. Passeranno quei ragazzi e quelle ragazze che avranno un quadro attitudinale che si avvicina in maniera importante a quello richiesto per il ruolo. Due aspetti su cui viene posto l’accento sono sicuramente il modo di relazionarsi e le modalità di ragionamento. Di norma, vengono fatti passare circa 200 candidati, i quali parteciperanno a colloqui di varie forme per proseguire la scrematura sino ai 24 talenti da portare alla fase finale. Anche in quest’ultima vi sarà una valutazione, ma verrà anticipata dalla realizzazione di progetti pratici che, aldilà dell’esito, arricchiranno le conoscenze dei ragazzi. Dopo i progetti verranno eliminati altri otto partecipanti e una volta rimasti in 16, i ragazzi verranno osservati a 360 gradi per valutarne ogni singolo aspetto. I 6 che rimarranno in gioco parteciperanno a un vero proprio campo di addestramento (il Bootcamp) che decreterà il vincitore finale, meritevole di vivere un mese da CEO.

Perché partecipare?

Per la prima volta, a differenza degli altri progetti, proponiamo qualcosa che prevede un importante background di partenza. Allo stesso tempo, va sottolineato il fatto che anche coloro che non raggiungeranno le fasi finali del CEO for One Month avranno modo di trascorrere un’esperienza degna di nota.

Per chi è molto ambizioso, quindi, questo è il programma perfetto: coloro che riusciranno ad arrivare alle fasi finali avranno modo di mettersi in luce con attività che richiedono tantissima personalità. Capiterà ricorrentemente di dover parlare in pubblico e per chi ancora pensa di dover affinare le proprie abilità da “public speaker” potrà colmare tutte le lacune del caso.

I leader sono risorse rarissime, CEO for One Month ne coltiva diversi ogni anno andando ad eliminare quel gap tra mondo dell’apprendimento e mondo del lavoro. La leadership si acquisisce col tempo e necessariamente in maniera graduale e Adecco ha trovato il modo per accelerare questo processo senza, però, bruciare le tappe.

Impatto Ambientale

Impatto ambientale nei diversi settori

La sfida più grande che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi decenni sarà quella ambientale.
La crisi climatica sta diventando un problema sempre più impellente, che imporrà nette decisioni da parte dei governi nazionali e internazionali. 

Ma oggi quali settori hanno maggiore impatto sulle emissioni di CO2?

Il cibo e il suo peso ambientale

Secondo i dati forniti da The Guardian, si può osservare come circa un terzo delle emissioni planetarie di gas derivi dalla produzione globale di cibo. Ad esempio, la macellazione degli animali comporta un inquinamento di circa due volte superiore alla produzione di cibo su base vegetale e, per la precisione, la produzione di carni derivanti da mucche, maiali e altri animali è responsabile del 57% delle emissioni totali, a fronte del 29% derivante dalla coltivazione di piante per i cibi di origine vegetale (tali percentuali si riferiscono alle emissioni di CO2 derivanti dalla produzione alimentare).

Tale discrepanza si spiega perché l’utilizzo di particolari macchine agricole, l’impiego quotidiano di fertilizzanti e il trasporto di tali prodotti genera 17,3 miliardi di tonnellate di GHG (GreenHouse Gases) per anno.  

Oltretutto, secondo la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) l’impatto climatico della carne risulta essere superiore alle stime riportate nel paragrafo precedente. Infatti, ha affermato che circa il 14% di tutte le emissioni proviene dalla produzione di carne e latticini.
Come conseguenza indiretta alla crisi climatica, si stima che, secondo recenti studi, un terzo della produzione alimentare globale sarà a rischio entro la fine del secolo se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare a questo ritmo. 

Il trasporto di CO2

Vale la pena analizzare un altro settore: la mobilità e i trasporti.
In particolar modo in UE, secondo quanto riportato dal Report No 19/2020 della European Environment Agency, i trasporti rappresentano il 24,6% delle emissioni dei gas serra nell’UE-27. 

È interessante notare come questo sia l’unico settore in UE che dal 1990 ha registrato un aumento delle emissioni, rappresentando un vero e proprio problema per la questione ambientale.
Nello specifico si possono notare delle differenze che dipendono dal mezzo utilizzato: ad esempio, il 70% delle emissioni di gas serra dipende dai mezzi stradali come automobili, furgoni, camion e autobus.

L’introduzione degli standard Euro ha invece portato dei miglioramenti perché le emissioni sono relativamente diminuite, ma l’inquinamento atmosferico, composto dal particolato (PM) e biossido di azoto (NO2), rimane un potenziale pericolo per la salute umana. 

L’aviazione è responsabile del 13,2% delle emissioni di GHG (144,3 mega-tonnellate di CO2) equivalente (Mt CO2e); la navigazione concorre per un 14,1%; le ferrovie, di cui si prendono a riferimento solo i treni diesel, concorrono con lo 0,4% (4,3 Mt CO2e).

Ma c’è da aggiungere che i treni e gli aerei provocano emissioni indirette derivanti dal trasporto, dalla trasmissione di combustibili e dall’elettricità che consumano. 

Da questi dati emerge che il mezzo più sostenibile risulta essere il treno e, infatti, secondo l’Eurostat tra il 2000 e il 2018 il consumo del petrolio e dei prodotti petroliferi per ferrovia, nell’UE-27, è più che dimezzato.
In particolare, nel periodo tra il 2000 e il 2009 il consumo di elettricità è diminuito e successivamente oscillato. Nello stesso arco temporale, oltretutto, l’intensità media di CO2 della produzione di elettricità nell’UE-27 è passata da 393,3 a 29,8g/CO2 per kWh; applicando questa intensità al trasporto ferroviario le stime ci dicono che le emissioni di GHG, relative al trasporto elettrico su rotaia, sono di 14,4 Mt nel 2018. Analizzando nel dettaglio il trasporto aereo, si può osservare come nel periodo tra il 1990 e il 2018 le emissioni di gas serra derivanti dall’aviazione nazionale nell’UE-27 sono aumentate del 22% e quelle derivanti dal civile internazionale del 141%.
Tra le compagnie aeree, il più grande emettitore risulta essere Ryanair che dal 2018 si colloca tra i primi 10 emettitori del EU ETS System (Emission Trading System).

Stando a questi dati, per ottenere una neutralità climatica in UE sarà necessaria una riduzione del 90% delle emissioni dei trasporti entro il 2050. Ma gli obiettivi fissati finora per invertire il trend non sono stati rispettati, infatti la percentuale di quota energia rinnovabile utilizzata per i trasporti nel 2018 è solo del 8,1%, ben al di sotto del 10% fissato per il 2020.

Una vita plastica

Un altro settore da tenere sotto osservazione è quello della produzione di plastica, che è tuttora una delle cause più importanti di inquinamento ambientale.

Dai dati che emergono dal Report No 18/2020 della EEA, infatti, più del 99% della plastica deriva da combustibili fossili, principalmente petrolio e gas.

L’aspetto più preoccupante però è dato dalle stime e dalle prospettive future: secondo il report della EEA, se l’uso della plastica dovesse aumentare come previsto, l’industria che la produce potrebbe raggiungere un consumo globale di petrolio del 20% (a oggi rappresenta soltanto il 7%) entro il 2050.

I numeri a livello europeo non sono certamente più confortanti: la produzione di materiale plastico emette annualmente circa 13,4 milioni di tonnellate di CO2 e a sua volta rappresenta circa il 20% delle emissioni prodotte dall’industria chimica a livello europeo.

Per di più, la crescente richiesta di plastica rappresenta un problema anche per quanto riguarda l’inquinamento marino. Secondo “The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ” (2020), i rifiuti di plastica entrano nell’oceano a una velocità di circa 11 milioni di tonnellate l’anno. Se si analizza solo il Mar Mediterraneo, il numero di tonnellate di rifiuti di plastica risulta essere di circa 200.000.

Un’ulteriore produzione indiretta di CO2 potrebbe scaturire da metodiche inadeguate di smaltimento della plastica, come ad esempio l’incenerimento della stessa. In media, per ogni tonnellata di plastica incenerita vengono rilasciate circa 2,7 tonnellate di CO2; dal momento che, secondo il Material Economics (2019), vengono incenerite in UE circa 20-30 milioni di tonnellate di plastica l’anno, il totale di emissioni di CO2 europee ammonta tra i 50-80 milioni di tonnellate l’anno.

Ma quali potrebbero essere i rimedi adottabili per ridurre l’impatto ambientale nei diversi settori?

La questione è estremamente complessa. Non esistono oggi soluzioni in grado di arginare definitivamente il problema.

Il paradosso della carne sintetica

Per spiegarci, facciamo un esempio.

Nei paragrafi precedenti si è evidenziato quanto la produzione di carne sia impattante per l’ambiente, in termini di emissioni di metano e monossido di azoto, conversione di terre agricole al pascolo, produzione intensiva di mangime, per non parlare dell’acqua dissipata nell’intero processo produttivo.

In effetti, una soluzione che ridurrebbe drasticamente le macellazioni di animali e il consumo di suolo, contenendo peraltro l’emorragia di acqua, potrebbe rivelarsi la carne artificiale o sintetica.

Ma non è tutto oro quel che luccica. La carne coltivata in laboratorio potrebbe recare, a lungo termine, un danno all’ambiente ancora maggiore di quella tradizionale. I ricercatori della Oxford Martin School hanno analizzato le implicazioni climatiche dei rispettivi processi produttivi, giungendo alla seguente conclusione: a parità di tonnellate emesse, il metano (prodotto nell’allevamento tradizionale) ha sicuramente un impatto sul clima molto più elevato dell’anidride carbonica (implicata nella produzione di carne sintetica). Tuttavia, esso permane in atmosfera soltanto per 12 anni circa, mentre la CO2 persiste e si accumula per millenni.

Occorrerebbe quindi investire su metodi di produzione energetica sostenibile che possano alimentare gli impianti di produzione. Per giunta, qualora il mercato di carne sintetica si allargasse, potrebbe comportare problemi di inquinamento del suolo, per via delle grandi quantità di sostanze chimiche, di ormoni e di fattori di crescita usati per coltivare le cellule iniziali.

Questo ci fa capire quante variabili si debbano prendere in considerazione nell’analisi di una problematica e come spesso sia difficile trovare una soluzione a tutto tondo.

Città più Smart

Spostando l’attenzione sul fronte dei trasporti e dell’energia, le politiche adottate dalle Smart City, sempre più improntate alla sostenibilità, potrebbero restituirci forse un barlume di speranza.

Queste ultime si stanno prodigando per garantire la diminuzione del parco auto circolante totale, la progressiva riduzione di veicoli inquinanti, la promozione della mobilità elettrica/ibrida (anche attraverso la distribuzione delle reti pubbliche di ricarica) e lo sviluppo della mobilità alternativa (sharing, ciclabile, pedonale). Ulteriori interventi comprendono la rivisitazione delle infrastrutture di mobilità urbane per far coesistere più mezzi (nodi di interscambio, riqualificazione delle stazioni ferroviarie, ecc.), l’apertura dei sistemi di sharing mobility ai turisti e la promozione dell’utilizzo intermodale. Fondamentale è il ruolo propulsivo delle aziende (colonnine di ricarica negli spazi aziendali a disposizione dei dipendenti, spogliatoi aziendali per chi viene al lavoro in bicicletta e così via).

Stando ai dati Smart City Index EY 2020,tutti gli indicatori relativi alla mobilità sostenibile (che comprende mobilità elettrica, mobilità ciclabile/pedonale e mobilità condivisa) mostrano un costante aumento negli ultimi 6 anni.

Anche gli indicatori relativi all’energia mostrano un trend crescente verso la sostenibilità. Ad esempio, i lampioni pubblici con LED hanno raggiunto il 36,5% del totale, triplicando rispetto a due anni prima.

Le energie rinnovabili nelle città sono sempre più utilizzate (pur con il temporaneo rallentamento del 2018, che analogamente a quanto avvenuto a livello nazionale si è verificato anche nelle città): negli ultimi 5 anni la produzione di energia da fotovoltaico è aumentata del 17,4%, quella da eolico del 31%, quella da bioenergie addirittura del 52%.

Infine, il teleriscaldamento è arrivato in 42 città capoluogo, prevalentemente al Nord. E sono in aumento anche gli interventi di riqualificazione edilizia, che negli ultimi 7 anni hanno riguardato 2.859 edifici nei Comuni capoluogo (circa 400 all’anno). Bologna, con 248 edifici, guida la classifica delle città con il maggior numero di interventi.

Riciclare plastica conviene?

Approdiamo, dunque, alla questione della plastica. Anche in questo caso è difficile parlare di vere e proprie soluzioni e quasi impossibile fornire dati confortanti.

In Europa la termovalorizzazione è il metodo più usato per smaltire i rifiuti di plastica, seguito dal riciclaggio. Il 25% dei rifiuti in plastica generati viene smaltito in discarica. I risultati del riciclo della plastica sono miseri, soprattutto se messi a confronto con altri materiali: sia i principali metalli industriali (ferro, alluminio, rame) sia la carta hanno tassi di riciclo che superano il 50%.

Con risultati così magri, e che sono migliorati poco nel tempo, in molti hanno cominciato a sostenere che il riciclo della plastica sia un’attività poco efficace.

Ma come mai se ne ricicla così poca?

Gettare un rifiuto di plastica nel bidone della raccolta differenziata è soltanto l’inizio di un processo molto lungo, che nella maggior parte dei casi non si conclude con il riciclo del rifiuto.

Questo perché il metodo di riciclo più diffuso, quello meccanico, è complicato, oneroso e non funziona bene per tutti i tipi di materiale.

Esso richiede manodopera umana e macchinari e inoltre restituisce un prodotto quasi sempre inferiore a quello creato con plastica vergine. Per questo, il riciclo della plastica è un business poco sostenibile e potenzialmente in perdita.

Come scrive il Guardian, alla fine del 2019, per la prima volta nella storia il prezzo sul mercato delle scagliette (flakes) di plastica riciclata ha superato quello della plastica vergine.

Molti analisti ed esperti sperano che i problemi e le inefficienze del riciclo meccanico della plastica potranno essere superati dal riciclo chimico o molecolare, una tecnica di cui si parla ormai da qualche anno, ma che non è ancora stata applicata su larga scala. Consiste nello scomporre chimicamente i materiali nei loro elementi più semplici e poi riutilizzarli. Questo significherebbe che gran parte della plastica potrebbe essere recuperata al 100%. Per ora, tuttavia, il riciclo chimico è costoso e alcuni ricercatori sono scettici, perché potrebbe rilasciare nell’ambiente tossine e sostanze tossiche.

La strategia europea

Nel maggio 2018 la Commissione europea ha presentato una proposta per affrontare la questione dell’inquinamento marino da plastica, che prevede il divieto di produzione delle 10 principali plastiche monouso trovate sulle spiagge europee nel 2021.

Il Green Deal, peraltro, prevede che entro il 2030 il 55% dei rifiuti da imballaggi in plastica debba essere riciclabile.

Gli eurodeputati propongono misure per incentivare il mercato all’uso della plastica riciclata, quali:

  • Creazione di standard qualitativi per la plastica riutilizzata;
  • Certificazioni che incoraggino la fiducia dell’industria e dei consumatori;
  • Obblighi sulle quantità minime di contenuto riciclato all’interno di certi prodotti;
  • Riduzioni dell’IVA su prodotti riciclati.

Numerosi i problemi, esigue e complesse le soluzioni. Negli ultimi 50 anni si sta assistendo a una progressiva valorizzazione della dimensione ambientale nell’analisi economica. A tal proposito, è stato introdotto il concetto di Green Economy, un nobile modello di sviluppo economico che investe sull’ambiente e ci rende consapevoli delle ripercussioni che le nostre scelte hanno su quest’ultimo.

È bene ricordare, infatti, che siamo parte di un sistema, costituito da elementi reciprocamente interconnessi e interagenti con l’ambiente esterno, che reagisce ed evolve come un tutto organico.

Referendum Giustizia

Referendum Giustizia

Il 12 Giugno 2022 gli italiani saranno chiamati alle urne al fine di votare per i cinque quesiti referendari. 

Si tratta di un referendum abrogativo, il cui esito è soggetto ad approvazione solo se avrà votato la maggioranza (50%+1) degli aventi diritto e se verrà raggiunta la maggioranza (50%+1) dei voti validamente espressi.

Vediamo in cosa consistono i cinque quesiti referendari:

1. ABOLIZIONE DEL DECRETO SEVERINO – Scheda di colore rosso

La Legge Severino, che porta la firma dell’omonima ex ministra della giustizia Paola Severino, prevede:

  • La decadenza automatica per i condannati in via definitiva, che siano parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali nel caso di condanna per reati gravi. 
  • L’incandidabilità e ineleggibilità per chi abbia subito condanne definitive per reati gravi contro la pubblica amministrazione. 

Chi rispondeSI vuole abrogare la norma chi risponde NO vuole che resti in vigore.

2. LIMITAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI – Scheda di colore arancione

Le misure cautelari sono provvedimenti immediatamente esecutivi dal carattere provvisorio, disposti dall’autorità giudiziaria nel caso in cui si ritenga sussistente il pericolo in grado di nuocere all’esercizio della funzione giurisdizionale durante la fase delle indagini preliminari o nel corso del processo. 

Deve sussistere almeno uno dei tre elementi di garanzia affinché si possa avere una misura cautelare: il pericolo di ripetere il reato; il pericolo di fuga; un eventuale inquinamento delle prove.

In Italia lo strumento della custodia cautelare è largamente utilizzato e per questo il referendum vuole limitarne la ricorrenza: il quesito chiede all’elettore se vuole abrogare la norma sulla “reiterazione del reato” dall’insieme delle motivazioni per cui i giudici possono decidere la custodia cautelare in carcere o i domiciliari per una persona durante le indagini, limitando i casi di arresto al pericolo di fuga, inquinamento delle prove e rischio di commettere reati di particolare gravità, con armi o altri mezzi violenti. 

Chi risponde SI vuole eliminare questa motivazione dalle ragioni per cui si può disporre la custodia cautelare, chi vota NO la vuole mantenere.

3. SEPARAZIONE DELLE FUNZIONI DEI MAGISTRATI – Scheda di colore giallo

Nel nostro ordinamento, i magistrati assumono essenzialmente due funzioni:

  • La funzione giudicante, che consiste nel compito di risolvere controversie.
  • La funzione requirente, consistente nella raccolta delle prove a carico dell’imputato e nella rappresentanza dello Stato nell’azione penale.

Oggi giudici e PM condividono la stessa carriera, potendo spaziare da una funzione all’altra: per questo il quesito referendario chiede all’elettore se vuole vietare ai magistrati di passare dal ruolo di giudici a quello di pubblico ministero (la parte che accusa e coordina le indagini), e viceversa

Chi vota SI sostiene la separazione delle carriere, chi vota NO invece non ha problemi a consentire la stessa carriera per PM e giudici.

4. PARTECIPAZIONE DEI MEMBRI LAICI ALLE DELIBERAZIONI DEI CONSIGLI – Scheda di colore grigio

Il quarto quesito riguarda le modalità con cui viene valutata la professionalità dei magistrati

Ad oggi, ogni quattro anni l’operato dei magistrati viene valutato tramite tre possibili giudizi: 

  • Positiva, quando tutti i parametri sono soddisfacenti; 
  • Non positiva, quando vengono individuate carenze in relazione ad almeno un parametro; 
  • Negativa, quando ci sono carenze ritenute gravi per almeno due parametri. 

Le valutazioni sono effettuate dai consigli giudiziari, presenti in ognuno dei 26 distretti di Corte d’Appello e composti da magistrati eletti sul territorio, dal presidente della Corte d’Appello e dal suo procuratore generale. 

A questi componenti “togati” si aggiungono alcuni avvocati e professori universitari, che partecipano come membri “laici”. 

Attualmente, solo i membri “togati” partecipano attivamente al processo di valutazione dei magistrati, mentre i componenti “laici” sono esclusi. 

Secondo i dati più recenti del Csm, negli ultimi anni le valutazioni dei magistrati sono state quasi sempre positive: dal 2008 al 2016 la quota di pareri favorevoli non è mai scesa sotto il 97 per cento.

Il referendum punta a sostituire il sistema attuale introducendo, per ogni magistrato, un fascicolo di valutazione che raccolga i dati statistici sulle sue attività.

Se vincesse il SI al referendum anche avvocati e professori universitari verrebbero chiamati ad esprimersi sul giudizio nei confronti dei magistrati.

5. RIFORMA DEL CSM – Scheda di colore verde

L’ultimo quesito del referendum riguarda le modalità con cui i magistrati interessati possono candidarsi al Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) 

Oggi è necessario che ogni candidatura sia accompagnata da almeno 25 firme raccolte tra altri magistrati. 

Il quesito chiede di abrogare quest’obbligo, facilitando quindi le procedure. 

Consapevolezza e Conseguenze

I quesiti referendari dichiarati ammissibili lo scorso 16 febbraio sono soggetti ad una piccola percentuale di attenzione; infatti, soltanto un elettore su quattro è informato sui temi trattati e, soprattutto, sulle eventuali conseguenze da essi apportate.

In virtù di ciò si rende, a nostro avviso, necessario e doveroso esporre una sana informazione circa le “destinazioni finali” dei nostri voti, al fine di una maggiore consapevolezza del nostro sistema attuale di giustizia, nonché di eventuali modifiche.

Con la scheda di colore rosso, il Referendum n. 1 si propone di abrogare la Legge Severino, nella parte in cui prevede l’incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali in caso di condanna per reati gravi.

«l’abrogazione del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n.190)»

Dal 2013, la legge prescrive che chiunque venga condannato, in via definitiva, a più di due anni di carcere, per mafia, terrorismo, corruzione, per reati di allarme sociale ed altri reati gravi, diventa incandidabile per le cariche preposte al Parlamento europeo e italiano, nonché per le elezioni regionali e comunali. Ovviamente non potrà assumere nemmeno qualsiasi carica governativa.

La successiva condanna definitiva ad uno dei reati summenzionati determinerà la decadenza del mandato.

In caso di esito referendario positivo, dunque, l’incandidabilità e la decadenza diverranno concetti abrogabili e dunque ci si potrà candidare, nonché continuare il proprio mandato, anche in caso di condanna, definitiva, prevista per uno dei menzionati reati; spetterà al giudice, infatti, il compito di valutare le circostanze del singolo caso concreto.

In presenza di “gravi indizi di colpevolezza” può essere disposta, dai giudici, la custodia cautelare, motivata dal pericolo che il soggetto possa ripetere il reato per il quale è indiziato, o si abbiano comprovate ragioni che possa fuggire o acculare prove a suo carico.

Si tratta di una piccola articolazione dell’attuale sistema cautelare, oggetto del quesito referendario n. 2, connotato dalla scheda di colore arancione.

«labrogazione dellultimo inciso dellart. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale.»

All’interno del complesso sistema processuale penale, l’articolazione rappresentata dalle misure cautelari è davvero molto delicata; si tratta infatti di una serie di garanzie ed esigenze pressanti e valutabili di caso in caso, in presenza di “comprovate ragioni”.

La custodia cautelare, in presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, viene ad essere oggetto referendario nella parte in cui si prevede l’ipotesi abrogativa per la specifica motivazione della “possibile reiterazione del reato”; si tratta di una delle cause della disposizione cautelare (carcere o domiciliari) predisposta dai giudici, durante il processo. In caso di esito positivo il sistema cautelare rimarrebbe in vigore per i reati più gravi, con la differenza abrogativa nei confronti della specifica motivazione: “possibile reiterazione del reato”.

Con la scheda colorata di giallo si articola il terzo quesito referendario:

«labrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati.»

Si tratta della separazione delle funzioni dei magistrati che, fino ad oggi, possono traslare tra la requirente (propria dei pubblici ministeri consistente in attività investigative) e la giudicante (i giudici, con compiti decisionali in merito a determinate fattispecie), fino ad un numero di quattro volte. Anche in questo caso, se l’esito referendario risultasse positivo, il singolo magistrato sarà tenuto, preventivamente ad inizio carriera, ad effettuare la scelta tra le due funzioni (requirente o giudicante); dunque, scegliere di intraprendere il percorso del pubblico ministero o del giudice, senza possibilità, future, di ripensamento.

«l’abrogazione di alcune norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.»

Con la scheda color grigio viene esposto il quesito referendario numero quattro che propone, come poc’anzi citato, l’abrogazione delle norme sulle competenze dei membri laici nei Consigli giudiziari. Si tratta di organi ausiliari composti da membri appartenenti alla magistratura e da laici, che esprimono “pareri motivati” in vari ambiti, tra cui rientrano le “valutazioni di professionalità dei giudici”; il Csm, inoltre, prende in considerazione tali pareri al fine di una maggiore valutazione professionale circa l’operato magistratuale.

Attraverso una risposta affermativa al referendum in questione, l’accesso al Consiglio direttivo verrebbe consentito anche ad avvocati e professori universitari, fino ad ora esclusi.

La scheda di colore verde si propone come ultimo quesito referendario, N.5, proposto per domenica 12, prevedendo:

«l’abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura».

Ad oggi, ogni magistrato che voglia candidarsi al Consiglio superiore della magistratura deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Il referendum ha lo scopo di abrogare alcune norme in materia di elezioni per i componenti togati del Csm; in caso di esito positivo, infatti, il magistrato che voglia candidarsi non necessiterà più di firme a proprio sostegno, bastando semplicemente, come unico requisito, la semplice candidatura (si tratta di un ritorno alla legge del 1958).

Sitografia

https://www.diritto.it/i-cinque-quesiti-referendari-abrogativi-sulla-giustizia/

https://www.leggioggi.it/2022/05/24/referendum-12-giugno-fac-simile-schede/

https://dstunisannio.it/sites/default/files/2020-12/LA%20MAGISTRATURA.pdf

https://pagellapolitica.it/articoli/pro-contro-referendum-giustizia

Festival Città-Impresa

Festival Città-Impresa

Il festival in questione viene organizzato ogni anno a Bergamo e a Vicenza; nella provincia orobica la direzione spetta a Dario De Vico, mentre in Veneto se ne occupa Raffaella Polato. L’evento, dal 2008, è luogo di dibattito sui temi legati allo sviluppo delle imprese e dei territori. Oltre a una serie di incontri con i grandi nomi dell’economia e del giornalismo, il festival ha al suo interno una serie di sezioni dedicate a temi strategici, che le imprese Champions (aziende con almeno 20 addetti e un fatturato tra i 20 e i 500 milioni) stanno affrontando. A parlare sono proprio gli imprenditori Champions, che raccontano come hanno affrontato e affronteranno le sfide di ogni giorno. Un festival aperto a imprenditori e professionisti che vogliono sentire parlare i diretti protagonisti del rilancio dell’economia italiana, ma anche a giovani universitari che vogliono incontrare dal vivo chi ha le conoscenze per chiarire i loro obbiettivi futuri. Il festival vuole garantire la massima partecipazione possibile, motivo per cui si può partecipare sia in presenza (a numero chiuso) che online.

Le aziende Champions e gli ospiti

L’edizione appena trascorsa (XV edizione del 2022) si è arricchita con la presenza di ben 100 imprenditori Champions. Ma chi sono “I Champions”? Tramite una ricerca realizzata dal Centro Studi di ItalyPost ogni anno vengono analizzate due categorie di bilanci: aziende private tra i 20 e i 120 milioni di fatturato con estrazione delle migliori 800 aziende rientranti in questa fascia; aziende private tra i 120 e i 500 milioni di fatturato con estrazione delle prime 200 imprese. La ricerca viene pubblicata parallelamente all’anniversario de L’Economia del Corriere della Sera. L’analisi è capillare poiché operata su ogni singola azienda (e non su dati aggregati) e sui singoli bilanci degli ultimi sei anni, in modo da poter valutare performance di periodo e non dettate da situazioni occasionali. Tra le Champions che hanno partecipato al festival vi sono: PQE, Somec, Carel, Gibus, Vem Sistemi, Donatoni Macchine, Simonelli Group, Calzaturificio Scarpa, Berto’s, Stalam, Quin, Teoresi, Manifattura Valcismon, Fervi, Piovan, Eternedile, Irsap, Fine Foods & Pharmaceuticals, Mevis.

Passiamo da un elenco all’altro andando a citare le figure che valorizzano ulteriormente l’evento. Hanno presenziato: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, Carlo Cottarelli (direttore Osservatorio Conti Pubblici), Elsa Fornero (già ministro del Lavoro e delle politiche sociali), Stefano Scarpetta (direttore per l’impiego, il lavoro e gli affari sociali Ocse), Marco Bentivogli (coordinatore Base Italia, esperto politiche di innovazione industriale), Ilvo Diamanti (direttore Istituto Demos e Pi), Aldo Bonomi (direttore AAster), Elena Granata (docente di Urbanistica Politecnico di Milano), Alessandro Chiesi (Chiesi Farmaceutici), Gregorio De Felice (Intesa Sanpaolo). E ancora: Alberto Bombassei (presidente onorario Brembo), Antonio Calabrò (presidente Museimpresa), Angelo Panebianco (politologo Corriere della Sera), Mariacristina Gribaudi (presidente Keyline), Laura Dalla Vecchia (presidente Confindustria Vicenza), Daniele Lago (amministratore delegato Lago), Federico Visentin (presidente Federmeccanica).

Link con l’elenco completo: https://www.festivalcittaimpresa.it/relatori/

Le 200 borse di soggiorno:

  • accesso preferenziale e posti riservati agli eventi della manifestazione, con possibilità di dialogo diretto con i relatori al termine degli incontri;
  • alloggio in camere multiple(triple/quadruple) in strutture convenzionate per l’intera durata del soggiorno (nel 2022 sono state due notti) con possibilità di richiedere, previo versamento di un supplemento, il soggiorno in camera singola o matrimoniale o eventuali notti extra;
  • pranzi e cene con menù fisso in strutture che verranno indicate dall’organizzazione;
  • transfer dalle strutture alberghiere ai luoghi del festival (ove necessario)

Le borse di soggiorno coprono il 50% dei costi di organizzazione. Per confermare la propria partecipazione all’evento, gli studenti selezionati sono tenuti a versare una quota di partecipazione che viene comunicata con anticipo ogni anno. Le spese di viaggio per e da Bergamo/Vicenza sono a carico degli studenti selezionati. A fine manifestazione, e solo a fronte dell’effettiva partecipazione all’80% degli appuntamenti in programma, verrà rilasciato l’attestato di partecipazione ufficiale.

Il bando

Per ottenere una delle 200 borse di soggiorno è sufficiente compilare il modulo disponibile sul sito ufficiale dei due festival (i link sono diversi per Vicenza e Bergamo). Ogni modulo richiede i dati personali dei candidati (con i riferimenti di un documento d’identità), il livello d’istruzione e relative medie voti, le motivazioni e, infine, altre informazioni secondarie di puro carattere organizzativo.

Gli studenti selezionati sono tenuti a seguire il programma di eventi che verrà definito dall’organizzazione di Festival Città Impresa e a prendere parte attivamente alle attività previste nei tre giorni della manifestazione. Questo aspetto vuole garantire che nessuno degli esclusi sia stato depennato dall’elenco dei 200 fortunati invano. La selezione delle candidature avverrà a giudizio insindacabile della direzione organizzativa della manifestazione; le domande di partecipazione verranno selezionate e approvate settimanalmente fino ad esaurimento dei posti disponibili. Lo staff del festival si preoccuperà di fornire agli studenti selezionati tutte le informazioni riguardanti il vitto, l’alloggio e il programma degli appuntamenti e comunicherà le modalità per eseguire il pagamento della quota di partecipazione.

Perché partecipare?

Premettendo che nella parte introduttiva del paper emergono numerose motivazioni che potrebbero già essere sufficienti, per l’evento sopra descritto mi vorrei soffermare sui due elenchi inseriti nel secondo paragrafo. Solitamente, due elenchi così lunghi tendono ad allontanare l’attenzione del lettore… non può essere lo stesso per il Festival Città Impresa! Gli studenti lo sanno, negli anni trascorsi all’università difficilmente si ha l’opportunità di ascoltare testimonianze dirette durante le lezioni. Una sola edizione del festival garantisce la presenza di almeno 100 personaggi noti, pronti a condividere le loro conoscenze col solo obiettivo di formare il futuro dell’Italia.

Nutri-Score

Nutri-Score

Il Nutri-Score come strumento per l’educazione alimentare in UE

Attualmente ogni prodotto in commercio è dotato di una propria etichetta, che rappresenta una sorta di carta d’identità dello stesso e che deve essere scritta in forma chiara e completa.

Per invogliare i consumatori a leggere le etichette e a informarsi sui valori nutrizionali di dati alimenti, numerosi studi sono stati condotti alla ricerca dell’”etichetta perfetta”, ma una regola aurea da seguire che consenta al consumatore di conoscere tutto ciò che deve sapere in un solo colpo d’occhio, purtroppo, non è ancora stata trovata.

Uno studio decisamente interessante è il “Development of a new front-of-pack nutrition label in France: the five-colour Nutri-Score”, pubblicato dal gruppo di ricercatori universitari francesi EREN (“Equipe de Recherche en Epidémiologie Nutritionnelle”), guidato dal nutrizionista Serge Hercberg. Esso ha condotto allo sviluppo in Francia del sistema Nutri-Score come etichetta nutrizionale per gli alimenti e, finora, è stato adottato solo da cinque Stati membri dell’Unione europea: Francia, Belgio, Germania, Lussemburgo e Olanda, mentre in Spagna è in fase di approvazione.

Al momento può essere adottato solo su base volontaria dai Paesi, mentre la sua obbligatorietà in tutti gli Stati dell’UE è attualmente in fase di valutazione in Commissione europea: se la decisione venisse approvata, il Nutri-Score dovrebbe essere adottato anche in Italia, nonostante siano in molti a contestarlo. Si ritiene infatti che questo potrebbe sfavorire piatti tipici della dieta mediterranea, che verrebbero bollati come poco sani, causando ripercussioni sull’economia e sul turismo.

Tale provvedimento è mosso dalla consapevolezza che la maggior parte dei Paesi industrializzati deve affrontare una grande sfida di salute pubblica, sotto forma di un crescente carico di malattie croniche, influenzato non solo dall’invecchiamento della popolazione, ma anche e soprattutto dai rischi nutrizionali associati a un’alimentazione non consona. Un minore su tre in Italia soffre di obesità, sovrappeso o malattie correlate secondo il rapporto Eurispes-2020.

Proprio per tale ragione, la Francia ha lanciato una politica nutrizionale di salute pubblica nel 2001: il “Programme National Nutrition Santé” [Programma Nazionale di Nutrizione e Salute] (PNNS), che comprende una combinazione di leggi, regolamenti e incentivi nel campo della nutrizione (dieta e attività fisica) per migliorare lo stato di salute della popolazione francese.

Il Nutri-Score è nato nel 2014 proprio nell’ambito di tale programma. 

Come funziona il sistema Nutri-Score?

Il Nutri-Score/5-CNL è dunque una nuova tipologia di etichetta nutrizionale realizzata secondo un sistema a punteggio, basato su cinque colori (5-CNL), che richiama il sistema del Regno Unito “traffic light”.

Si basa sul “Nutrient Profiling System” (NPS), un sistema di profilazione dei nutrienti, derivato da quello britannico della “Food Standards Agency” (FSA) e quindi indicato brevemente come FSA-NPS.

L’algoritmo del Nutri-Score varia leggermente a seconda del tipo di prodotto considerato: ce n’è uno specifico per le bevande, uno per i formaggi, uno per tutti i prodotti molto grassi (come gli oli) e un quarto per il resto dei cibi. In tutti i casi i punteggi vengono calcolati sulla base dei valori nutrizionali di 100g di prodotto (100ml nel caso di liquidi).

Punti positivi (0-10) sono assegnati per l’energia (kJ), lo zucchero totale (g), gli acidi grassi saturi (g) e il sodio (mg).

Punti negativi (0-5), invece, sono assegnati per frutta, verdura e noci, fibre e proteine contenute nell’alimento. Più il punteggio totale è basso (vicino a -15) più l’alimento è considerato “sano”, più si avvicina a +40, più è considerato “non sano”.

Al punteggio sono associate cinque categorie di qualità nutrizionale distinte per colori che vanno dal verde al rosso. Ai colori sono state aggiunte anche le lettere dalla A alla E (A=verde scuro=più sano, E=rosso scuro=meno sano), per migliorare la leggibilità dell’etichetta.

Un sistema simile può essere ritenuto più “oggettivo” rispetto agli approcci classici considerati in letteratura, poiché questi ultimi includono solitamente l’uso di classificazioni di esperti (criticati per essere inclini a pregiudizi) o di raccomandazioni nutrizionali (che variano tra i Paesi, ostacolandone il confronto). Degli esempi sono:

-“Traffic light”: utilizza i tre colori del semaforo per segnalare eccessi o quantità “accettabili” dei macronutrienti contenuti nei prodotti;

-“GDA”: “Guideline Daily Amounts” (valori giornalieri di riferimento), si tratta di una guida alla quantità totale di energia e nutrienti che un tipico adulto sano dovrebbe mangiare in un giorno di un dato prodotto; vengono forniti su base volontaria dalle industrie alimentari e di vendita al dettaglio;

-“Tick”: un team di esperti indipendenti periodicamente rivede i criteri nutrizionali per sessantadue categorie di alimenti e marca con una spunta quelli considerati salubri.

A differenza di tali sistemi sopracitati, il Nutri-Score ha inoltre rivelato che alimenti dello stesso tipo possono facilmente appartenere a colori differenti della scala cromatica su cui si basa ed essere considerati più o meno sani. Scegliere quelli più sani all’interno di una categoria che si è soliti consumare, potrebbe apportare benefici alla salute, senza dover modificare la struttura della propria dieta.

E se lo studio da generico diventasse individuale?

Una nota negativa del Nutri-Score potrebbe essere la sua “generalità”: i risultati ottenuti dagli studi sono basati su una quantità prefissata di alimenti (100g) e di bevande (100ml), senza fare distinzione tra le tipologie di alimenti e le quantità che rappresentano le porzioni reali assunte. Ciò pone in cattiva luce alimenti che potrebbero esser normalmente considerati sani (se presi in porzioni realistiche), ma che risultano bollati con la “E” se presi nelle quantità prefissate dal sistema.

Dato che comunque risulta difficile generare un algoritmo che possa considerare ogni alimento nella “quantità specifica consigliata” (ciò invaliderebbe l’ipotesi di oggettività del sistema e di indipendenza dai consigli di esperti), non è stato condotto uno studio in tale direzione ma si è pensato di analizzare piuttosto i soggetti individuali, tenendo conto del loro stato di salute e fisico, con lo scopo di verificare gli effetti del sistema non più in maniera generalizzata, ma relativa per l’appunto ai singoli.

Ciò ha portato all’introduzione dell’”indice alimentare individuale FSA-NPS”.

Condotti su un campione di persone, tre sono stati gli studi (effettuati rispettivamente da “NutriNet-Santé”, “Supplémentation en Vitamines et Minéraux AntioXydants (SU.VI.MAX)” e “Etude Nationale Nutrition Santé (ENNS)”) che hanno mostrato che persone con un indice alimentare FSA-NPS più alto (che riflette una minore qualità nutrizionale della dieta) consumano una maggior quantità di cibi dolci, grassi e salati e una minore di frutta, verdura, pesce e cereali integrali. Tale indice è anche associato a un’assunzione di energia più elevata, a una maggiore assunzione di grassi saturi e zuccheri aggiunti e a una minore assunzione di acidi grassi polinsaturi, fibre, vitamine e minerali.

I soggetti con un più alto indice alimentare FSA-NPS (individuati nel campione di coloro che si sono sottoposti allo studio) erano con più probabilità uomini, giovani, fumatori, con una massa corporea elevata e redditi bassi. Tali soggetti sono stati associati a un rischio maggiore di sviluppare una malattia cronica, ma nessuno studio ha esplorato direttamente le associazioni con la mortalità.

Riscontro nei consumatori e successo dell’iniziativa:

È stato poi chiesto ai partecipanti dello studio di valutare la qualità nutrizionale di tre prodotti sulla base delle informazioni fornite dal sistema front-of-pack. Nel complesso, il “5-CNL” è stata l’etichetta più efficace (64,6% delle risposte corrette), seguita dal “Traffic light” (56,4%), “GDA” (50,2%) e “Tick” (29,4%).

Nessun effetto è stato invece osservato nel numero di articoli acquistati o nel prezzo del carrello della spesa e il sistema Nutri-Score è risultato più efficace per le famiglie a più basso reddito.

Eventuale adozione del Nutri-Score in Francia e in Paesi UE:

Gli Stati membri dell’Unione europea non hanno il potere di imporre l’etichettatura nutrizionale a livello nazionale. La decisione deve essere presa a livello europeo.

In Commissione europea sono attualmente in corso discussioni per decidere quale unico logo nutrizionale debba essere applicato in modo obbligatorio a partire dal 2022 in tutta Europa e il Nutri-Score rappresenta un candidato notevole, essendo l’unico logo ad aver subito una validazione scientifica approfondita (più di quaranta pubblicazioni). 

La richiesta di un’etichetta nutrizionale semplificata sulla parte anteriore della confezione sta crescendo anche tra i cittadini: una petizione sulla piattaforma change.org a sostegno del Nutri-Score ha ricevuto più di 250.000 firme.

Attualmente solo Francia, Belgio, Germania, Lussemburgo e Olanda hanno riconosciuto il punteggio Nutri-Score come loro logo ufficiale. Altri Paesi in cui il Nutri-Score sembra aver riscosso successo sono Portogallo e Svizzera, mentre l’Italia vi guarda con grande diffidenza.

In Spagna è ancora in fase di approvazione, poiché come in Italia si ha timore per le conseguenze sui prodotti tipici locali. Il Partido Nacionalista de Lanzarote ha chiesto di escludere dall’applicazione del sistema Nutri-Score gli alimenti e i prodotti alimentari riconosciuti come DOP e IGP, in ragione della “impossibilità” di intervenire sulla loro composizione o preparazione per migliorarne le caratteristiche nutrizionali.

D’altra parte, critiche giungono da “SAFE Advocacy Europe” e altri che reputano il Nutri-Score troppo semplicistico, poiché non considera il maggior valore dei prodotti naturali o minimamente trasformati – tra i quali, ad esempio, l’olio extravergine d’oliva – rispetto a quelli ultraprocessati.

A opporsi ci sono anche molti gruppi alimentari internazionali come Ferrero, Coca-Cola, Mars, Monadalez, Kraft, Unilever e Lactalis.

Tuttavia, quasi 300 scienziati europei – tra esperti di nutrizione e salute pubblica, e oltre 26 associazioni scientifiche – hanno rivolto un appello alla Commissione europea a marzo 2020, che incoraggia ad adottare in tutta Europa il Nutri-Score.

Nutri-Score: la posizione dell’Italia

Molti scienziati, quindi, sono d’accordo nell’affermare che l’adozione a livello europeo del sistema Nutri-Score contribuisca a mitigare l’obesità e le malattie correlate, ma nonostante le accurate ricerche, non tutte le Nazioni approvano questo sistema. Tra queste è presente anche l’Italia, in cui associazioni come la Coldiretti, vari partiti, istituzioni statali e governative osteggiano caldamente il sistema perché prodotti tipici italiani, e quindi prodotti famosi a livello mondiale, sono segnalati con la lettera C (segnale giallo) o D (segnale arancione) per evidenziare l’alto contenuto di grassi. 

Tra questi prodotti, tre sono i capisaldi dell’enogastronomia italiana: olio EVO, parmigiano reggiano e prosciutto crudo. 

A riguardo sono state mosse delle critiche, sia da un punto di vista economico che scientifico, da esperti italiani, i quali ritengono che tali valutazioni risulterebbero fallaci. Nel caso dell’olio EVO, ad esempio, non tengono conto della minore quantità utilizzata a porzione rispetto ai parametri Nutri-Score.

In risposta, gli scienziati dell’EREN, come riportato dall’articolo del POST del 26 novembre 2021, hanno sottolineato che l’etichetta dell’olio d’oliva non va confrontata con qualsiasi altro prodotto alimentare, ma solo con quelle di altri oli. In tal modo, si può notare come l’olio d’oliva nonostante sia classificato come “C”, per il contenuto importante di acidi grassi (dal 2,50 al 21%), sia più salutare rispetto a quello di mais e soia (classificati entrambi come D), ma anche rispetto all’olio di cocco e al burro riconosciuti come “E”. Infatti, nella valutazione dell’olio EVO non va considerata solo la quantità a porzione, ma anche le proprietà tipiche dello stesso, costituito principalmente da acidi grassi monoinsaturi, con un solo doppio legame nella catena.

Gli scienziati dell’EREN ritengono, inoltre, che nonostante i formaggi e i salumi siano classificati come “D” ed “E”, possono in realtà far parte di un’alimentazione equilibrata se assunti in quantità limitata. 

Sebbene queste argomentazioni poggino su basi scientifiche, non hanno comunque convinto del tutto politici e associazioni di produttori italiani. Per tale ragione, con il Decreto del 19 novembre 2020 è stato ideato un sistema alternativo al Nutri-Score, chiamato “NutrInform Battery”.  A ciò si aggiunge anche un apposito Manuale d’uso del marchio nutrizionale Nutrinform battery, che si può leggere dal portale ministeriale dedicato all’argomento (https://www.salute.gov.it/portale/nutrizione/dettaglioPubblicazioniNutrizione.jsp?lingua=italiano&id=3057). Questo sistema consiste nel rappresentare in etichetta la percentuale assunta di energia e nutrienti rispetto alla porzione di consumo consigliata per l’alimento. 

Nutri-Score vs NutrInform: chi la spunterà?

Dato un dibattito così importante, è necessario fare un confronto tra i due sistemi; i risultati ottenuti da ricerche avanzate sottolineano come non sia sostenibile adottare un unico approccio per un qualsiasi individuo. Infatti, il patrimonio genetico di ogni persona rende difficile proporre un sistema univoco per classificare i cibi secondo parametri generali stabiliti da algoritmi indipendenti dalle porzioni e dalla composizione nutrizionale ed energetica.

Detto ciò, secondo il Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità dell’Università degli Studi di Milano, il Nutri-Score non migliora le conoscenze/competenze nutrizionali del consumatore, perché non permette di identificare la componente nutrizionale responsabile della valutazione finale del prodotto. 

Invece, il Nutrinform Battery si riferisce alla porzione di alimento effettivamente consumata e risulta essere, perciò, un sistema informativo. Infatti, l’aggiunta del comparto grafico rende facilmente comprensibile il messaggio dell’etichetta (consiste in un sistema di 5 pittogrammi a forma di batteria con la quota percentuale dell’apporto giornaliero per calorie, grassi totali e saturi, zucchero e sale). 

È interessante sottolineare come il NutrInform Battery abbia ottenuto ottimi risultati nei Paesi in cui è stato utilizzato al posto del Nutri-Score (Mazzù et al- 2021b). 

Un problema da affrontare

Sebbene questi ultimi dati sembrino propendere per un miglior utilizzo del Nutrinform Battery a discapito del Nutri-Score, la variabilità genetica, etnica e individuale rendono difficile una standardizzazione di tali parametri. È altresì vero che l’educazione alimentare non può essere trascurata dall’UE, se non altro per provare a contrastare l’obesità, soprattutto quella infantile, che secondo i dati raccolti dal COSI (“Childhood Obesity Surveillance Initiative”) si riscontra nel 13% dei bambini e nel 9% delle bambine. Un dato così importante richiede una regolamentazione, se non altro anche per evitare il consumo eccessivo di Junk Food; quale che sia però il metodo migliore per far combaciare la salute dei cittadini e le richieste economiche di alcuni Paesi fondatori dell’UE come l’Italia, è un dibattito che non sembra destinato ancora a chiudersi del tutto. 

Bibliografia-Sitografia

La prima pubblicazione in merito: https://apps.who.int/iris/handle/10665/325207

Studio scientifico sul Nutriscore, primi risultati: https://www.greatitalianfoodtrade.it/etichette/nutriscore-e-scelte-di-salute-studio-scientifico

Il Nutriscore in Europa e i pareri discordanti: https://ec.europa.eu/growth/tools-databases/tris/fr/index.cfm/search/?trisaction=search.detail&year=2017&num=159&mLang=IT ; https://www.greatitalianfoodtrade.it/etichette/nutriscore-e-profili-nutrizionali-aggiornamenti-da-bruxelles ; https://ilfattoalimentare.it/nutri-score-etichetta-semaforo-dubbi.html

La forte opposizione in Italia, spiegata: https://www.ilpost.it/2021/11/26/italia-cibo-etichetta-nutri-score/

Nutrinform Battery: https://www.salute.gov.it/portale/nutrizione/dettaglioContenutiNutrizione.jsp?lingua=italiano&id=5509&area=nutrizione&menu=etichettatura ; https://www.nutrinformbattery.it/

La parte utile potrebbe essere quella del confronto tra Nutri Score e Nutrinform Battery (il punto 3. del pdf nell’indice): https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5509_1_file.pdf

Una possibile conclusione potrebbe essere parlare delle etichette climatiche (meno discriminanti e più “obiettive”: https://www.lifegate.it/etichette-climatiche-spesa-sostenibile

Amazon Campus Challenge

Amazon Campus Challenge

Quella offerta da Amazon è una delle migliori opportunità in circolazione per tutti gli appassionati del “digitale”. L’Amazon Campus Challenge è alla sua terza edizione (la seconda è terminata a giugno 2021), dopo il grande successo riscosso negli anni passati è nuovamente pronta a coinvolgere quanti più giovani possibili in un contest di grande spessore. Chi vi partecipa ha l’opportunità di arricchire col nome di un’azienda ai vertici mondiali il proprio curriculum vitae, aldilà di quello che sarà il piazzamento finale nella graduatoria. Inutile dire cosa significherebbe inserire il proprio nome nell’albo d’oro di una challenge targata Amazon: la carriera lavorativa proseguirebbe a vele spiegate!

Obiettivi

L’Amazon Campus Challenge vuole rispondere a due questioni assolutamente centrali nel XXI secolo: offrire ai giovani l’opportunità di mettersi in gioco e cercare una soluzione a tutte le difficoltà che stanno incontrando le piccole e medie imprese per rimanere al passo coi tempi. Proprio quest’ultimo è il tema attorno al quale gira l’intero progetto: i partecipanti dovranno proporre un’idea e il relativo sviluppo pratico per migliorare il posizionamento di un’azienda a loro scelta. La chiave del progetto sarà l’utilizzo del marketplace di Amazon, ma per valorizzare al meglio il proprio lavoro bisognerà porre l’attenzione su diversi aspetti: come la creazione di un sito web o la realizzazione di una campagna di advertising. In altre parole, quindi, i ragazzi dovranno trasformare la commercializzazione tradizionale della loro impresa in una commercializzazione all’avanguardia, capace di distinguersi in un mercato ultra-competitivo come quello attuale.

La passata edizione

La seconda edizione italiana della Amazon Challenge si è conclusa il 17 giugno 2021 con la vittoria di Sara Marvataj e Leonardo Rossi (entrambi dell’Università di Brescia). Il loro progetto ha risollevato le condizioni di un piccolo negozio del Bresciano impegnato nella vendita di poltrone, divani e postazioni letto. L’importante incremento di entrate che hanno generato a favore della piccola impresa ha garantito loro il primo premio e la considerevole cifra di 10mila euro che Amazon ha messo in palio. Non hanno, comunque, disperato i secondi e i terzi classificati: le due squadre “Internet of Pesto” e “MUVART” hanno, infatti, vinto rispettivamente 7mila e 5mila euro.

Le fasi del progetto

Il programma si suddivide in quattro diverse fasi.

1) La prima parte consiste nell’iscrizione del team. Ogni team dovrà essere composto da un minimo di due studenti sino a un massimo di cinque. È altamente consigliabile avere all’interno della propria squadra quante più competenze possibili: è vero che la voce principalmente valutata è il fatturato, ma per raggiungerlo non sarà basterà essere esclusivamente degli ottimi marketer.

2) Nella fase 2 bisognerà registrare i componenti del team e ricercare l’azienda con cui portare avanti il proprio progetto. Ogni squadra dovrà mettersi in contatto autonomamente con le aziende locali per convincerne una a partecipare alla Challenge. L’azienda deve essere insediata in Italia e in passato non può aver venduto i suoi prodotti su Amazon.

3) La terza parte coincide con l’attuazione del progetto. Bisognerà accompagnare l’azienda partner nella sua svolta digitale, dalla creazione di pagine prodotto al monitoraggio delle performance ottenute. Ogni team avrà nelle sue mani il futuro dell’impresa e dovranno adottare tutte le strategie che hanno a disposizione per ottenere i risultati prefissati. Il tempo a disposizione sarà di circa due mesi; nella seconda edizione l’arco di tempo andò da marzo a maggio. È essenziale inviare il business plan entro le scadenze riportate sul sito ufficiale, pena l’esclusione dalla graduatoria finale.

4) La parte finale avviene nella sede italiana di Amazon e vedrà riunite le cinque squadre che hanno ottenuto il punteggio migliore nella fase di vendita on-line e nel business plan. Ogni team potrà presentare il proprio progetto con l’obbiettivo di convincere una giuria di esperti che il loro sia effettivamente il programma migliore tra gli oltre settanta gruppi partecipanti (numeri ripresi dall’edizione 2021).

Perché partecipare

Seppur le motivazioni emergano da sé, l’Amazon Campus Challenge si differenzia da molti degli altri programmi che compaiono sui profili di GeCo.ita per un motivo in particolare. Tutte le opportunità che vengono messe a disposizione dei giovani hanno un valore inestimabile, valore che solitamente è riconducibile alla bontà dell’esperienza offerta. Amazon, oltre ad offrire un qualcosa che è estremamente formativo, mette in palio una consistente somma economica. L’investimento di tempo ed energie dei partecipanti, quindi, viene ripagato nell’immediato e non soltanto col progredire delle loro carriere lavorative.

Impatto ambientale Dieta Vegana

Una dieta verde: analisi sull’impatto ambientale della dieta vegana

Al giorno d’oggi è sempre più frequente l’adozione di regimi alimentari vegetariani e vegani. Si contano oltre 375 mila vegetariani nel mondo. La pratica completa, tuttavia, si estende anche ai vegani che, uniti ai primi, ammontano a 1 miliardo di tutta la popolazione globale.

Documentari influenti come Cowspiracy e What the Health hanno puntato i riflettori sull’industria intensiva della carne e dei latticini con i relativi impatti sulla salute umana e animale e sull’ambiente in generale.

Ciò ha portato l’opinione comune a credere che sarebbe opportuno convertirsi integralmente a un regime alimentare vegano o quantomeno vegetariano, così che possa pesare di meno a livello ambientale rispetto a una dieta con alimenti derivanti dagli animali; ma è proprio così?

L’impatto demografico

È un dato di fatto che la popolazione mondiale continui ad aumentare. Secondo le Nazioni Unite saremo 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 nel 2100. Più persone sul pianeta significa più cibo necessario: il consumo sempre maggiore di carne dei Paesi sviluppati e il crescente aumento di questa tendenza nei Paesi in via di sviluppo rende il modello attuale assolutamente non sostenibile sul lungo periodo.

I numeri della carne

Più carne significa infatti più terra dedicata alla coltivazione dei vegetali necessari a nutrire gli animali allevati prevalentemente in modo intensivo. Questo comporta un importante consumo di acqua e crescenti emissioni di metano nell’atmosfera. La carne è fonte di poche calorie a fronte di un vasto spreco di risorse: circa l’83% dei terreni coltivati del nostro pianeta sono utilizzati per produrre carne e latticini, che però forniscono solo il 18% circa delle calorie necessarie al nostro sostentamento. Uno studio sulle emissioni di metano da parte del bestiame (in particolare dei bovini) afferma che essi “hanno contribuito in modo importante ad aumentare i livelli di emissioni di metano dal 2007” e, secondo la FAO, “l’allevamento contribuisce alle emissioni di gas serra per il 14,5% delle attività umane.”

Waterfootprint dichiara che per produrre un chilo di carne di manzo servono 15.400 litri d’acqua, per un chilo di burro ne servono 5553. Per produrre le verdure i numeri si riducono. Occorrono 353 litri d’acqua per un chilo di cetrioli, 237 per un chilo di insalata, 214 per un chilo di pomodori. Siamo di fronte a due grandezze estremamente diverse, tanto che sembra quasi scontato che essere vegani, o almeno vegetariani, sia l’unica via per nutrirsi sfruttando il minor numero possibile di risorse.

https://infogram.com/water-footprint-1hd12ygoxzxx2km

E se il mondo diventasse vegano?

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, se tutti diventassimo vegani avremmo:

  • Riduzione del 49% dell’emissione dei gas serra per la produzione di cibo;
  • Riduzione del 76% dei terreni utilizzati per produrre cibo;
  • Riduzione del 49% dell’eutrofizzazione, per cui i nutrienti dei fertilizzanti si riversano in laghi e fiumi, danneggiando gli ecosistemi e riducendo la biodiversità;
  • Riduzione del 19% dei prelievi di acqua dolce.

Tuttavia, bisogna riconoscere che non sempre gli alimenti a base vegetale hanno un’impronta ambientale ridotta. È sempre bene considerare anche le emissioni di gas serra prodotte per il trasporto via aerea di alcuni frutti o verdure non di stagione che arrivano in Europa per colmare le lacune. Secondo una ricerca di Angelina Frankowska, che studia Sostenibilità all’Università di Manchester, gli asparagi consumati nel Regno Unito hanno un’impronta di circa 5,3 kg di anidride carbonica per chilo di asparagi. L’emissione così ingente è dovuta proprio all’importazione per via aerea dal Perù.

Avocado, mango, cacao, anacardi e funghi, quando vegano non vuol dire green

Le emissioni dovute al trasporto non sono l’unico fattore da considerare. Dall’articolo del Future intitolato “Why the vegan diet is not always green” e scritto da Richard Gray, emerge che alcuni alimenti di origine vegetale hanno un impatto sproporzionato sull’ambiente per motivi diversi. La produzione di alcuni vegetali risulterebbe, infatti, addirittura più inquinante della carne di animali allevati in maniera non intensiva e macellati localmente, oltre a essere, come nel caso del caffè o del cacao, fonte di sfruttamento di lavoratori più poveri nei Paesi in via di sviluppo.

Ad esempio, l’avocado, che risulta essere importante per l’apporto di proteine, vitamine e acidi grassi per coloro che eliminano del tutto la carne, assorbe quantità enormi di acqua. Si stima infatti che un singolo albero maturo abbia bisogno fino a 209 litri di acqua ogni giorno in estate.

Altresì importante è il consumo idrico causato dal mango. Un singolo chilo di questo frutto richiede infatti circa 686 litri di acqua. Poco meno della metà sono necessari anche per la coltivazione di prugne, dove per un chilo sono necessari 305 litri.

Oltre all’ingente consumo di acqua, le conservazioni speciali e l’imballaggio fanno sì che le emissioni di CO2/kg di avocado ammontino a 2,2 kg, mentre quelle del mango a 4,4 kg di CO2/kg.

Tra gli alimenti che hanno sviluppato maggiormente la reputazione di “salutari”, ma che presentano un lato profondamente oscuro per l’ambiente, rientra il cacao. In particolar modo, la coltivazione di piante di cacao ha provocato il disboscamento di circa 2,1 milioni di ettari tra il 1998 e il 2007. Il cacao comporta inoltre un’ingente produzione di CO2, che si attesta a 11,2 kg per un chilo di cioccolato e addirittura 33,6 kg per un chilo di cacao in polvere (dati forniti da un’analisi dell’Università di Michigan).

Sorprendente anche l’impatto di anacardi (che sono delle noci ad alta intensità idrica) e mandorle sia per il consumo idrico ma anche per le emissioni di CO2. Gli anacardi, infatti, richiedono circa 4134 litri di acqua per kg. Per quanto riguarda le emissioni, gli stessi anacardi rilasciano circa 4,99 kg di CO2/kg, risultato dovuto principalmente al loro raccolto a basso rendimento. Per le mandorle invece, secondo uno studio di ricercatori italiani, si stima che un sacchetto di soli 100g emetta 2,61 kg di CO2/kg, mentre un vasetto di pasta di mandorle emette fino a 2,89-3,07 kg di CO2/kg.

Anche i funghi, caposaldo della dieta vegana, rappresentano un’importante fonte di emissioni di gas serra. In particolare, secondo uno studio finanziato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la produzione di un chilo di funghi champignon emette dai 2,13 ai 2,95 kg di CO2, mentre secondo la US Cushroom Council, organizzazione statunitense di produttori di funghi freschi, l’impatto ammonterebbe soltanto a 0,7 kg di CO2 per chilo di funghi.

In questo caso, la maggior parte delle emissioni proverrebbe dall’energia necessaria per mantenere caldi i locali dove vengono coltivati.

Oltretutto, gli stessi funghi producono CO2 durante la crescita, tanto che alcune specie richiedono livelli di CO2 anche 48 volte superiori rispetto all’aria esterna. Naturalmente gran parte di questa produzione di CO2 viene mantenuta all’interno di stanze sigillate, ma a volte è necessario che essa venga ricambiata con l’aria fresca.

Non solo, secondo la FAO anche l’impatto ambientale dell’aratura dei terreni è spesso sottovalutato: per consumare cibi a basso impatto ambientale sarebbe necessario cibarsi di prodotti coltivati in maniera “no-dig”, ovvero ottenuti senza aratura. Il terreno, infatti, contiene al suo interno grandi scorte di carbonio, che vengono rilasciate nell’atmosfera sottoforma di CO2 tramite l’aratura intensiva. Per non parlare poi dei mezzi motorizzati (e delle relative emissioni) utilizzati per arare grandi aree di terreno e della terra persa a causa dell’erosione, che globalmente interessa tra i 25 e i 40 miliardi di tonnellate di terra l’anno.

Incentivare il sostenibile

Secondo Isabella Tree, scrittrice e giornalista britannica che da vent’anni lavora assieme a suo marito coltivando campi in maniera biologica, piuttosto che essere sedotti dalle esortazioni a mangiare più prodotti a base di soia, mais e cereali coltivati industrialmente, sarebbe più appropriato “incoraggiare forme sostenibili di produzione di carne e latticini basate sui tradizionali sistemi di rotazione, il pascolo permanente e conservativo”. Dovremmo quantomeno mettere in discussione l’etica dell’aumento della domanda di colture che richiedono input elevati di fertilizzanti, fungicidi, pesticidi ed erbicidi, demonizzando al contempo forme sostenibili di allevamento del bestiame in grado di ripristinare il suolo e la biodiversità e sequestrare il carbonio.

Non utilizzando le avermectine (gli agenti antiparassitari normalmente somministrati al bestiame nei sistemi intensivi) o gli antibiotici, il loro sterco nutre lombrichi, batteri, funghi e invertebrati come gli scarabei stercorari, che trascinano il letame nella terra. 

Questo è un processo vitale di ripristino dell’ecosistema che restituisce nutrienti e struttura al suolo. La perdita di suolo è una delle più grandi catastrofi che il mondo di oggi deve affrontare. Un rapporto del 2015 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura afferma che, a livello globale, ogni anno si perdono dai 25 ai 40 miliardi di tonnellate di terriccio a causa dell’erosione, principalmente grazie all’aratura e al raccolto intensivo. 

Lasciare i seminativi a maggese e restituirli al pascolo per un certo periodo è l’unico modo per invertire quel processo, fermare l’erosione e ricostruire il suolo, secondo l’UN Food e l’Organizzazione per l’Agricoltura.

Il pascolo del bestiame non solo fornisce un reddito agli agricoltori, ma lo sterco, l’urina e persino il modo in cui pascolano gli animali accelerano il ripristino del suolo.

La chiave è essere biologici e mantenere basso il numero di capi di bestiame per prevenire il pascolo eccessivo.

Nell’equazione vegana, al contrario, il costo del carbonio dell’aratura è raramente considerato. Dalla rivoluzione industriale, secondo un rapporto del 2017 sulla rivista scientifica Nature, fino al 70% del carbonio nei nostri terreni coltivati ​​è stato disperso nell’atmosfera.

Un monito per il futuro

“Non c’è dubbio che dovremmo tutti mangiare meno carne. Certamente le azioni per smettere di produrre carne in modo inquinante, non etico e intensivo sono lodevoli. Ma se in quanto vegani ci si preoccupa dell’ambiente, del benessere degli animali e della propria salute, allora non si può far finta che sia semplicemente non mangiando più carne e latticini che si risolverà la questione. Sebbene possa sembrare controintuitivo, aggiungere occasionalmente alla dieta carne prodotta in modo biologico, proveniente da animali alimentati al pascolo, potrebbe essere la strada giusta per far quadrare le cose”.Isabella Tree

Bibliografia e Sitografia

Tree I., 

If you want to save the world, veganism isn’t the answer, Intensively farmed meat and dairy are a blight, but so are fields of soya and maize. There is another way, https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/aug/25/veganism-intensively-farmed-meat-dairy-soya-maize

Zanni F.

La dieta vegana inquina meno di quella onnivora? Un racconto in numeri, La dieta vegana è sempre più diffusa per ragioni legate all’animalismo e alla sostenibilità ambientale. Ma la produzione degli alimenti non è mai a impatto zero, anche con questo tipo di regime alimentare. https://oggiscienza.it/2019/11/19/dieta-vegana-inquinamento-numeri/

Intini E.

Da domani tutti vegetariani… Che cosa accadrebbe? Uno scenario irrealistico, ma utile per capire che impatto hanno le nostre abitudini alimentari sul Pianeta. E quanto sia importante la moderazione nelle scelte di consumo. https://www.focus.it/ambiente/ecologia/da-domani-tutti-vegetariani-che-cosa-accadrebbe

Gorvett Z.

How a vegan diet could affect your intelligence, The vegan diet is low in – or, in some cases, entirely devoid of – several important brain nutrients. Could these shortcomings be affecting vegans’ abilities to think? https://www.bbc.com/future/article/20200127-how-a-vegan-diet-could-affect-your-intelligence

Spector T.

The big idea: is going vegan enough to make you – and the planet – healthier? Simply avoiding meat and dairy isn’t going to cut it if you still turn to ultra-processed foods, https://amp.theguardian.com/books/2022/jan/31/the-big-idea-is-going-vegan-enough-to-make-you-and-the-planet-healthier

Stile Italiano nel Mondo

Stile italiano nel Mondo

«Lo stile è lungi dall’essere un concetto puro; è una nozione complessa, ricca, ambigua, molteplice. Invece di spogliarsi delle sue precedenti accezioni man mano che ne acquisiva di nuove, il termine le ha accumulate…»1. È con queste parole che Antoine Compagnon, critico letterario e docente francese, mette in luce l’estrema complessità di una parola oggi molto in voga: “stile”.

Quando si parla di stile, il pensiero va subito al patinato mondo della moda, a quello che è di tendenza fra le star o alle linee snelle ed essenziali del design moderno, eppure questo termine ha una genesi molto antica. Se in origine lo stilus designava la bacchetta appuntita con cui scrivevano i latini, col tempo questa parola è stata sempre più utilizzata per indicare il modo di scrivere di ciascun autore.

Lo stile è quindi «fisionomia dello spirito»2, una sorta di biglietto da visita che permette agli altri di cogliere aspetti di sé nascosti e latenti senza dover spiegare o raccontare, perché ciò che realmente conta è la dimensione visuale, lo sguardo. Nonostante sia inoltre qualcosa di puramente estetico, lo stile è in grado di rivelare quel che c’è di recondito, personale e interiore: «lo stile è l’uomo stesso»3.

Uno stile può essere tuttavia condiviso non solo dal singolo ma anche da un gruppo sociale, una comunità e un’intera nazione. Condurvi un’analisi aiuta a ricostruire un itinerario antropologico che riporta alla luce la storia, gli usi, i costumi e le abitudini di un determinato popolo, nonché il suo campo di influenza nel mondo. Negli ultimi anni, questo tipo di approccio ha permesso all’US News di stipulare una classifica: la Best Countries for Cultural Influence Ranking.

Attraverso fattori come la moda, la qualità della vita, il cibo e la cultura, tale classifica delinea lo stile di ciascun paese e, al tempo stesso, valuta il peso e l’influenza che esso esercita sulle altre potenze. Nel 2021 il primo posto della Cultural Influence Ranking è stato occupato dall’Italia.

Il Belpaese detiene il titolo di capolista già da diversi anni, sebbene la storia della sua produzione e del suo impatto globale inizi all’indomani della Seconda guerra mondiale. Nonostante sia uscita sconfitta dagli eventi bellici, l’Italia ha portato avanti il processo di industrializzazione, inserendosi di diritto nel boom economico e adeguandosi ai nuovi criteri di produzione di massa derivati dal fenomeno del “fordismo”. Ciononostante, l’industria italiana non ha mai smesso di valorizzare il mondo del design e dell’estetica esprimendo, attraverso i suoi prodotti, il proprio gusto e la propria eleganza. L’Italia, quindi, si è sempre distinta perché faceva «cose per molti ma pensando ad ognuno»4.

Dalla metà degli anni ’70, a seguito della saturazione dei mercati, il mondo ha dovuto fare i conti con i problemi legati alla sovrapproduzione. Tuttavia, il tramonto del mercato riempitivo5 ha toccato solo marginalmente l’Italia che, anziché creare enormi impianti industriali, ha mantenuto una produzione di nicchia, attenta alla tradizione e alla qualità, promossa da piccole aziende, spesso a conduzione familiare, unite da reti più o meno ampie.  

Il Made In Italy è sì, figlio della terza rivoluzione industriale, ma racchiude nella sua anima il paradigma classico del kalòs kai agathòs – il bello e buono – cioè l’idea che al bello esteriore corrisponda un valore interiore. L’oggetto italiano risulta bello perché racchiude una storia fatta di scelte accurate di materiali e forme, una lavorazione meticolosa e la passione per il mestiere, per il saper fare: è questo lo stile italiano.

Così il Made in Italy è diventato in poco tempo sinonimo di qualità e bellezza. Gli esperti sostengono che se quest’ultimo fosse un brand commerciale, sarebbe il terzo più noto al mondo – dietro solo a Coca-Cola e Visa – nonché fregio di un’ampia varietà di prodotti: dal settore enogastronomico alla cultura, dall’architettura al teatro lirico, senza dimenticare la moda e il design automobilistico, considerati i fiori all’occhiello della produzione italiana.

La moda italiana

Viaggiare all’estero ed essere riconosciuti come italiani significa essere costantemente associati ad alcuni capisaldi della tradizione: il buon cibo, la musica e l’alta moda.

Per quel che riguarda la moda, questo accostamento risulta piuttosto recente. Nel clima di rinnovamento, crescita e sviluppo che caratterizzò gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, numerosissimi ambiti commerciali e industriali italiani vissero infatti una smisurata espansione. Si pensi, ad esempio, all’esplosione di marchi nostrani quali Fiat e Olivetti. La nascita della moda made in Italy è quindi parte integrante del cosiddetto miracolo economico, ma ne costituisce anche un fisiologico sviluppo. Negli anni del consumismo e della produzione in serie, gli italiani riescono quindi a procurarsi – sempre più agevolmente – automobili, elettrodomestici e vestiti.

Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il colossale universo della moda italiana al solo boom economico. Lo sviluppo della filiera tessile locale, ad esempio, non spiega chiaramente quali circostanze le permisero di acquisire una fama mondiale e di entrare in competizione con altre realtà già ben affermate a livello internazionale, prima tra tutte quella parigina. Le riflessioni legate alla guerra non devono quindi riguardare esclusivamente l’economia, ma anche la sfera sociale e culturale, enormemente influenzate dal conflitto. Non è un caso che il ruolo della donna e le sue conseguenti implicazioni quotidiane siano radicalmente cambiate proprio a partire dagli anni Quaranta del ‘900. In questo periodo la moda parigina, caratterizzata da abiti sontuosi e appariscenti, non si addice più all’austera quotidianità occidentale e si scontra, oltre che con l’oggettiva difficoltà di reperire i materiali, con la necessità di dover realizzare capi d’abbigliamento più pratici e adatti alla nuova figura della donna lavoratrice e capofamiglia. È in questo modo che le diverse capitali europee, ma non solo, entrarono in competizione con quella francese, andando a delineare un settore industriale articolato su più nuclei urbani.

L’entrata dell’Italia nel panorama mondiale della moda si fa solitamente risalire al 12 febbraio 1951, anno in cui il conte Giovan Battista Giorgini organizzò una sfilata a Firenze per mostrare a un pubblico americano i vestiti e gli accessori di manifattura italiana. Tuttavia, già da diverso tempo, la città toscana si era configurata come uno dei centri di maggior rilievo per quanto concerne la moda, assieme a Roma, Torino e naturalmente Milano. In breve tempo, fu proprio quest’ultima città ad assestarsi come punto di riferimento assoluto nel panorama nazionale, anche grazie al fiorire dell’editoria di settore – la maggior parte delle riviste di moda aveva infatti la propria sede nel capoluogo lombardo. Il suo primato appare ancora oggi ben saldo soprattutto in virtù della settimana della moda che, due volte l’anno – in autunno e primavera – impegna la città meneghina. Milano vanta inoltre un quartiere interamente dedicato alla moda, il cosiddetto Quadrilatero, la cui colonna portante è senza dubbio via Montenapoleone.

Il tentativo di spiegare perché proprio la haute couture italiana abbia fatto breccia nel cuore dei modaioli di tutto il mondo ci riporta indietro di molti secoli e, più precisamente, agli antichi fasti dell’Impero romano e allo splendore della pittura rinascimentale. L’Italia è la patria dell’arte: questo riconoscimento si riflette immancabilmente anche nella moda, nella cura del particolare, nel gusto, nell’armonia, nella meticolosità dei sarti e nella continua ricerca dell’eleganza. È quanto Fausto Puglisi, stilista siciliano, ha magistralmente riassunto per la BBC: «Il glamour è un qualcosa di profondamente accattivante, qualcosa di strettamente legato alla bellezza, e io credo fermamente nella bellezza. Per noi italiani dev’essere un qualcosa in cui cresciamo, è parte del nostro senso del gusto e della nostra cultura, del nostro approccio alla vita. Guardate l’arte, la scultura e l’architettura: dall’Impero romano alla contemporaneità, esse continuano a far parte della nostra vita quotidiana»6.

Queste considerazioni possono sembrare superficiali o campaniliste, specie se fatte da un italiano, ma finiscono per assumere tutta un’altra autorità se confrontate con dati e fatti. In questo senso è di estremo interesse l’infografica La moda italiana nel mondo realizzata dalla Camera di Commercio e Promos Italia sulla base dei dati Istat 2018-2019 del terzo trimestre7. Nel periodo preso in considerazione, il settore della moda ha esportato prodotti per un totale di 42 miliardi di euro e ha coinvolto una moltitudine di paesi. L’Europa resta il partner principale ma i prodotti nostrani sono particolarmente apprezzati anche oltreoceano e nell’Estremo Oriente, dove si registra un netto incremento commerciale.

Insomma, non c’è da stupirsi se tra le parole italiane più conosciute all’estero campeggiano i nomi dei più grandi stilisti di sempre: Versace, Gucci, Valentino, Dolce & Gabbana, Fendi e Armani.

Il Made in Italy si distingue nel panorama mondiale anche per essere l’emblema dello slow fashion, una moda di qualità lontana dalle produzioni seriali e massificate, che nasce dal lavoro lento e meticoloso degli artigiani. 

Dallo slow fashion scaturisce il concetto di sostenibilità, articolato in tre diverse dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Sarà pertanto oggetto di valutazione non soltanto l’inquinamento prodotto dalle fabbriche, ma anche le modalità utilizzate per ricavare i materiali, le condizioni di lavoro nella filiera, la quantità di prodotti realizzati, l’eventuale produzione di un surplus che finisce nelle discariche e l’impatto economico che necessariamente incombe sulle popolazioni locali.

L’associazione no profit che coordina e promuove lo sviluppo della moda italiana nel mondo è la Camera Nazionale della Moda Italiana8 (CNMI), che da sempre persegue una politica di supporto organizzativo finalizzata alla conoscenza, alla promozione e allo sviluppo della moda attraverso eventi di alto profilo, sia in Italia che all’estero.

Da anni, la CNMI si batte per ottenere una radicale trasformazione e un’evoluzione sostenibile per tutta la filiera. Nel 2012 è stato pubblicato il Manifesto per la Sostenibilità, recentemente aggiornato con nuove linee guida che spiegano come regolare l’uso dei prodotti chimici all’interno delle filiere produttive. L’obiettivo è quello di aiutare le aziende a creare prodotti di qualità, conformi ai più avanzati requisiti di sostenibilità. Nonostante ci si soffermi frequentemente sui parametri chimici da seguire e sulla quantità di miscele possibili, occorre gestire nel miglior modo possibile anche la fase di confezionamento, al fine di minimizzare i rischi ambientali e sociali. Solo in questo modo è possibile ridurre lo spreco di energie e risorse, dando vita a un prodotto valido e duraturo. Quest’ultimo aspetto viene ripreso in un protocollo patrocinato dal Ministero della Transizione Ecologica, messo a punto della Commissione chemicals della CNMI in collaborazione con varie altre associazioni. Il documento parla anche di economia circolare, spiega infatti che la CNMI dispone di un gruppo di esperti per affrontare al meglio questo controverso argomento.

Dagli attuali bilanci ESG emerge che è l’Italia a primeggiare nella classifica europea sul riciclo dei rifiuti. Al Belpaese è attribuita la più alta percentuale sulla totalità, il 79,4%, più del doppio rispetto alla media europea che si assesta intorno al 49%. È perciò attestato un risparmio annuo di 23 tonnellate di petrolio e 63 tonnellate di CO2.

Significative sono anche le storie di imprenditoria circolare che si celano dietro questi numeri. Esse sono raccolte in un rapporto intitolato 100 Italian Circular Economy Stories, pubblicato dalla Fondazione Symbola ed Enel. Fra le tante categorie, l’industria del tessile-moda è la più presente: conta infatti dodici realtà meritevoli, tra cui storiche industrie tessili, marchi globali, aziende innovative e start up, a conferma del crescente investimento del Made in Italy nel campo della sostenibilità.

Le startup

Tra le start up spicca Atelier Riforma, situata a Torino, che in un anno e mezzo ha raccolto circa otto mila capi, salvandoli dalle discariche. Essi vengono selezionati e lavorati da una rete di artigiani e sartorie sociali, che realizzano nuovi abiti per poi venderli su un e-store, assieme al relativo certificato di tracciabilità.

Blue of a Kind, a Milano, trasforma invece capi vintage di qualità – recuperati tra Italia e Francia – in abiti sartoriali, secondo un processo condotto interamente a mano da artigiani specializzati.

Sharing economy e anti-sovrapproduzione

Salvatore Ferragamo è l’unico grande brand del settore incluso nel report, grazie al suo recente e ricco programma di sostenibilità, che ha portato al lancio di prodotti come la Earth Top Handle Bag in sughero certificato FSC, fodera in lino ed elementi in poliestere riciclato. L’azienda è stata una delle prime a puntare sulla circolarità, risale infatti al 1994 il lancio di Ecostep, una suola realizzata con una percentuale di gomma ricavata da scarti industriali (circa il 30%).

DESIGN E INGEGNERIA AUTOMOBILISTICA

Nei primi decenni del ‘900, nel pieno della Belle Époque, sono sorse diverse industrie automobilistiche. Un esempio è la Ford Motor Company, fondata da Henry Ford nel 1903 a Detroit, negli Stati Uniti. È proprio in questa città che viene messa a punto la rivoluzionaria linea di montaggio del modello Ford T, presa come riferimento per i processi di produzione di massa anche nel resto del mondo.

In quegli stessi anni, anche in Italia vengono a crearsi numerose case automobilistiche. L’11 luglio del 1899, in un periodo di grande espansione industriale per la città di Torino, viene fondata la F.I.A.T.9.

A Torino, il motorismo si sviluppa più rapidamente e più solidamente che altrove poiché il capoluogo piemontese dispone di molti vantaggi: energia idraulica (e poi idroelettrica) a bassi costi, grazie alla presenza di quattro fiumi; collegamenti ferroviari con la nazione più progredita d’Europa, la Francia; l’industria del legno, che ha favorito l’insediamento delle carrozzerie automobilistiche; un’eccellente manodopera, formatasi nelle numerose fabbriche d’armi della città; scuole specializzate, tra cui la Scuola di Ingegneria, fiore all’occhiello della nuova classe dirigente; agevolazioni fiscali di vario tipo, trasporti pubblici efficienti e, non da ultimo, la capacità delle amministrazioni locali di creare le condizioni necessarie al ritrovamento di quell’identità perduta a seguito dello spodestamento politico. Per questi motivi, ma non solo, Torino è cresciuta con l’automobile e per l’automobile.

L’icona dell’automobilismo italiano risale al 1930. Si tratta della tanto acclamata Fiat 500, una vettura ideata per essere accessibile a tutti. In questo progetto di Dante Giacosa è infatti possibile riconoscere il design unico e inimitabile, l’armonia e la semplicità di un veicolo che ha fatto la storia dell’automobilismo italiano. È degno di menzione anche il Progetto 126, erede della 500.

Nei medesimi anni, inoltre, viene istituito il primo centro dedicato esclusivamente al design: la Carrozzeria Pininfarina. L’azienda di Battista Farina, fondata con l’aiuto di Vincenzo Lancia, si dedica principalmente alla produzione artigianale di carrozzerie, realizzando il design delle auto di quelle case che diventeranno il punto di riferimento del settore automobilistico italiano: Alfa Romeo, Fiat e Lancia.

La vera storia del design automobilistico ha però inizio nel secondo dopoguerra, e più precisamente nel 1947. In questi anni infatti l’industria italiana ha bisogno di riappropriarsi della propria storia e di dimenticare le atrocità della Seconda guerra mondiale. È per questo motivo che prende corpo un progetto che abbraccia le esigenze di un unico individuo. Vengono quindi studiati e commercializzati i disegni degli scooter Vespa e Lambretta, nonché quelli della tanto famosa Ape, un veicolo di lavoro a tre ruote di derivazione Piaggio.

All’insegna della speranza si è aperta anche la prima edizione del Salone dell’automobile di Torino, tenutasi nel 1948 alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Nel ricordare questo evento, Battista Farina sintetizza in una sola frase il suo personale concetto di bellezza automobilistica italiana: “Avevo imparato che, nel lavoro, conta molto più togliere che non aggiungere; infatti, di superfluo sappiamo che ce n’è dappertutto”.

Il tratto caratteristico della progettazione italiana risiede proprio in questo e si contrappone alle forme barocche e ridondanti dell’automobile americana. È a Battista Farina, Giovanni Savonuzzi, Piero Dusio e Dante Giacosa che si deve la 202, automobile prodotta da Cisitalia e ormai universalmente considerata l’emblema dell’Italian style. Presentata nel settembre del 1947, la vettura passa quasi in sordina finché nell’autunno del 1951 fa il suo ingresso come esempio di scultura in movimento nel Museum of Modern Art di New York, in occasione della mostra “Otto automobili”. Da questo archetipo derivarono la Fiat 1100, le Alfa Romeo Giulietta Spider e Giulietta Sprint – disegnate rispettivamente da Battista Farina e Nuccio Bertone – l’Alfa Romeo 1900, e alcune delle più belle Ferrari e Maserati degli anni Cinquanta.

Nonostante il passare degli anni, il mondo del design è ancora in continuo divenire. Accade sempre più spesso, ad esempio, che grandi nomi italiani sbarchino in case automobilistiche che producono auto “semplici”, pensate per tutti i giorni. È il caso di Giorgetto Giugiaro che inizia la sua carriera in Fiat, per poi passare alla Carrozzeria Bertone e alla Ghia. Infine, forte delle precedenti esperienze, fonda la Italdesign, una società che oggi fa parte del gruppo Lamborghini. In lui si realizzano quindi due nature: da un lato disegna auto di lusso, dall’altro non esita a dedicarsi a vetture più commerciali ma conosciutissime in tutto il mondo, come la Fiat Panda, icona italiana, e la Volkswagen Golf, icona tedesca.

Come Giugiaro, molti designer italiani sono richiesti all’estero per progettare auto di case automobilistiche straniere. Walter de Silva, un famosissimo designer italiano, progetta auto per le case automobilistiche tedesche Audi e Volkswagen. Un altro valido esempio è il lavoro svolto da Marcello Gandini per BMW. Con la progettazione della 328 Mille Miglia, in collaborazione con la Carrozzeria Touring, ha inizio il legame tra la casa automobilistica monacense e i carrozzieri italiani, che tiene ben alto il nome dell’Italia nel panorama automobilistico mondiale.

In quest’ultimo periodo si sta infine assistendo a un forte processo di acquisizione o partnership da parte di famosissime case automobilistiche. Eclatante è l’esempio recente del gruppo Stellantis (multinazionale olandese), derivante dall’unificazione dell’ex gruppo FCA (azienda italo-statunitense) e PSA (azienda francese). Queste unioni fanno pensare a un processo di omologazione fra stili o, quanto meno, mostrano la prevalenza di uno di questi.

Conclusioni

Si è visto come i grandi marchi della moda e dell’automobilismo evochino la «distinta spavalderia»10 con cui l’Italia si presenta al mondo.

La bellezza dell’oggetto italiano è un fattore determinante, epidermico ed estremamente visibile che orienta la scelta dell’acquirente ma, allo stesso tempo, custodisce un crogiolo di valori nascosti che si rivelano essere alla base del successo indiscusso e duraturo dello stile del Belpaese.

La vocazione tutta italiana alla bellezza non è un semplice vezzo, dal momento che si fregia di uno spessore filosofico che attraversa la storia dell’Italia fin dalle origini. Gli Etruschi, una delle più antiche popolazioni italiche, prestavano molta attenzione all’aspetto esteriore. La cura del vestiario e dell’acconciatura, la produzione di tessuti sontuari ricamati al filo d’oro, l’uso di unguenti e gioielli sono gli elementi costitutivi di questo popolo. Essi però non devono essere letti come vanagloriosa vanità, ma inseriti in un modello molto più profondo. L’idea basilare è quella che l’uomo debba rispettare e imitare l’armonia e la perfezione del mondo: la bellezza dell’uomo rispecchia quindi la bellezza del cosmo. Si pensi, ad esempio, alla parola “cosmetica”: la radice cosm- è la stessa della parola “cosmo”. In questa comune etimologia si vede sugellato e rimarcato – ancora una volta – il rapporto tra bellezza e universo, concreto e astratto.

La bellezza è il filo conduttore che definisce la storia italiana, adeguandosi a cambiamenti epocali come il passaggio dal paganesimo al monoteismo. In epoca medievale, ad esempio, la bellezza era immagine di Dio e del creato. A questa richiesta rispondeva pienamente la luce: i giochi di colore filtrati sulle sgombre pareti delle cattedrali attraverso le vetrate gotiche erano suntuosa figura terrena dello splendore divino.

La realizzazione del bello passa per due fasi distinte: progettuale e realizzativa. Entrambe prendono forma all’interno delle botteghe attraverso l’artigianalità, valore costitutivo dello stile italiano. «L’artigianalità si esprime nel rapporto tra la manualità e la riflessione»11: entrare a far parte di una bottega significava, quindi, iniziarsi a un mestiere attraverso un sapere e una tradizione tramandata con le parole e con i gesti.

Insegnare una professione determina lo sviluppo di nuove competenze. Gli italiani devono quindi dimostrare di essere preparati dal punto di vista teorico e capaci dal punto di vista pratico. La competenza è un tassello fondamentale nel grande mosaico dello stile italiano che ha permesso, durante il periodo del boom economico, di creare una rete industriale in grado di tener conto delle persone e della produzione. Fin dalla fine dell’800, il lavoro in catena di montaggio dimostra di essere un problema sociale del mondo industrializzato: l’individuo sottoposto a lunghi turni di lavoro, privato di ogni stimolo e costretto a una ripetitività gestuale, va incontro ad alienazione, depressione e, in alcuni casi, persino al suicidio. L’operaio specializzato, al contrario, persegue uno scopo ben preciso all’interno della fabbrica ed è consapevole del suo valore. Dal punto di vista psicologico, comprendere le proprie potenzialità si rivela essere un potente motore d’azione che spinge il singolo a lavorare per passione.

Lo sviluppo delle piccole industrie manifatturiere italiane ha seguito un percorso diverso rispetto a quello degli altri paesi europei. Ciononostante, la tradizione non è mai stata dimenticata ma coniugata con la giusta innovazione. Attraverso lo spirito di osservazione, gli italiani si sono approcciati alla realtà, cercando di comprenderne il più possibile le dinamiche. Non è un caso, quindi, che la scarsità delle risorse italiane non abbia portato a un ristagno economico bensì, grazie alla capacità di osservare e alla curiositas, alla scoperta del territorio. Gli italiani, infatti, sono riusciti a trarre il meglio dalle proprie terre e ad avviare un’industrializzazione rispettosa della biodiversità. Quest’abilità risulta essere fondamentale perché spesso fare industria significa estirpare, demolire, piegare a proprio piacimento un luogo per costruire un’azienda fortemente richiesta dal mercato. In Italia, invece, si parte dal territorio per cercare di cogliere il genius loci, l’indole nascosta. Una volta compresa, quest’indole viene rispettata in quanto valore basilare e irrinunciabile e sviluppata mediante la costruzione di aziende capaci di trarre il meglio dai luoghi che le ospitano.

Lo stile italiano passa anche per la capacità di adattamento, altro valore dalle origini lontane e dalla stirpe filosofica. Nel mondo latino, ogni maschera teatrale rappresentava una personalità ben precisa. Nel teatro, infatti, c’erano vari personaggi fissi: l’eroe, il servo, il millantatore, che venivano riconosciuti immediatamente per la maschera che portavano. La maschera era quindi il costume che bisognava indossare per interpretare una parte. Questo concetto si è poi trasferito nella vita quotidiana, ove l’uomo deve comportarsi in base al proprio ruolo, deve indossare un habitus che si adatti al compito che deve svolgere in un determinato momento.

L’individuo si adegua dunque alla situazione che vive e cerca di realizzarsi all’interno della società o, meglio ancora, di rapportarsi agli altri.

In conclusione, è evidente come allo stile italiano contribuiscano molteplici fattori. Esso è anzitutto complessità, non solo bellezza fine a sé stessa. Lo stile è forte e duraturo perché al di sotto del manto etereo della bellezza nasconde una moltitudine di valori. L’analisi di ognuno di loro conduce alla scoperta di un pezzo di storia, filosofia e cultura italiana.

Lo stile italiano si fonda su un intarsio perfetto di qualità. L’insieme di queste qualità forgia un vero e proprio paradigma etico. «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica» dice Ezra Pound12. Il segreto del Made in Italy sta proprio in questo.

Ad oggi, il Made in Italy è il fattore trainante dell’economia italiana, sebbene la delocalizzazione di importanti gruppi industriali – uno fra tutti Nestlé – suggerisca che qualcosa si stia incrinando. È quindi legittimo chiedersi: “La gestione del Made in Italy è ancora ottimale? Qual è il peso dell’UE nella tutela della peculiarità del prodotto manifatturiero italiano?”. La delocalizzazione delle grandi industrie italiane può infatti portare alla distruzione dell’economia italiana.

Note

[1] A. Compagnon, Le démon de la théorie. Littérature et sens commun, 1998 (trad. it. Einaudi, Torino 2000, p. 188).

[2] A. Schopenhauer, Parerga e Paralopomena, 1851.

[3] G. L. Leclerc de Buffon, Discours de réception à l’Académie, 1752.

[4] R. Benini, Lo stile italiano. Storia, economia e cultura del Made in Italy, 2018, Donzelli Editore.

[5] Durante il boom economico, le famiglie poterono acquistare una moltitudine di oggetti. Si è quindi parlato di “mercato riempitivo” proprio perché quest’ultimo andava a riempire le case degli occidentali. Con il trascorrere degli anni, queste case furono effettivamente riempite ma il mercato da “riempitivo” divenne “sostitutivo” (era possibile sostituire i prodotti posseduti con altri più belli). Questo tipo di mercato si rivelò molto meno redditizio del precedente.

[6] Lindsay Baker, What makes Italy so stylish? Mention Italy and a particular sort of effortless glamour comes immediately to mind. Is it real or just a nostalgic myth? Lindsay Baker investigates, in «BBC Culture», 21 ottobre 2014; disponibile al link https://www.bbc.com/culture/article/20140403-what-makes-italy-so-stylish, consultato in data [03/05/2022]; traduzione a cura dell’autrice.

[7] Disponibile al link https://promositalia.camcom.it/kdocs/1972102/mappa_-_moda_italiana_9.pdf, consultato in data [03/05/2022].

[8] Ora guidata da Carlo Capasa. L’associazione nasce nel 1958 a Roma, attualmente ha sede a Milano e rappresenta tutti i più alti valori culturali della moda italiana.

[9] Nel gruppo degli investitori spicca il nome di un ex ufficiale di cavalleria: Giovanni Agnelli. Per la sua visione strategica e per la forte determinazione, nel 1902 Agnelli diventa amministratore delegato dell’azienda.

[10] Lindsay Baker, What makes Italy so stylish? Article BBC, 21 ottobre 2014.

[11] Alberto Cavalli, Il valore del mestiere, 2014, Fondazione Cologni.

[12] Poeta e critico statunitense.

Bibliografia e Sitografia

N. Galantino, Stile. Ciò che definisce una persona, Il Sole 24 Ore, 4 Marzo 2018

S. Chiodo, «Lo stile, la rappresentazione, l’espressione (cioè la nozione analitica di soggetto)», Rivista di estetica [Online], 35 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 avril 2022. URL: http://journals.openedition.org/estetica/4070; DOI: https://doi.org/10.4000/estetica.4070

Cultural Influence, US News, online https://www.usnews.com/news/best-countries/rankings/influence

A. Compagnon, Le démon de la théorie. Littérature et sens commun, 1998 (trad. it. Einaudi, Torino 2000, p. 188

 A. Schopenhauer, Parerga e Paralopomena, 1851

 G.L. Leclerc de Buffon, Discours de réception à l’Académie, 1752

 R. Benini, Lo stile italiano. Storia, economia e cultura del Made in Italy, 2018, Donzelli Editore

Andrea Merlotti, I percorsi della moda made in Italy, in «Treccani», 2013, disponibile al link https://www.treccani.it/enciclopedia/i-percorsi-della-moda-made-in-italy_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica%29/

Giulia Basilei, L’influenza sociale della moda. La costruzione dell’identità personale e sociale della donna, attraverso l’abbigliamento, nella seconda metà del Novecento, Tesi di Laurea Magistrale in Storia e Civiltà, Università degli Studi di Pisa, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, A.A. 2012-2013, disponibile al link < https://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-09102013-203726/unrestricted/Tesi_Magistrale_corretta.pdf>

Lindsay Baker, What makes Italy so stylish? Mention Italy and a particular sort of effortless glamour comes immediately to mind. Is it real or just a nostalgic myth? Lindsay Baker investigates, in «BBC Culture», 21 ottobre 2014; disponibile al link https://www.bbc.com/culture/article/20140403-what-makes-italy-so-stylish

Scarlett Conlon, How Italian Fashion Changed The World – One Notice-Me Moment At A Time, in «Vogue», 20 marzo 2020; disponibile al link https://www.vogue.co.uk/fashion/article/italian-fashion-industry-legacy

Beghelli C., La moda italiana leader nella circolarità. Dalle start up ai grandi gruppi, ecco chi innova di più, https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AEaQy12, consultato in data [04/05/2022].

Maconi C., Camera della moda italiana. La lunga marcia verso la sostenibilità e l’economia circolare, https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AEIz8LG, consultato in data [04/05/2022]

Bocconi S., La moda accelera, ricavi su del 32%. E il fashion diventa più sostenibile, https://www.corriere.it/economia/aziende/22_febbraio_23/moda-accelera-ricavi-del-32percento-fashion-diventa-piu-sostenibile-d5b574ec-9495-11ec-8815-5a4a3253d55e.shtml, consultato in data [03/05/2022]

Girardi A., Made in Italy. What is behind the worldwide famous label?, https://www.forbes.com/sites/annalisagirardi/2019/04/03/made-in-italy-what-is-behind-the-worldwide-famous-label/?sh=62ace9f6556f, consultato in data [02/05/2022]

Una storia lunga cent’anni, comunicato stampa, 12 Giugno 1999, disponibile online al link https://www.media.stellantis.com/it-it/fiat/press/una-storia-lunga-cent-anni

Il mito di Henry Ford, disponibile online al link https://www.ford.it/mondo-ford/storia-henry-ford

Luca Marchetti, L’evoluzione nel contesto socio-economico, disponibile online al link https://sites.google.com/site/storiaindustriaauto/evoluzione-dell-industria-automobilistica-nella-societa-e-nell-economia

D. Biffignandi, Nascita e sviluppo dell’industria automobilistica, per Treccani, anno 2013, disponibile online al link https://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-e-sviluppo-dell-industria-automobilistica_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica%29/

C.Canali, Il ritorno del designer-star Walter de Silva, Il sole 24 ore Motori, 23 Febbraio 2019, disponibile online al link https://www.ilsole24ore.com/art/il-ritorno-designer-star-walter-de-silva-ABEMf8WB?refresh_ce=1

Alberto Cavalli, Il valore del mestiere, 2014, Fondazione Cologni