Discorsi d’odio

La necessità di un cambiamento interno

Il dibattito sul c.d. hate speech si mostra particolarmente evidente in Italia, in cui la tematica in oggetto deve fare, necessariamente, i conti con esigenze costituzionali pressanti, meritevoli di tutela.Attestato che le dinamiche d’odio in analisi comportano non poche preoccupazioni in termini di agevolazione/manipolazione di comportamenti suscettibili di violenza, le reazioni del nostro ordinamento richiedono un’opera al quanto complessa di bilanciamento. Si tratta del fondamentale diritto di libertà di manifestazione del pensiero che rischierebbe di essere schiacciato, sempre più, a fronte di esigenze penali imminenti. Un classico del costituzionalismo moderno afferma: «la sovranità del popolo e la libertà di espressione sono due cose del tutto correlate: la censura e il suffragio universale sono, al contrario, due cose che si contraddicono reciprocamente».Nonostante la matrice costituzionale americana della citazione, anche il nostro ordinamento sancisce i medesimi caratteri; la sovranità popolare comporta, necessariamente, un collegamento con la libertà di espressione, in ogni sua forma. «Non c’è democrazia senza pluralismo e imparzialità dell’informazione». Dunque, la pietra angolare del principio in oggetto impone e, in qualche misura, ci assicura il valore del c.d. pluralismo informativo. Sono state, in questo modo, proposte soluzioni capaci di integrare la salvaguardia del principio costituzionale con la lotta alle discriminazioni preferendo, da parte del legislatore interno, una strategia di contrasto all’odio sul fronte penale.

Dalla legge Scelba al ddl Zan: il percorso legislativo italiano

Con la legge 645 del 1952 il legislatore ha introdotto il crimine di apologia del fascismo, ed ha proibito la riorganizzazione del dissolto partito fascista; sanzionando chiunque promuova la costituzione di un gruppo con finalità antidemocratiche, la legge Scelba soddisfa quel particolare tipo di percorso garantistico delineato dalle libertà costituzionali. E’ l’art. 3 della legge a disciplinare lo scioglimento di questi gruppi, come accaduto nel 1973 per Ordine Nuovo, un movimento di estrema destra sciolto a seguito di un processo in cui i dirigenti furono accusati di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista. Da allora, la legge Scelba ha superato più volte il vaglio costituzionale, in virtù della contemperata esigenza di bilanciamento della stessa con il concreto pericolo, di ordine democratico, di cui all’art. 21 Costituzione. Successivamente, nel 1975, il parlamento italiano ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, con la legge n. 654. La previsione dell’art. 3 ha costituito la base della futura legge Mancino, “Conversione in legge, con mo- dificazioni, del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa, che ha segnato un’importante svolta in termini di criminalizzazione, nonché repressione, dei reati d’odio. Attraverso l’obiettivo di reprimere ogni forma di manifestazione d’odio, la legge ha introdotto nuove autonome fattispecie di reato con aumento progressivo della pena, riprendendo ed, in questo modo, ampliando l’intero impianto della precedente legge Reale. Un contesto meritevole di attenzione è rappresentato dal disegno di legge Zan che prevede specifiche aggravanti per i crimini d’odio, nonché discriminazioni contro omosessuali, transessuali, donne e disabili. Andiamo con ordine; il 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati approva il disegno di legge, un breve testo composto da 10 articoli che mira a modificare l’articolo 604-bis del Codice Penale prevedendo “la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” aggiungendo le seguenti parole:“fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.” Inoltre, il ddl Zan avrebbe assunto il successivo scopo di amplificare l’area di estensione della summenzionata legge Mancino anche ai crimini d’odio per i motivi citati in precedenza. A causa di discussioni, rinvii e pressanti dibattiti, il disegno di legge rimane per interi mesi in stallo, fino a fine aprile in cui, con 13 si e 11 no, viene calendarizzato a Palazzo Madama. Nonostante le accese discussioni circa la sua approvazione, nonché di eventuali modifiche, il ddl Zan arriva in Senato a fine luglio dove lunghe settimane di dibattito si sarebbero previste, al fine di una sua concreta approvazione con/senza modifiche aggiuntive. Nonostante le premesse, arriva la tagliola in Senato, con il blocco della discussione sugli articoli; la proposta di non passare all’esame degli articoli, giudicata ammissibile, termina il percorso del ddl Zan, con grande approvazione parlamentare. Sei mesi dopo la sua bocciatura, il provvedimento sarà ripresentato in Parlamento; si tratterà di effettuare una concreta opera di mediazione politica, con l’obiettivo di arrivare ad una legge in grado di difendere dai crimini d’odio.

Il collocamento del fenomeno

L’obiettivo connesso all’hate speech si traduce in un concreto collocamento del fenomeno sociale all’interno di normative già esistenti; i nuovi scenari offerti dalla modernità richiedono, ormai da troppo tempo, interventi legislativi adeguati ai complessi schemi eterogenei in cui l’odio può, liberamente, manifestarsi. All’interno del quadro europeo ed internazionale, sono stati numerosi i riferimenti di hate speech, che emergono senza timori; ci troviamo dinanzi ad una disparità di definizioni e contenuti che, sul piano pratico, si concretizza in un disordine giuridico. Nel contesto dell’Unione Europea, le disposizioni maggiormente rilevanti sono contenute nella decisione quadro 2008/913/GAI in cui, attraverso il diritto penale, vengono sanzionati specifici comportamenti d’odio; nonostante il dibattito europeo in costante aumento, la normativa in esame sembrerebbe costituire il punto cardine, di riferimento, di una prospettiva generale. A fronte di ciò, le istituzioni europee si sono adoperate attraverso l’uso di forme di co-regolamentazione con soggetti privati, al fine di negoziare regole basi, di comportamento, la cui violazione diventerebbe oggetto di eventuali sanzioni. Stiamo trattando proprio gli ultimi interventi legislativi, europei, posti alla base del contrasto d’odio, evidenziando il forte impatto mediatico della modernità, che ben potrebbe contrastare la sensibilità e l’efficacia di un tema così inglobante.

La dimensione europea

Attestato che attraverso la comunicazione digitale le problematiche d’odio hanno trovato una dimensione più “comoda” in cui abitare, non sembrano esserci perplessità circa la sussistenza di interventi legislativi, sul fronte europeo, destinati a colmare la lacuna mediatica. Le caratteristiche comuni ai social network infatti sono tali da ingenerare una notevole moltiplicazione delle informazioni; a fronte di ciò, si palesa un significativo aumento di discorsi d’odio nella comunicazione online. Il 30 maggio 2016, la commissione europea ha adottato il Codice di condotta sulla lotta all’odio illegale online che, richiamando la co-regolamentazione di cui trattavamo prima, richiede l’adozione di norme comportamentali interne al fine di contrastare il fenomeno d’odio. In realtà, analizzando alcune disposizioni si evince che il testo sia molto più improntato sulla tempestiva rimozione social dei discorsi d’odio, piuttosto che sull’attitudine a garantire quel corretto bilanciamento, a noi molto caro, tra la categoria in esame e l’articolo Costituzionale. Una pronta risposta è arrivata, recentemente, dal Consiglio d’Europa che, in concomitanza con la riunione dei ministri degli esteri, ha incitato ogni stato membro dell’Unione ad operare leggi specifiche in grado, concretamente, di agire nei confronti del fenomeno, così tanto eterogeneo, dell’odio. A seguito di un crescente aumento del fenomeno in rete, coinvolgente ogni Stato membro, “i governi devono unire le forze per far fronte a questa complessa minaccia per le nostre società con misure che siano effettive e proporzionate”.La Raccomandazione prevede un giusto equilibrio giuridico tra diritto e divieto di discriminazione; azioni concrete verso espressioni non sufficientemente gravi da essere perseguite legalmente, e comportamenti, al contrario, suscettibili di condanna. L’ultimo orientamento che ci permette di idealizzare una concretizzazione verso una forma di proibizionismo, quella dei discorsi d’odio, tanto attesta e desiderata da ogni Stato, sempre in virtù della fondamentale opera di bilanciamento cui ogni ordinamento richiede.

Censura

Censura: tutela dell’utente o veicolo del pensiero unico?

A cura di Giulia Deledda, Vanessa Valente, Mattia Marexiano, Ilaria Dinale

Origini e storia

La censura – secondo il dizionario Treccani – è una forma di controllo sociale che limita la libertà di espressione e di accesso all’informazione, basata sul principio secondo cui determinate informazioni possono minare la stabilità dell’ordine sociale, politico e morale vigente. Attraverso questo meccanismo viene quindi esercitato un controllo autoritario sulla creazione e diffusione di idee e informazioni.

La censura può essere suddivisa in:

  1. censura religiosa, definita anche “blasfemia nelle religioni monoteiste. Nel mondo cattolico, l’esempio per antonomasia di questa pratica è l’Indice dei libri proibiti (1564), redatto in seguito al Concilio di Trento e abolito solo successivamente. Questo caso specifico ha cercato di limitare la libertà d’espressione in forma scritta mediante le sanzioni e le scomuniche attuate direttamente dal Sant’Uffizio.
  2. censura politica, che prende il via a partire dal XVII secolo nei regni dell’assolutismo francese e inglese che istituiscono tale pratica per tenere sotto controllo le opinioni contrarie a quelle del potere esecutivo. Questo tipo di censura può essere preventiva o a posteriori.

Nel corso del tempo, la censura e la libertà d’espressione sono state protagoniste di un continuo rapporto di negoziazione attraverso il quale le autorità hanno deciso ciò che può essere detto e ciò che invece deve essere represso. Quando questo controllo non viene esercitato dai tribunali preposti, la censura rischia di assumere forme sottili e sfumate. Il termine “censura” deriva dal latino censere, ossia dichiarare solennemente qualcosa e secondo le forme all’interno di un contesto religioso. In prima istanza è stata coniata l’espressione “censore” per indicare il magistrato responsabile del controllo dei censimenti dei cittadini e dei loro possedimenti. Questi dati hanno permesso di amministrare meglio l’intero sistema. Tali cariche – considerate estremamente rispettabili ai tempi dell’antica Roma – avevano il compito di operare su più fronti, ma l’incarico di controllo più significativo riguardava probabilmente la cura morum, ovvero i costumi e la moralità della collettività. A seguito di queste ispezioni sono stati inferti dei provvedimenti ai trasgressori mirati a punire lo sfarzo.

Si può quindi affermare che il termine “censura”sia il risultato di un giudizio molto severo che ai temi dell’antica Roma partiva dall’ufficio del censore e mirava a giudicare qualcuno in modo imperatorio. Ancora oggi, all’interno del panorama giuridico si possono trovare frammenti di questa pratica, in relazione agli interventi sui comportamenti scorretti che possano minare il buoncostume.

Citando la Costituzione (Art. 21 – Diritto di Espressione):

———————————————————————————————————————

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

———————————————————————————————————————

A seguito dell’invenzione della stampa a caratteri mobili ad operadell’artigiano tedesco Johann Gensfleisch pur Laden (meglio noto comeGutenberg, dal nome della casa che gli diede i natali), la circolazione del sapere e delle idee è diventata un fenomeno pubblico e ha cambiato profondamente l’apparenza del mondo moderno. Tale rivoluzione ha però avuto delle ricadute pericolose nel contesto degli emergenti Stati Nazionali, che si sono ritrovati a fare i conti con una rivoluzione di portata incontrollabile, che ha rappresentato un grosso pericolo sia per il potere religioso che per quello politico.

La prima Legge organica sul copyright di cui si ha testimonianza è lo Statute of Anne (1710), emanato nel Regno Unito a controllo delle pubblicazioni e a garanzia dell’interesse economico delle autorità vigenti.

Tale statuto prevedeva[1]:

  1.   la concessione agli autori dellesclusivo diritto di stampare e pubblicare i propri libri per un termine di 14 anni incrementabile di altri 14 per le opere non pubblicate; di un termine di 21 anni per le opere già pubblicate prima dellentrata in vigore dello statuto.
  2.  lesclusivo diritto degli stampatori e degli editori (spesso lo stesso soggetto) di stampare e vendere i libri dei quali avessero acquistato i diritti dagli autori;
  3.  sanzioni per coloro che avessero contravvenuto alle regole dello statuto;
  4. la tutela era subordinata alla registrazione del titolo del libro nel registro della Stationers Company;
  5. i prezzi dei libri, se irragionevolmente alti, potevano essere calmierati;
  6. il deposito obbligatorio in alcune biblioteche.

World Press Freedom Index: la classifica mondiale sulla libertà di stampa

Reporters sans frontières (RSF) – 2022 Reporter Senza Frontiere – un’organizzazione non governativa nota al pubblico per il World Press Freedom Index, la classifica annuale sulla libertà di stampa nel mondoha portato avanti tale studio nell’anno 2022, analizzando lo stato attuale dell’informazione in 180 paesi. Per stilare i punti di tale approfondimento viene sottoposto un questionario di 123 domande divise in cinque contesti: politico, giuridico, economico, socioculturale e materia di sicurezza. I punteggi vanno da 0 a 100, dove 100 è chiaramente il risultato massimo ottenibile. Dal 2022, il funzionamento prevede inoltre la presa in considerazione della media dei punteggi ottenuti per ognuno dei cinque parametri. A seguito della definizione dei criteri cardine, dei 180 paesi censiti ben 12 paesi risultano sulla lista rossa – tra i quali spicca la Russia (155º posto). In cima troviamo invece il trio dei paesi nordici –Norvegia, Danimarca e Svezia.

La situazione in Italia

Nel 2022, l’Italia è risultata al 58° posto della classifica per la libertà di stampa: prima di lei la Macedonia del Nord, subito dopo la Nigeria e il Ghana. Il dato italiano, di per sé non confortante, è aggravato dal fatto che il Paese ha perso ben 14 posizioni rispetto all’anno precedente. Occorre tuttavia analizzare la classifica nel suo complesso per comprendere appieno le criticità del giornalismo italiano. Innanzitutto, è bene ricordare che i paesi partecipanti sono 180. Questo dato pone l’Italia ben al di sopra della metà della classifica. In secondo luogo, è indispensabile tenere presente il ruolo giocato dalla pandemia all’interno del circuito d’informazione. Difatti, il principale fattore che ha provocato lo scivolone in classifica dell’Italia è stato la sicurezza sul lavoro: nel Belpaese, la stampa e l’editoria sono ancora pesantemente influenzate da gruppi estremisti e mafiosi. Questo è ancor più vero alla luce degli attentati condotti da gruppi negazionisti o che militavano contro i provvedimenti anti-Covid adottati dallo Stato. Così, tacciati di cieco servilismo, molti giornalisti sono stati minacciati, insultati se non anche aggrediti. Questa è la principale causa della disfatta italiana in materia di libertà d’espressione. Nel complesso però, i dati raccolti disegnano uno scenario non idilliaco ma comunque abbastanza confortante. Non mancano tuttavia delle criticità, che è bene analizzare caso per caso:

  • Una pluralità conquistata da poco: un dato molto favorevole per il giornalismo italiano è la pluralità d’espressione, ossia la presenza di varie testate. La ricchezza dell’offerta giornalistica italiana non riguarda solo la carta stampata ma anche la televisione. Per quest’ultima però, si è raggiunta una vera molteplicità solo negli ultimi anni, grazie al passaggio al digitale terrestre: i cittadini hanno infatti potuto accedere ad altri canali d’informazione come, ad esempio, Sky Tg24 o Discovery, che hanno scalfito il decennale duopolio Rai-Mediaset. Proprio la Rai e la Mediaset rappresentano, per certi versi, il fardello giornalistico italiano. Da un lato c’è la Rai, una Tv di Stato parzialmente sovvenzionata dal canone che i cittadini italiani pagano annualmente. Proprio questo tipo di finanziamento induce molti a sostenere che questa emittente debba essere indipendente da fattori di audience: i programmi cioè, non dovrebbero essere tanto legati al gradimento del pubblico quanto a un’etica e a una linea editoriale di alto livello. Tuttavia, nella realtà dei fatti, la Rai – come qualunque altra emittente televisiva – ha sempre tenuto presente la risposta del pubblico, promuovendo programmi che rispondessero al gusto degli italiani, come ad esempio i talk show. Ed è proprio a causa di un talk show, Cartabianca, che è emersa la contraddizione di fondo dell’emittente televisiva pubblica. Nell’aprile del 2022, il programma ha ospitato Alessandro Orsini. Il professore della Luiss di Roma ha destato non poco scandalo per le sue posizioni critiche nei confronti della NATO  e della gestione europea del conflitto tra Russia e Ucraina, innescando una riflessione su ciò che fosse lecito dire in TV, ma soprattutto su ciò che fosse lecito dire in una TV pubblica, finanziata dai soldi dei cittadini. Dunque, da un lato si ha l’esigenza di fare audience, ma dall’altro si deve rispondere alla necessità di non sperperare i soldi pubblici in programmi poco curati ed edificanti. A tale proposito, derimenti sono state le parole di Alberto Barachini, Presidente della Commissione di Vigilanza Rai: “Per troppo tempo i talk sono stati realizzati in una sorta di finto contraddittorio fatto per rialzare gli ascolti. Il servizio pubblico non deve essere schiavo degli ascolti, è sul mercato ma non nel mercato. Gli ascolti devono essere di qualità, anche perché valgono di più[2]”. Dall’altro lato vi è poila Mediaset, una rete privata che deve vendere il suo prodotto e regolarsi in base alle leggi di mercato, all’audience e agli indici di gradimento. Tuttavia, soprattutto negli anni ’90, quest’emittente televisiva è stata protagonista di un palese conflitto di interessi, dato dal fatto che l’azienda fosse nelle mani dell’allora capo del governo Silvio Berlusconi. Lo scenario che si prospettava era dunque quello di una TV pilotata non solo dal mercato ma anche e soprattutto dal volere di un capo politico che aveva le facoltà, tramite le proprie reti, di “vendere” un’informazione parziale e faziosa.
  • Una linea editoriale troppo stringente: ogni giornale ma anche ogni programma televisivo segue una propria linea editoriale. Si tratta di una serie di norme che regolano la produzione dei contenuti e conferiscono un certo stile alla testata. Un qualsiasi giornalista, quindi, deve seguire tali regole per poter far parte di un gruppo, conformandosi alla linea seguita dal proprio giornale. Si tratta di una sorta di tacito contratto a cui, chi è assunto, aderisce e si impegna a rispettare. Tuttavia, questa è anche una forma di limitazione della libertà del giornalista, che dovrà adeguarsi al modus operandi della sua azienda.
  • Un’autocensura preventiva: uno dei problemi fondamentali del giornalismo italiano non è rappresentato da una censura arbitraria e calata dall’alto, bensì dall’autocensura. Molti giornalisti, infatti, si muovono in un’intricata rete di argomenti tabù e cercano di evitare determinate tematiche per due motivi principali: 1. Le leggi contro la diffamazione: i giornalisti aspettano ormai da anni una modifica delle leggi in materia di diffamazione, ad oggi molto severe: tale reato, oltre che con un’ingente ammenda pecuniaria, può essere punito con la reclusione. Va da sé che ogni giornalista preferisce evitare di pubblicare determinati contenuti piuttosto che incappare in lunghi e farraginosi processi. A ciò si aggiunge la precaria situazione economica di molte testate giornalistiche, che non si prendono più l’onere di imbattersi in processi e multe. Questo è ancora più vero per i giornalisti freelance, che vengono abbandonati dalla propria testata nel momento in cui vengono denunciati; 2. Minacce e querele intimidatorie: negli ultimi anni, le minacce e le aggressioni nei confronti dei giornalisti sono aumentate del 41%, un dato talmente preoccupante da mettere l’Italia sotto l’osservazione speciale dell’UE. Proprio da quest’ultima arriva una proposta di legge che rende illegali e punibili le querele temerarie. La querela temeraria è uno dei mezzi principali dei gruppi mafiosi per denunciare tutti quei giornalisti che trattano di argomenti scomodi. Denuncia che, giunti a processo, risulta totalmente infondata ma che nel frattempo procura non pochi problemi all’imputato. Si tratta di una vera e propria forma intimidatoria nei confronti del giornalista ma anche dei suoi stessi colleghi, che sono portati a scansare certe questioni.
  • Un giornalismo che non fa notizia: il problema della censura, dell’autocensura, delle minacce e dell’esistenza di gruppi eversivi e mafiosi che limitano la libertà di stampa dovrebbe di per sé fare notizia, invece in Italia questo non accade. Vi è infatti un certo disinteresse da parte della popolazione riguardo a quei temi legati alla libertà di stampa, forse perché non vi sono grosse limitazioni, o perché non provenendo dallo Stato, esse non costituiscono una forma grave di censura. Di conseguenza, non esiste una letteratura di denuncia che mette al corrente il cittadino sulle difficoltà radicate nel mondo del giornalismo.

La querelle sul caso Lavrov: cosa è giusto dire in tv?

Riguardo alla libertà d’espressione e di stampa nel panorama italiano, la puntata di domenica 1° maggio di Zona Bianca, il programma di Rete 4 condotto da Giuseppe Brindisi, ha presentato un caso emblematico. È stato infatti intervistato, per la prima volta in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina, il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Quest’intervista ha suscitato diverse critiche sia in Italia che nel resto d’Europa, non solo per la scelta da parte della trasmissione di invitare uno dei fedelissimi di Putin nonché una figura chiave del suo governo, ma anche per la metodologia con la quale questo colloquio è stato condotto. Nel corso del suo intervento, durato quaranta minuti, Lavrov ha fatto delle affermazioni piuttosto gravi: ha detto che le forze armate russe «hanno attaccato esclusivamente le infrastrutture militari», che le immagini di Buča non sono altro che una «messa in scena» e che il presidente ucraino Volodymyr Zelensˈkyj è a capo di un governo «nazista», ma anche l’artefice di un vero e proprio «genocidio». A queste forti affermazioni non è seguita alcuna replica, così Lavrov ha potuto esprimere le sue tesi senza troppe difficoltà o riserve, arrivando perfino a dire: «potrei sbagliarmi, ma anche Hitler aveva origine ebraiche». Le presunte origini ebraiche del Führer fanno riemergere un tema molto caldo, affrontato per la prima volta nei primi decenni del ‘900 dai suoi oppositori politici e considerato dagli studiosi assolutamente infondato. Oggigiorno, questa questione viene ripresa solo quando si vuole alludere al fatto che siano stati gli ebrei i principali responsabili dell’antisemitismo.

Le reazioni

Anche il premier Mario Draghi ha criticato l’intervista andata in onda su Rete 4. Per prima cosa ha detto che in Italia vige la libertà d’espressione anche laddove quest’ultima viene esercitata mediante affermazioni «aberranti», come quelle del ministro Lavrov, o addirittura «oscene», come la parte su Hitler. Al contrario, il Ministro degli Esteri russo appartiene a uno Stato in cui non esiste questo tipo di libertà. Ha poi continuato dicendo che non si può parlare di un’intervista, semmai di un comizio, dal momento che l’intervistato ha potuto discorrere per quaranta minuti senza essere mai contraddetto. È lecito, quindi, invitare in una trasmissione televisiva una persona che chiede di essere intervistata per un lungo periodo di tempo senza nessun contraddittorio? La domanda di Draghi fa emergere una questione molto spinosa: posto che il diritto alla libertà d’espressione è motivo d’orgoglio per il Bel Paese, in virtù di essa è consentito lasciar dire tutto e il contrario di tutto anche quando si cade in affermazioni oscene e aberranti? O sarebbe il caso di impedire alle televisioni di trasmettere questo genere di «comizi»? La Mediaset ha difeso il suo giornalista sostenendo che, per quanto le affermazioni di Lavrov siano state deliranti, hanno fatto conoscere al pubblico italiano le intenzioni del governo russo. Ma, come sempre, per assumere un punto di vista critico bisogna guardare agli altri, o per meglio dire, ai giudizi esteri relativi all’intervista-comizio andata in onda su Rete 4. Ed ecco che dalla Francia alla Spagna, dall’agenzia di stampa britannica Reuters alla Finlandia, vengono unanimemente criticate le scelte dei palinsesti televisivi e le modalità di conduzione delle trasmissioni di intrattenimento-informazione italiane. I punti comuni di queste contestazioni riguardano la scelta degli ospiti, la condiscendenza dei presentatori a opinioni spesso molto discutibili e, nel caso specifico della questione russa, i rapporti di certi partiti politici italiani con Mosca. Quest’ultimo punto mette in luce un argomento decisivo, quello della corruzione politica e giornalistica: a causa di scarse competenze sul tema della politica estera, nella maggior parte delle trasmissioni politiche italiane si crea un vuoto che si prova a colmare con ondate di disinformazione, talvolta determinate da giochi di partito.  Per indagare più a fondo su certe dinamiche legate all’intervista a Lavrov è intervenuto il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), al fine di ritracciare le ragioni per cui l’Italia offre a certe personalità la possibilità di inquinare il dibattito pubblico. Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir, interviste come quella di Lavrov mettono in pericolo la sicurezza del Paese, sia per il contenuto di certe affermazioni che per alcune dinamiche che vengono inevitabilmente messe in atto. Ad alimentare i timori riguardanti un piano d’intervista accuratamente stabilito dalla trasmissione di Rete 4 è stata invece la portavoce di Lavrov, Maria Zakharova, la quale ha dichiarato che «l’iniziativa di condurre l’intervista non è venuta dal Ministro degli Esteri russo, ma dai giornalisti italiani». Tuttavia, è ormai noto che le parole provenienti da Mosca possono essere soggette a manipolazioni continue, come dimostra l’intervista a Igor Volobuev, manager di Gazprom fuggito dalla Russia, il quale sostiene che le fake news sono dettate direttamente dal Cremlino e che i giornalisti russi sono pagati per diffonderle. Per questo, anche le parole della Zakharova potrebbero essere state manipolate. Quel che è certo è che interviste di questo tipo recano un grosso vantaggio alla Russia, patria della disinformazione, e che la qualità dell’informazione italiana oltre a essere molto discutibile, diventa sempre più pericolosa nel riscontro che ottiene sull’opinione pubblica e potrebbe creare molti problemi alla democrazia.

Conclusioni

Queste premesse non devono necessariamente portare a un tipo di informazione monolitica, parziale e sbilanciata su posizioni mainstream. Tuttavia, come hanno dimostrato i numerosi esperimenti condotti a partire dal 1985, esiste una sindrome chiamata hostil media effect per cui il soggetto attribuisce più peso e dedica un’attenzione maggiore ai dati che generalmente mirano a confutare la sua tesi. Diffondere tesi diverse da quelle popolarmente accreditate è quindi una strategia per attrarre il pubblico. Il rischio è certamente quello di cadere in un’informazione dettata da soli ragioni economiche, che diffonde notizie contrarie a quelle reali, non in ragione di dati più esaustivi ma semplicemente più attraenti. Quindi, posto che la libertà di stampa e di parola siano qualcosa di cui andare orgogliosi e che un esercizio pubblicamente incontrastato potrebbe diventare pericoloso, la responsabilità si trasferisce alla libertà dell’ente televisivo o dei vari giornalisti che definiscono il programma della trasmissione. Da lì passa poi ai cittadini e alla loro scelta sul tipo di informazione che intendono perseguire per costruire la propria opinione. Se le notizie venissero accuratamente filtrate, il pubblico seguirebbe meno i propri istinti e probabilmente qualcosa cambierebbe. Ne va della democrazia italiana, quindi vale la pena sforzarsi.

Censura e social network

In un mondo caratterizzato dall’iperconnessione, è quasi scontato che il tema della censura vada a toccare in molti punti il grande universo dei social network, sia perché essi sono non soltanto uno strumento di libera espressione e di comunicazione tra gli utenti, ma anche perché costituiscono una fonte d’informazione, coinvolgendo una vetrina di persone dalla fama più o meno estesa. Questo significa, sostanzialmente, che in un ambiente immateriale si ricreano le stesse dinamiche, virtuose o viziose, che caratterizzano la realtà. Hate speech, fake news, spam, materiale pornografico, truffe… sono moltissimi gli ambiti in cui i social network si fanno veicolo di contenuti spiacevoli o illegali, e altrettanti quelli in cui si vedono costretti a intervenire. Ecco che entra in gioco la censura, sacrosanta in moltissimi casi. È opinione verosimilmente condivisa che sia necessaria una politica di tolleranza zero nei confronti di insulti, discriminazioni, diffamazioni, ecc. Meno netto è invece il giudizio in merito a situazioni limite, che rappresentano purtroppo la stragrande maggioranza dei casi e in cui cade la scure della censura social. È in questi casi che iniziano a sorgere domande e dubbi: Chi è che stabilisce cosa è giusto o sbagliato? Come si traccia un confine netto tra black humour e razzismo? Quant’è facile verificare la veridicità di un’informazione? A questo proposito, Marco Martorana su Agenda Digitale spiega che:

«Anche i social fanno i conti con l’eterno confronto tra la necessità di bloccare contenuti offensivi o violenti e quella di tutelare la libertà di parola degli utenti che vedono queste piattaforme come luoghi in cui poter esprimere qualsiasi opinione in qualunque forma. In questo contesto, occorre partire da una premessa fondamentale che rende la questione della censura su Facebook o YouTube un argomento complesso: i social network sono gestiti da società private con un proprio regolamento e proprie condizioni. Questo significa che anche se lo strumento viene utilizzato dal cittadino di un paese di per sé libero, democratico e garantista, può comunque incorrere nella censura per le condotte tenute sul web. Le regole statali subentreranno tuttalpiù in caso di contenuti che integrano ipotesi di reato o facciano sorgere a vario titolo un diritto al risarcimento del danno causato a un determinato soggetto. Escluse queste ultime ipotesi, l’unico interlocutore in caso di cancellazione di post o account è il gestore del social stesso[3]».

Ma sono proprio le strategie di censura applicate dai social network a far discutere, perché spesso appaiono fumose o inefficaci. È intervenuta in merito la sociolinguista Vera Gheno:

«Le policy delle piattaforme sono molto grossolane per forza di cose, particolarmente per quanto riguarda lo hate speech. Per esempio, bloccano a livello lessicale senza tenere conto di contesto, intenzioni comunicative e interlocutori; se ricevono una marea di segnalazioni, prima bloccano e poi casomai controllano[4]».

La studiosa aggiunge poi che si tratta di una metodologia nel complesso molto poco democratica, ma questo non la stupisce affatto:

«Anche io sono spaventata dal fatto che la decisione di cosa far vedere e cosa no dipenda dalle superpotenze della rete, ma del resto, cosa ci aspettavamo? Rimango dell’idea che sia ora di educare seriamente all’uso della rete, perché non sarà vietando e nascondendo che ci sbarazzeremo dei complottismi vari e assortiti. Del resto, abbiamo permesso che si creassero queste superpotenze della rete (forse perché i governi hanno continuato a pensare ai social come un giochetto per lungo tempo); ora è oggettivamente un po’ difficile intervenire»[5].

Il dibattito, ampliatosi con l’aumentare del numero di utenti sui social network e, di conseguenza, della quantità di segnalazioni e ban, è stato protagonista delle pagine dei quotidiani in occasione di due recenti episodi di portata mondiale. In entrambe le situazioni si parla di Twitter, dal momento che è la piattaforma a maggior vocazione informativa e la più sfruttata dagli esponenti politici di ogni Paese per comunicare con il pubblico.  Il primo caso in ordine cronologico è quello che ha riguardato l’ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Nel gennaio 2021, il suo account @realDonaldTrump è stato definitivamente chiuso a seguito degli eventi di Capitol Hill. La decisione è stata comunicata dal profilo ufficiale di Twitter sulla piattaforma stessa, spiegando che si è scelto di procedere in questo modo «a causa del rischio di ulteriori incitamenti alla violenza[6]». A titolo esemplificativo sono stati riportati due tweet particolarmente controversi che avrebbero potuto «ispirare altre persone a replicare gli atti violenti che hanno avuto luogo il 6 gennaio 2021[7]». La reazione di Trump si è presto fatta sentire attraverso l’account ufficiale del presidente USA @Potus, paventando la possibilità di realizzare un proprio personale social[6], ipotesi diventata realtà il 21 febbraio 2022 con il lancio della piattaforma Truth. In questa occasione, la censura di Twitter ha assunto più che mai – sebbene questo potesse non essere il suo obiettivo principale, essendo l’incitamento alla violenza una violazione delle regole della community – una precisa connotazione politica, spaccando l’opinione pubblica fra i sostenitori della libertà d’espressione n’importe quoi e gli oppositori dell’esponente repubblicano. Ad ogni modo, la risposta di Trump – consistita nell’apertura di una propria piattaforma – non ha fatto che confermare la preoccupazione secondo cui i canali social si trovino nelle mani di superpotenti con interessi politici ed economici in grado di influenzare le opinioni o violare la privacy degli utenti. L’aspetto più preoccupante è che, nell’accettare le linee guida, sono gli stessi utenti a prestarsi volontariamente a questo rischio. Analoga la vicenda che ha interessato Vladimir Putin e altre 300 cariche istituzionali russe nei primi mesi del 2022. Twitter ha deciso di limitare i loro account in reazione alle restrizioni applicate dalla Russia «all’accesso a Internet mentre il Paese è coinvolto in un conflitto armato[9]». Già nelle settimane precedenti, il social network era intervenuto sui canali mediatici e politici filorussi bollando come fake la comunicazione dell’Ambasciata Russa in Regno Unito secondo cui il bombardamento del reparto maternità dell’ospedale di Mariupol sarebbe stato solo una messinscena.

Se da un lato Facebook e Twitter si fanno strumento di censura, dall’altro sono una risorsa informativa importante poiché riportano articoli e notizie eterogenee provenienti da ogni parte del mondo. È proprio questa la ragione che ha spinto la Russia a porre severe limitazioni o, in certi casi, a bloccare la fruibilità dei social network poco dopo l’inizio dell’”operazione militare speciale” in Ucraina[10].

Insomma, una questione tanto attuale quanto spinosa e controversa. Quelle stesse piattaforme, nate come la massima espressione della libertà di parola, in molti casi si fanno filtro o sbarramento. Se lo facciano a torto o a ragione è difficile stabilirlo.

Bibliografia e Sitografia

Alberto Barachini, Intervento sulla Relazione annuale Auditel, https://www.spreaker.com/user/4655942/barachini

BBC, https://www.bbc.com/news/world-us-canada-55597840

Alessandro Cappelli, Farsi riconoscere Come i giornali stranieri raccontano la propaganda filorussa nei media italiani, Linkiesta, 1 giugno 2022, https://www.linkiesta.it/2022/06/giornali-stranieri-propaganda-tv-italia/

Alessandro Cappelli, Masha e Orsini. Anche i finlandesi criticano la propaganda russa nella tv italiana, Linkiesta, 8 giugno 2022, https://www.linkiesta.it/2022/06/finlandia-propaganda-russia-tv/amp/

Caso Lavrov, Mosca attacca Draghi: “Intervista voluta dai giornalisti, i politici italiani prendono in giro i cittadini”, La Stampa, 3 maggio 2022, https://www.lastampa.it/esteri/2022/05/03/news/caso_lavrov_mosca_risponde_a_draghi_intervista_voluta_dai_giornalisti_i_politici_italiani_prendono_in_giro_i_cittadini_-3225375/

Censura, in GDLI, UTET. (https://massimedalpassato.it/censura-s-f/#:~:text=in%20GDLI%2C%20UTET.%20(-,Accessibile%20online,-).%0ACensura%2C%20Censores)

Censura sui social network: come funziona, chi colpisce e perché,  https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/social-network-e-censura-come-funziona-chi-colpisce-e-perche/

Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, L’Italia sotto osservazione per minacce e querele intimidatorie, Parlamento batta un colpo, https://www.odg.it/liberta-di-stampa-bartoli-nessuna-censura-ma-giornalisti-svolgano-il-loro-ruolo-di-mediatori/44126

Francesco Curridori, I vertici Rai condannano Orsini: ecco cosa è successo, Il Giornale, articolo dell’11 aprile 2022, https://www.ilgiornale.it/news/politica/orsini-i-vertici-rai-confermano-riprovevoli-sue-parole-2025494.html

Gloria Ferrari, Libertà di stampa: l’Italia sprofonda al 58° posto nella classifica mondiale, L’Indipendente, articolo dell’11 Maggio 2022, https://www.lindipendente.online/2022/05/04/liberta-di-stampa-litalia-sprofonda-al-58-posto-nella-classifica-mondiale/

Angela Giuffrida, Italy launches inquiry into Kremlin disinformation, 9 maggio 2022, https://www.theguardian.com/world/2022/may/09/italy-launches-inquiry-into-kremlin-disinformation

Cesare Giuzzi, La querela temeraria, l’ultima arma dei mafiosi per intimidire noi cronisti, Corriere della Sera, https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_agosto_11/querela-temeraria-ultima-arma-mafiosi-intimidire-noi-cronisti-7c018572-fa07-11eb-8ca9-234c5a5d119d.shtml

Gavin Jones, Italy launches security probe as tempers fray over Russians on TV, Reuters, 5 maggio 2022, https://www.reuters.com/world/europe/italy-launches-security-probe-tempers-fray-over-russians-tv-2022-05-05/

Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole: https://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/ruolo-social-media-liberta-parola-regole-esperti/

La censura, in Enciclopedia Treccani Online, a c. di Zaslavsky, Victor – Dizionario di Storia (2010).

Erika Lanthaler, L’Italia continua ad avere un problema con la libertà di stampa, ParmATENEO, articolo del 16 novembre 2021, https://www.parmateneo.it/?p=78117

Le molte critiche all’intervista a Sergei Lavrov, Il Post, 3 maggio 2022, https://www.ilpost.it/2022/05/03/critiche-intervista-lavrov-russia-ucraina-zona-bianca-rete-4/

David Puente, Come funziona e cosa dice la classifica sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders, Open, https://www.open.online/2022/05/05/reporters-without-borders-classifica-liberta-stampa-come-funziona/

Hanna Randall, Hitler: The Man, The Myth, The Misconceptions, 27 luglio 2021, https://holocaustlearning.org.uk/latest/the-hitler-misconceptions/

Christian Rocca, Biputinismo perfetto. La catastrofe civile e morale del dibattito pubblico italiano sull’Ucraina, 9 maggio 2022, https://www.linkiesta.it/2022/05/crimea-ucraina-russia-fake/

RSF, Index and Analyses 2022, https://rsf.org/en/country/italy

Russia vs social network, https://www.theguardian.com/world/2022/mar/04/russia-completely-blocks-access-to-facebook-and-twitter

Social network vs Russia: https://www.bbc.com/news/technology-60992373

Stop Ue alle querele temerarie contro i giornalisti: giudici potranno sanzionare gli accusatori, articolo del 2 luglio 2022, EuropaToday, https://europa.today.it/attualita/stop-ue-querele-temerarie-giornalisti.html

STATUTE OF ANNE, Jeremy Norman’s HistoryofInformation, https://www.historyofinformation.com/detail.php?entryid=3389

STORICA, National Geographic. https://www.storicang.it/a/gutenberg-rivoluzione-delle-lettere-metalliche_14678

Annamaria Testa, L’informazione neutrale non convince nessuno, Internazionale, 23 dicembre 2020, https://www.internazionale.it/opinione/annamariatesta/2020/12/23/informazione-social-network

Fabio Tonacci, L’accusa di Igor Volobuev, il manager Gazprom fuggito per combattere con gli ucraini: “Così creavamo la propaganda per il Cremlino“, la Repubblica, 8 maggio 2022, https://www.repubblica.it/esteri/2022/05/08/news/ex_manager_gazprom_fake_news_putin_guerra-348569231/

Twitter, https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/suspension

Giovanna Vitale, Lavrov su Rete4, Borghi (Copasir): “Il suo comizio in tv mette in pericolo la nostra sicurezza e aggira le sanzioni. Ora basta“, la Repubblica, 2 maggio 2022, https://www.repubblica.it/politica/2022/05/02/news/intervista_lavrov_rete4_russia_pd_enrico_borghi-347813810/

Note

[1] https://www.lapaginagiuridica.it/le-origini-del-diritto-dautore-e-la-censura/

[2] Intervento di Alberto Barachini alla Relazione Annuale Auditel dell’11 Aprile 2022, consultabile al sito https://www.spreaker.com/user/4655942/barachini

[3] Marco Martorana, Censura sui social network: come funziona, chi colpisce e perché, in «Agenda Digitale», 14 ottobre 2021, consultabile al link <https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/social-network-e-censura-come-funziona-chi-colpisce-e-perche/>.

[4] Franz Russo, Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole, in «InTime Blog», 11 gennaio 2021, consultabile al link <https://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/ruolo-social-media-liberta-parola-regole-esperti/>.

[5] Ibid.

[6] Twitter Inc., Permanent suspension of @realDonaldTrump, 8 gennaio 2021, consultabile al link <https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/suspension>.

[7] Ibid.

[8] L’intera vicenda è riassunta nell’articolo Twitter ‘permanently suspends’ Trump’s account, in «BBC News», 9 gennaio 2021, consultabile al link <https://www.bbc.com/news/world-us-canada-55597840>.

[9] James Clayton, Twitter moves to limit Russian government accounts, in «BBC News», 5 aprile 2022, consultabile al link <https://www.bbc.com/news/technology-60992373>.

[10] Maggiori informazioni sono contenute nell’articolo di Dan Milmo, Russia blocks access to Facebook and Twitter, in «The Guardian», 4 marzo 2022, consultabile al link <https://www.theguardian.com/world/2022/mar/04/russia-completely-blocks-access-to-facebook-and-twitter>.

Influenza della mitologia Greca nel Mondo

Influenza della mitologia Greca nel Mondo

Che io muoia cento volte, piuttosto che perdere te, mio dolcissimo sposo.
Perchè io ti amo, disperatamente, chiunque tu sia, ti amo più del mio spirito.
Amore e Psiche

Tutto ebbe inizio così: con un pensiero nato dal cuore, un sentimento diventato realtà, la continua ricerca della verità. Chi siamo? Chi ci ha creato? Perché siamo qui? Com’è iniziato tutto?

Per generazioni i popoli, alla ricerca della verità, si sono smarriti in un favoloso labirinto cosparso di poesia, fantastico e irreale. Non vi è nulla di strano nel fatto che questi popoli ne fossero affascinati se, a confermare la favola nella quale vivevano, vi erano le cose eterne e mobili della natura. Sentire nel fruscio delle foglie la dolce voce di una ninfa, scorgere nello scorrere dell’acqua un mondo incantato popolato da umide e muschiose creature, vedere nel cammino del sole la guida di un auriga immortale, non fu che il naturale evolversi della fantasia primitiva, che cercava nell’arte della propria immaginazione soluzioni a problemi spesso insolubili. Gli uomini scrissero e cantarono la meravigliosa e crudele storia del creato, ma fu principalmente la Grecia a saperne trarre la misteriosa poesia. Essa personificò il vuoto, il buio e il disordine caotico nel quale ciascun elemento giaceva inoperoso e da esso la Terra fu concretata nella forma e nella forma stessa ciascun elemento ebbe il suo ordine, la sua ragione, la sua vita. Ed ecco sorgere dagli elementi fondamentali le primordiali forze brute del mondo: giganti deformi, mostri spropositati e simboli infiniti del bene e del male. A mano a mano, nel corso di generazioni, la Terra si addolcì, si indebolì, si umanizzò. Dagli enormi giganti nacquero gli dèi, dagli dèi i semidei, dai semidei gli eroi e dagli eroi i comuni mortali, che posero fine alla favola e rimisero l’essere umano di fronte alla realtà delle cose. Sembra il ritmo di una sinfonia. La natura racconta a chi l’ascolta e con un linguaggio proprio la vita trascorsa, le lacrime versate e la gioia provata. Dal mito è nata la realtà che l’ha ucciso. Ne rimane pur sempre lo spirito, al quale ci si può accostare per cercare un balsamo alla sete d’irreale o vedere il solito vecchio mondo trasformato, come per incanto, in un teatro nel quale ciascuno degli elementi recita una parte che coinvolge e unisce tutti. Dalla Terra, attraverso l’intera gerarchia e fino all’ultimo figlio dell’uomo, si dipana un filo tortuoso che lega nella storia di un’unica immensa famiglia mari, cieli, piante, bestie, uomini e forze astratte[1].

Patria di eroi, poeti, filosofi, miti e leggende che hanno fatto innamorare, morire e glorificare i più importanti personaggi della storia, la cultura greca è diventata la culla della civiltà occidentale. La sua influenza è tale che la vita sulla Terra, nata dalla primordiale dea Gea, può essere prepotentemente ricondotta, anche a distanza di anni, alla cultura greca: la nascita del mondo, i nomi dei pianeti, la forza del vento, l’abbondanza della pioggia, la trasformazione degli esseri umani in eroi terreni sono solo una minima parte di ciò che è ormai intrinseco nella personalità e nell’interesse di migliaia di persone. Nel corso degli anni la mitologia greca è stata tramandata in forma orale e ha attraversato i libri per raggiungere le case cinematografiche e le televisioni di tutto il mondo. Ma partiamo dal mito: in principio c’era il Caos, miscuglio indeterminato di tutto ciò che esisteva. Da esso nacque in primis la Terra, che personificatasi diede vita alla sopracitata Gea. Quest’ultima creò il cielo con le stelle e le nubi: ciò in un solo essere chiamato Urano. Fra i figli del Caos vi erano anche Tartaro ed Erebo. Secondo Esiodo autore della Teogonia, l’opera che contiene questo mito – il Tartaro è il luogo più profondo della Terra, serrato da enormi cancelli di ferro, che dista dall’Ade tanto quanto la Terra dal cielo. In esso vennero esiliati peccatori leggendari o divinità indegne; da qui ebbe inizio la nascita degli dèi, che si susseguirono fino a creare una vera e propria stirpe. La maggior parte della popolazione mondiale vive oggi in metropoli caratterizzate da palazzi che sembrano toccare il cielo e nascondere, a causa dell’eccessiva illuminazione, parte dell’universo in cui viviamo: laVia Lattea. Sebbene non abbiano usufruito delle odierne tecnologie, nei secoli scorsi gli abitanti della Terra hanno avuto la fortuna di godere, nelle notti più limpide, della spettacolarità di questa galassia, considerata dagli antichi egizi “il Nilo notturno” sul quale navigavano gli dèi. Il popolo arabo, invece, considerava la Via Lattea Nhar di Nur, un “fiume di luce”, mentre i greci crearono un mito di grande bellezza sulle avventure di Zeus con belle e affascinanti donne mortali:

«Dalle sue tanti amanti Zeus aveva avuto da Alcamena un figlio [di nome] Eracle, poiché il padre degli Dei teneva […] alla sua prole, pensò ad uno stratagemma per donare al nascituro semidio l’immortalità. Mentre la moglie Era dormiva, le attaccò al seno il neonato così che il latte divino operasse in lui il miracolo. Il bimbo, tuttavia, era già miracoloso. Afferrò il seno di Era con troppa forza, svegliandola e facendo schizzare un fiotto di latte sulla volta celeste, dove da allora rimase ad indicare agli dèi e ai terrestri la strada per il palazzo di Zeus[3]».

Nei tempi antichi il latte rappresentava una delle bevande sacre: «Il latte può essere considerato una variante dell’acqua, origine prima dell’esistenza, collegato a quell’acqua vitale che è il sangue, sugo della vita; una variante del quale, a sua volta, è il seme fecondatore dell’uomo[4]».Nell’epoca in cui questo mito prese forma, il latte mescolato al miele era una bevanda usata in modo rituale dagli uomini per generare sensazioni di ebbrezza, visione e rapimento spirituale:

«Un cammino segnato dal latte è allora, in un senso immaginale, un metodo, una strategia di comprensione della realtà che rinuncia alle “certezze” più tardi fornite dalla scienza per recuperare la meraviglia e l’umiltà che per millenni hanno guidato i passi di coloro che hanno tentato di definire il proprio posto nel mondo[5]».

Nel corso degli anni, i miti dell’antica Grecia non si sono limitati a ispirare gli eroi dei comics americani ma si sono spinti fino al Sol Levante, influenzando notevolmente anche il mondo dell’editoria manga. Non è quindi un caso se in un colosso editoriale come One Piece, manga scritto e disegnato da Eichiro Oda in pubblicazione da più di venticinque anni, già si ravvisano chiare ispirazioni alla mitologia classica, a partire dalle sorelle Gorgoni, presenti nel mito di Medusa. La caratteristica di due di queste tre sorelle è infatti quella di potersi trasformare in serpenti, mentre l’ultima è in grado di pietrificare chiunque risulti attratto da lei. Vi sono poi altri riferimenti più o meno velati, come la presenza del Minotauro e della Sfinge nella prigione di Impel Down, che fungono da guardiani, il nome delle tre potentissime armi ancestrali ispirato alle divinità greco-romane (Pluton, Uranus e Poseidon) o la presenza del Re Nettuno (metà uomo e metà pesce) come sovrano dell’isola sottomarina degli uomini pesce.

Vi sono poi altre opere che molto più di One Piece affrontano e rielaborano la mitologia greca, adattandola al gusto contemporaneo e dandole spesso una nuova connotazione e dimensione. Chi può dimenticare C’era una volta…Pollon, l’anime degli anni ‘70/‘80 che ha come protagonista l’unica figlia di Apollo? Durante le sue avventure, la piccola Pollon incontra numerosi dèi dell’Olimpo, rivisitati in chiave moderna e fantastica, e viene spesso aiutata da Eros (il dio dell’amore, qui privato della sua dimensione divina ed eroica e trasformato in un personaggio comico) e dalla Dea delle Dee. L’autore, però, narra tutto in chiave umoristica, comprese le tragedie più tristi: gli dèi sono tutt’altro che perfetti e infallibili, risultano umani in tutto e per tutto, soggetti agli stessi vizi e alle stesse debolezze degli uomini: Apollo è pigro e scansafatiche, Zeus un donnaiolo alla costante ricerca di nuove scappatelle, Poseidone non sa nuotare nonostante sia il dio del mare, Era appare una donna perfida e sadica sempre intenta a spettegolare, Atena risulta antipatica e non piace a nessuno tanto da essere soprannominata la “vecchia zitella”, Ade è un uomo calvo e all’apparenza malaticcio. Il mangaka Masami Kurumada fa della mitologia greca uno dei punti fondanti del suo manga più noto, Saint Seiya (meglio conosciuto come I cavalieri dello Zodiaco), e adatta numerosi miti a questa vicenda. Tutto gira intorno ad Atena, qui mutata nella dea della giustizia (in origine sarebbe stata, invece, la divinità della guerra tattica, della sapienza e dell’intelligenza), al cui servizio ci sono alcuni dei Cavalieri di bronzo, protagonisti della storia. Questi ultimi sono protetti da particolari costellazioni, anch’esse ricollegate alla mitologia: il protagonista è Pegasus, che nel mito originale consegna lo scudo di Medusa alla dea Atena. Andromeda, figlia di Cassiopea, viene invece condannata da Poseidone a essere divorata da un mostro marino, mentre nella versione originale viene salvata da Perseo. In qualità di vittima sacrificale, la dea assume quindi una dimensione più tragica. Una delle opere che maggiormente si impegna nella ricostruzione delle figure mitologiche greche e, in particolare, in quella dell’eroe è il manga Record of Ragnarok (in originale Shūmatsu no Valkirye), che contrappone in un combattimento gli dèi, decisi a sterminare la razza umana, e gli esseri umani, pronti a difendere la propria esistenza. Questa competizione, nota come Ragnarok, fu concepita come l’ultima possibilità di salvezza del genere umano, che tuttavia non avrebbe avuto alcuna possibilità se non fossero intervenute le Valkirye, delle divinità favorevoli agli umani in grado di trasformarsi in armi mediante un patto chiamato völundr.

Gli dèi raggiungono una nuova dimensione ed è interessante notare come si riducano spesso a esseri infantili, che accettano di tenere il Ragnarok solamente per capriccio, volendo dimostrare a Brunilde, la valchiria che ha concesso agli umani un’ultima possibilità, di non avere paura dei mortali. Nell’opera compaiono molte divinità greche, ma quattro sono le più rappresentative: Zeus, il re degli dèi, è rappresentato come un vecchietto gracile che spesso si rende ridicolo; Ares è un energumeno senza cervello; Poseidone è freddo e arrogante, si considera perfetto e in grado di fare qualsiasi cosa senza l’aiuto di nessuno. Tuttavia, il personaggio greco meglio realizzato è Ercole: il più giusto fra gli dèi, pieno di onore e dignità, amante della battaglia in ogni sua forma, si mostra amorevole e altruista nei confronti degli umani, tant’è che il suo desiderio di proteggerli e salvarli supera di gran lunga la gravità dei peccati da loro commessi. In battaglia, Ercole affronta Jack lo Squartatore, è quindi interessante il confronto fra un semidio amato in egual misura da umani e divinità, e un assassino detestato e temuto da entrambe le parti. Nonostante la vittoria del secondo, l’eroismo del dio della giustizia riesce a cambiare totalmente il suo avversario e a guarire il suo inesauribile odio verso il genere umano.

Più di chiunque altro Ercole incarna la figura dell’eroe contemporaneo, così come spesso appare nelle serie manga e anime: un guerriero senza macchia e senza paura, pronto a tutto pur di difendere i suoi ideali e ciò che gli sta più a cuore. Rappresentativo è il fatto che, a differenza del mito originale, all’inizio Ercole è un comune essere umano, distintosi per le sue imprese ed elevato da Zeus al rango divino tramite l’ingestione dell’ambrosia.  Sono lontani i tempi in cui Dumas, nella prefazione al suo romanzo I tre moschettieri, teneva a precisare che «[…] nonostante i nomi in os e in is, gli eroi della storia che avremo l’onore di raccontare ai nostri lettori non hanno nulla di mitologico[5]». Robert Graves nell’introduzione alla sua opera I miti greci, già nel 1954, nota come i soggetti del suo studio siano diventati parte della nuova conoscenza contemporanea e si siano adattati alla cultura moderna anche grazie ai romanzi di Kingsley o di Hawthorne[6]. Nello stesso anno Moravia, nel suo romanzo Il disprezzo, racconta di una sceneggiatura in cui il protagonista è impegnato a scrivere su un adattamento “spettacolare” dell’Odissea:

«A questo punto, però, un dubbio sull’opportunità o meno di introdurre nel mio riassunto il consiglio degli dèi, durante il quale viene, appunto, discusso il ritorno di Ulisse a Itaca, mi fece sospendere il lavoro…Togliere il consiglio voleva dire togliere il sopramondo del poema, eliminare ogni intervento divino, sopprimere le presenze così amabili e così poetiche delle diverse divinità. Ma non c’era dubbio che Battista (il produttore) non avrebbe voluto saperne degli dèi, i quali gli sarebbero parsi nient’altro che inconcludenti chiacchieroni, indaffarati a decidere cose che potevano essere benissimo decise dai protagonisti. Quanto a Rheingold (il regista), quel suo ambiguo accenno al film psicologico non presagiva nulla di buono per le divinità: la psicologia, ovviamente, esclude il fato e gli interventi divini… Superflui, dunque, gli dèi perché né spettacolari, né psicologici…[7]».

Questo flusso di coscienza sembra molto lontano dagli occhi dell’uomo, ma col tempo è stato appurato che gli dèi sono creature spettacolari e psicologiche, e che il mito si è evoluto e adattato a nuovi canoni e forme, specialmente sotto la direzione delle aziende fumettistiche della DC e della MARVEL. Come spiega Adriano Ercolani in un interessante articolo, la presenza dei miti nel mondo supereroistico testimonia la sopravvivenza e il potere assunto dagli archetipi, dai cosiddetti “modelli originali universali” portati alla ribalta da Jung. Nello specifico, è possibile notare come l’archetipo nel mondo monomitico, seguendo il neologismo di Campbell, si sviluppi seguendo sempre il medesimo schema:

  • nascita misteriosa;
  • rapporto complesso con la figura paterna;
  • esilio e iniziazione;
  • morte e resurrezione;
  • ritorno e vittoria tramite un’arma acquisita durante il periodo di iniziazione.

Il nuovo mito è figlio del Superuomo nietzschiano e rappresenta la nuova consapevolezza umana, nata dopo la “morte di dio” (Superman), un uomo che riesce a esercitare la giustizia perché si trova al di là della stessa, ancora Nietzsche con “Al di là del Bene e del Male” (Batman). Proprio Batman, o meglio il contesto in cui il protagonista agisce, Gotham City, è paradigmatico rispetto alla figura dell’eroe moderno che, abbandonate le avventure di viaggio della mitologia greca, si inerpica tra le oscurità delle città moderne:

«Joyce anche lui interpretò l’Odissea alla maniera moderna… e nell’opera di modernizzazione… ebbe l’avvertenza di lasciare stare il Mediterraneo, il mare, il sole, il cielo, le terre inesplorate dell’antichità… Mise tutto quanto per le strade fangose di una città del nord, nelle taverne, nei bordelli, nelle camere da letto, nei cessi… Niente sole, niente mare, niente cielo… tutto moderno, ossia tutto abbassato, avvilito, ridotto alla nostra miserabile statura…[8]».

C’è poi l’archetipo femminile per eccellenza rappresentato da Wonder Woman, che richiama in primis Diana. Ancora, esistono uomini che ambiscono a diventare dèi attraverso il potere e la tecnologia, novelli Efesti come Iron Man, che nella sua “fucina tecnologica” viene coadiuvato dall’intelligenza artificiale J.A.R.V.I.S., che ricorda molto le fanciulle meccaniche costruitesi dal dio greco per farsi aiutare nel suo lavoro. I mondi comunicano, come comunicavano nel mito greco, e combattono insieme per il bene e la sopravvivenza, come Thor (ispirato agli dèi nordici), che viene scagliato sulla Terra e si innamora di una mortale che studia il cielo. Il mito, nell’accezione supereroistica, trova una sintesi nell’approccio psicologico, sviluppatosi da Jung in poi, e in quello molto più concreto, sociale, politico e finanche propagandistico, già presente nella tradizione ellenica ma anche in quella classica. L’eroe che probabilmente riveste più di tutti questo scopo è Capitan America, che fin dal suo esordio cinematografico (Capitan America. Il primo vendicatore, 2011) viene presentato come un novello Perseo munito di scudo, che deve scontrarsi con l’organizzazione terroristica nazista Hydra, che porta il nome del mostro combattuto da Eracle durante la sua seconda fatica. Capitan America e Teschio Rosso, comandante dell’Hydra, sono nati dalla stessa sperimentazione ma i due esperimenti hanno avuto esiti diversi, il primo è infatti diventato un eroe, il secondo un sanguinolento che richiama la figura di un altro Perseo, non eroe ma una sua versione mal riuscita, il Frankenstein di Mary Shelley. I supereroi del XXI secolo superano la visione pessimista verso la tecnologia e la scienza e, come raccontato dalla Shelley, possono sfuggire di mano all’uomo e porre come protagonista un Superuomo, figlio del talento scientifico di un uomo, Howard Stark, padre di colui che diventerà, come abbiamo visto, Iron Man. Com’è stato detto in precedenza, il mito greco nasce tra il IX e l’VII secolo a.C. ma si stabilizza con l’Iliade e l’Odissea di Omero, risalenti al periodo che va dall’VIII al VI secolo a.C., nel quale sono stati messi per iscritto numerose storie che prima venivano tramandate solo oralmente. Da quel momento in poi, queste due immense opere divennero i “sommi” modelli per molta della letteratura epica (e non solo) successiva. Si dice comunemente che i romani non erano culturalmente evoluti come i greci, essi infatti, a differenza dei greci, si concentravano sugli aspetti materiali per lo sviluppo della città e della civiltà, trascurando totalmente la letteratura e le arti. Una volta conquistata la Magna Grecia, però, questo popolo iniziò ad assimilarne la cultura (anche per non apparire inferiore ai greci da nessun punto di vista) e cominciò a interessarsi anche all’arte, alla poesia e alla letteratura, tanto che la prima opera letteraria scritta il latino è l’Odusia, la traduzione dell’Odissea effettuata da Livio Andronico nel III secolo a.C. Il concetto di “traduzione” di un’opera che avevano gli antichi romani era però differente rispetto a quello comune. Essi, infatti, non facevano la traduzione letterale di un testo ma traducevano riadattando e rielaborando l’opera. Utilizzavano questa strategia per due principali motivi: spesso in latino non c’erano le parole adatte per tradurre il greco e quindi si doveva correre ai ripari, inventando nuovi termini o facendo lunghi giri di parole. I romani, inoltre, non accettavano diversi aspetti della cultura greca; pertanto, il traduttore doveva rielaborare l’opera in modo che potesse essere accettata dagli stessi romani. Un esempio di questa ideologia è presente nel concetto dell’orrido e del sangue: i greci non amavano né l’uno né l’altro quindi questi elementi non venivano mai menzionati nelle loro opere letterarie. I romani, invece, amavano molto sia la violenza che il sangue, di conseguenza il traduttore era solito reinterpretare l’opera aggiungendo quello che assecondava il gusto romano.

Gli stessi romani, quindi, facevano dei “retelling del mito” senza saperlo!

Altri esempi di retelling del mito greco sono Le metamorfosi di Ovidio, Le metamorfosi di Apuleio e l’Eneide di Virgilio. In tutte queste opere viene ripreso il mito greco e rielaborato in modo da renderlo utile alla narrazione degli eventi di quel determinato periodo storico, così come avviene per i retelling contemporanei. Prendendo in esame La canzone di Achille di Madeline Miller (insegnante di greco e latino, nata a Boston nel 1978), uno dei romanzi che più sta spopolando tra i giovani e non solo, il libro racconta la storia d’amore fra Ettore e Achille seguendo fedelmente le vicende dell’Iliade di Omero. Leggendo il romanzo ci si rende immediatamente conto che l’autrice conosce molto bene la letteratura greco-latina ma è anche evidente che ha messo in atto una rielaborazione, al fine di rendere il romanzo più fruibile ai lettori e assecondare il gusto dei contemporanei. Tra l’altro, la Miller non è stata la prima a realizzare un retelling del poema omerico: Già in età imperiale, Publio Papinio Stazio prese come modello l’Iliade di Omero per scrivere la sua Achilleide, un libro incentrato sulla vita di Achille del quale ci rimane solo l’episodio di quando Teti, spaventata dalla profezia riguardante la morte del figlio durante la guerra di Troia, traveste Achille da donna e lo porta sull’isola di Sciro fra le dame di corte. Non è un caso che questo fatto venga ripreso e ben trattato anche dalla Miller nel suo romanzo. Ma perché i miti e i classici greci continuano a essere ripresi e rielaborati? Il mito greco è il classico per eccellenza e pullula di eroi, cattivi, divinità e muse che lo rendono spettacolare. Ai lettori di tutte le epoche piace leggere delle loro vicende e immedesimarsi nei vari personaggi. Questo lo rende il modello per eccellenza che si presta a essere rielaborato in un’infinità di modi diversi. Il mito greco, infatti, appare in diverse opere e in modi diversi:

  1. come passato glorioso da celebrare e in cui immedesimarsi;
  2. come luogo in cui ambientare nuovi racconti;
  3. come un insieme di luoghi, eventi e personaggi che fungono da repertorio che può essere preso e inserito in racconti e opere contemporanee.

Ed è proprio per questi aspetti che il mito (e i classici in generale) continueranno a essere usati e riusati all’infinito. Non moriranno mai perché il loro destino è quello di essere reimpiegati per raccontare storie nuove e sempre diverse, che altrimenti non avrebbero alcun senso di esistere, né in ambito letterario né artistico.

Bibliografia

P. Camporesi, Le officine dei sensi. Il corpo, il cibo, i vegetali. La cosmografia interiore dell’uomo, Garzanti, 1985, p. 60.

F. D’Andrea, Un mondo a spirale. Riflessioni a partire da Michel Maffesoli, Liguori editore, 2014, p. 24.

A. Dumas, I tre moschettieri, Feltrinelli, 2016.

R. Graves, I miti greci, Longanesi, 1992.

A. Moravia, Il disprezzo, Bompiani, 2017.

C. Rossi Collevati, Leggende e tragedie della mitologia greca, Gianni Monduzzi Editore, 1998, p. 11.

Note

[1] C. Rossi Collevati, Leggende e tragedie della mitologia greca, Gianni Monduzzi Editore, 1998, p. 11.

[2] F. D’Andrea, Un mondo a spirale. Riflessioni a partire da Michel Maffesoli, Liguori editore, 2014, p. 24.

[3] P. Camporesi, Le officine dei sensi. Il corpo, il cibo, i vegetali. La cosmografia interiore dell’uomo, Garzanti, 1985, p. 60.

[4] Ivi, p. 24.

[5] A. Dumas, I tre moschettieri, Feltrinelli, 2016.

[6] R. Graves, I miti greci, Longanesi, 1992.

[7] A. Moravia, Il disprezzo, Bompiani, 2017.

[8] Ivi.

Il percorso “clinico” dell’omosessualità

Il percorso “clinico” dell’omosessualità…tuttora in corso

Fino all’Ottocento provare desiderio verso individui dello stesso sesso era un problema principalmente religioso, che diventava materia legale quando al pensiero si aggiungevano gli atti sessuali – specialmente nei casi maschili. Ben presto i metodi diagnostici per il riconoscimento dei sodomiti divennero materia di trattati. Infatti, in Francia vennero pubblicate diverse osservazioni, tra cui quella di Ambroise Tardieu che chiariva quali fossero i metodi utili a distinguere gli individui passivi da quelli attivi, solamente basandosi sulla valutazione delle differenze anatomiche nei soggetti. In particolare, il suo pensiero prevedeva che, tra gli individui maschili, gli attivi avessero una forma del pene più appuntita e i passivi un ano “a forma di imbuto”. In questo modo, l’attrazione verso persone dello stesso sesso veniva accertata anche tramite lo studio dell’anatomia, coinvolgendo gran parte della sfera medica. Sebbene le suddette differenze anatomiche venissero interpretate come conseguenza del diverso pensiero sessuale delle persone, altri personaggi appartenenti al mondo scientifico invece le etichettavano come causa per il differente orientamento sessuale. Ferdinando Tonini, medico italiano, definiva le malformazioni anatomiche – come, ad esempio, l’ipertrofia del clitoride – un possibile fattore predisponete all’attrazione tra due soggetti femminili. Intorno alla metà del XIX secolo, comparvero nuovi termini per l’identificazione di persone attratte da individui dello stesso sesso; tra questi, “urningo” è sicuramente uno dei più importanti dato che la sua nascita viene attribuita a Karl Heinrich Ulrichs, assistente legale del regno di Hannover e tra i primi difensori dell’omosessualità. Ulrichs, da sempre attratto dagli uomini, pubblicò dodici volumi in cui espose la sua idea di amore e attrazione fisica tra i soggetti maschili. Lui stesso dichiarò di sentirsi appartenere a un terzo sesso o di essere un “urning” (urningo), ovvero una persona con psiche femminile in un corpo maschile. Le sue idee sposavano il concetto che il feto materno contenesse dei germi fisici e mentali in grado di determinarne il sesso. Solitamente, questi germi sarebbero stati allineati nel definire lo stesso sesso, ma in alcuni casi avrebbero potuto determinarne indipendentemente uno diverso; nel caso degli urninghi si sarebbero avuti germi mentali di un sesso e germi fisici di un altro. Nel 1868, Karl Maria Kertbeny, poeta e traduttore austro-ungherese, inventò i termini “omosessualità” ed “eterosessualità” descrivendone il loro significato proprio in una lettera inviata privatamente ad Urlichs. Al contrario di quest’ultimo, Kertbeny non credeva che gli uomini attratti sessualmente da altri uomini avessero delle menti femminili, né tantomeno che fossero “effemminati” nel comportamento. Nello stesso anno, lo psichiatra Wilhelm Griesinger, associò il desiderio sessuale tra individui del proprio sesso a una condizione congenita neuropatica. L’anno successivo, un suo allievo pubblicò due casi clinici riguardanti ciò che per la prima volta veniva chiamato “istinto sessuale contrario”. Tra questi, vi era quello di N., una donna che non riportava alcuna differenza anatomica riconducibile a un’alterazione del suo orientamento sessuale, ma che sin dalla nascita risultava attratta da persone del suo stesso sesso. L’idea che non fossero più delle malformazioni anatomiche a determinare l’orientamento delle persone, bensì una condizione congenita, prendeva sempre più piede. Nel 1878, Arrigo Tamassia, medico legale italiano, pubblicò un articolo intitolato “Sull’inversione dell’istinto sessuale” all’interno della “Rivista sperimentale di freniatria”, donando così alla comunità scientifica italiana il primo caso clinico di una nuova tipologia di disordine mentale, quella dell’inversione sessuale, caratterizzandola come una degenerazione e un disturbo psichiatrico. Non solo, Tamassia ebbe la capacità di catalizzare l’attenzione della medicina su una questione che solo qualche anno prima veniva spiegata come “condizione umana diversa dal normale”. Questo passaggio fu determinante per la patologizzazione dell’omosessualità in Italia e per l’inizio di un percorso che aprì la strada allo studio delle “psicopatie sessuali”. Inoltre, Tamassia chiarì come gli psichiatri e gli antropologi affermassero che sull’istinto sessuale influivano elementi come le passioni, le idee e molti aspetti della personalità, attribuendo così un significato molto più profondo a quello che precedentemente veniva considerato solamente una mera attività funzionale volta alla riproduzione della specie. Non solo, secondo il pensiero di Tamassia, persino molteplici malattie mentali sarebbero derivate dalle perversioni dell’istinto sessuale, definendo così, un nesso tra sessualità e patologia psichiatrica. Di lì a poco, la definizione di “sesso” cambiò nettamente. Di fatto, il sesso mutava da mera pratica funzionale a strumento per l’identificazione di tipologie di individui diversi all’interno della stessa popolazione. Ovvero, ciò che una persona amava fare all’interno della propria sfera sessuale diventava strumento per la rivelazione della natura della stessa persona. A tal proposito, notevole fu anche il contributo di Arnold Davidson che oltre a confermare l’idea della sessualità come veicolo per la conoscenza della persona, dichiarò che l’introduzione del concetto di inversione sessuale avrebbe posto le basi per comprendere la sessualità in epoca moderna. Così, la classe medica degli psichiatri cominciò a concentrarsi maggiormente sulle disfunzioni dell’istinto sessuale, sull’infanzia e sullo status psicologico degli individui.  Basandosi anche sugli studi di autori precedenti, l’idea di Tamassia era che le anomalie dell’istinto sessuale potessero essere divise in quattro gruppi:

  • mancanza assoluta dell’istinto sessuale;
  • esagerazione dell’istinto sessuale;
  • manifestazione dell’istinto sessuale al di là del tempo fisiologico;
  • tendenze all’appagamento dell’istinto sessuale in modo anti-fisiologico.

Riprendendo gli studi di Westphal sull’inversione sessuale, Tamassia sosteneva che l’ultima anomalia fosse una “vera forma di alienazione mentale”, mentre il collega la considerava più una parziale alterazione del sistema nervoso. Il disgusto verso il sesso opposto e l’istinto sessuale precoce, gli organi genitali sani e non modificati, erano indici per Tamassia di una forma completa di malattia mentale, riconducibile a espressioni nervose e psicologiche dei soggetti – evidenziate da Westphal stesso, come per esempio la depressione ereditaria. Il medico italiano concentrò la sua attenzione anche sulla dualità dell’inversione sessuale: da un lato si ha l’inversione psicologica di genere dove le proprie caratteristiche psicologiche non corrispondono al proprio sesso biologico, ed è considerato come l’elemento causale dell’insorgere della patologia; dall’altro lato si ha la preferenza di individui dello stesso sesso per soddisfare i propri istinti e i desideri sessuali. L’”invertito”, infatti, secondo Tamassia, è affetto da patologia mentale poiché “non possiede il primo elemento della normalità della mente, il senso cioè della personalità, o meglio il senso generale della propria esistenza”, e con la sua personalità invertita rispetto alla sua fisiologia (sesso biologico) instaura un dualismo su cui si basa la propria individualità. Il concetto di disordine mentale legato all’omosessualità era così radicato negli studi di Tamassia che poteva utilizzarlo come attenuante in ambito giudiziario per richiedere una riduzione della pena ai soggetti interessati, in quanto “non pienamente coscienti delle proprie azioni”. Questi studi ebbero ampio seguito in Europa e negli Stati Uniti, anche se ci si concentrò non più sull’inversione di genere – e quindi sul lato psicologico – ma sulla scelta dell’oggetto sessuale e sul perché l’istinto e il desiderio guidassero i soggetti verso individui dello stesso sesso.

In tutto il mondo e anche in Italia se ne cominciò a parlare sempre più frequentemente in pubblicazioni scientifiche, divenendo un argomento molto in voga tra medici e studiosi del tempo. La prima edizione del DSM-I (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) certificava l’omosessualità come un disturbo sociopatico della personalità, mentre, successivamente venne inclusa fra le parafilie (necrofilia, pedofilia, masochismo, sadismo, voyeurismo, travestitismo, esibizionismo). Nel 1968 l’omosessualità era considerata la prima fra le “sexual deviations” all’interno del manuale dei disordini mentali. Il percorso di depatologizzazione dell’orientamento sessuale ebbe inizio solo nel 1973, quando l’American Psychiatric Association eliminò la diagnosi di omosessualità egosintonica, accompagnata, cioè, da una totale consapevolezza e accettazione del proprio orientamento sessuale dal DSM, e mantenne soltanto la cosiddetta omosessualità egodistonica, contraddistinta da una mancata accettazione del proprio orientamento sessuale, e causa di disagio sociale e psichico. Quest’ultima venne eliminata dal DSM solo nel 1987. Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità depennò definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.  Il 23 agosto 2013 anche il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (CNOP) dichiarò che quest’ultimi non avrebbero potuto prestarsi più ad alcuna terapia riparativa dell’orientamento sessuale di una persona, ma che avrebbero dovuto collaborare con i propri pazienti in caso di disagi relativi alla sfera sessuale, a prescindere dall’orientamento.

Soltanto nel 2016 la WPA (World Psychiatric Association) ha bollato le terapie riparative come “antiscientifiche, non etiche, inefficaci e dannose”, enfatizzando i danni collaterali di questi trattamenti a chi vi si sottopone. Tuttavia, una minoranza di psicologi, psichiatri e psicoanalisti continuano a considerare l’omosessualità come un disturbo o una forma di immaturità psichica. Alcuni, più semplicemente, ritengono che sia preferibile aspirare a un orientamento eterosessuale, status di “normalità”. Nel corso del tempo, pertanto, si sono diffusi in campo medico provvedimenti di tipo “correttivo”, che mirano a intervenire sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere di un individuo, frequentemente chiamati “terapie riparative”. Si tratta di approcci derivanti da estremizzazioni ideologiche e religiose, privi di fondamento nella ricerca empirica e nella letteratura scientifica. Tali modelli terapeutici hanno preso piede negli anni ‘90 e hanno ottenuto una visibilità internazionale grazie agli scritti del noto psichiatra americano, Charles Socarides, fondatore del NARTH (National Association for the Researche and Therapy of Homosexuality). Recentemente queste teorie sono state appoggiate anche da Joseph Nicolosi, psicologo clinico americano, ex presidente del NARTH. Secondo questi psicologi l’omosessualità maschile sarebbe causata da un disturbo di identità di genere che insorge durante lo sviluppo psicologico. Per Socarides la tappa fondamentale che causa l’omosessualità sarebbe data dal fallimento sui processi di identificazione primaria che si instaurano intorno ai tre anni; Nicolosi invece crede che il disturbo insorga durante l’adolescenza e che sia causato al fallimento dell’identificazione secondaria e della costituzione dell’identità sessuale. In entrambe le teorie un ruolo fondamentale sembrerebbe essere imputato al rapporto con i genitori; in particolare, secondo il primo autore una cattiva relazione con la propria madre potrebbe condizionare l’orientamento sessuale, mentre per Nicolosi la “colpa” dell’omosessualità di un individuo sarebbe da imputare al rapporto che ha questo con il padre. Nonostante la fama di queste terapie, la comunità scientifica ha smentito la validità di questi trattamenti. Nel 2009 l’American Psychological Association ha anche pubblicato un report dove analizza i disagi vissuti dai pazienti sottoposti a tali cure. In particolare, tale report ha evidenziato che:

  • Raramente queste terapie sono state in grado di modificare l’orientamento sessuale degli individui;
  • I trattamenti presentano effetti iatrogeni che potrebbero portare l’individuo ad avere impulsi suicidi;
  • Tali cure aumentano lo stress della crescita se sperimentate su bambini e adolescenti.

È da segnalare che queste operazioni violano il “Codice Deontologico degli Psicologi” che negli articoli 3 e 4 del Capo 1 afferma che lo Psicologo «in ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stesse e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. Lo Psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto, deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza». Inoltre, l’articolo 5 prevede che il ruolo dello Psicologo sia quello di allievare i tormenti di chi soffre per il proprio orientamento sessuale, mettendo da parte il proprio sistema di valori in modo da permettere all’individuo di esprimere la complessità dei propri conflitti interiori. In Italia il 5 settembre 2016 è stata presentata una proposta di legge per vietare l’esercizio di pratiche volte alla conversione dell’orientamento sessuale nei minori. All’articolo 1 la proposta di legge specifica in via preliminare la definizione di “conversione all’orientamento sessuale”, anche denominata “terapia riparativa”, che include ogni pratica volta a modificare l’orientamento sessuale, i comportamenti e le espressioni di genere di un individuo, nonché a ridurne l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi. L’articolo 2 cita le figure professionali a cui vietato applicare le terapie in questione su minorenni, e stabilisce le sanzioni pecuniarie e accessorie da applicare nel caso in cui la norma venisse violata. In particolare, qualora per le figure professionali di cui all’articolo 2, sia richiesta una specifica abilitazione da parte dello Stato, l’articolo 3 prevede la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione da uno a cinque anni. Ma la proposta di legge non è stata tutt’oggi approvata.

Marina Mastrangelo, Virginia Caso, Leonardo Bati, Vincenzo Martorello, Piervincenzo Lo Moriello

@Start me Up

@START me UP: nuove imprese per un futuro più ecologico

L’economia circolare risulta essere l’unica soluzione per le aziende del futuro. Per tale motivo, le ultime presenti sul mercato hanno dovuto confrontarsi con la necessità di adattare le proprie idee a questa condizione. Le più recenti start up hanno, infatti, individuato idee innovative per tentare di risolvere, migliorare e rendere più sostenibile il pianeta. Le soluzioni sono le più svariate, ma tutte risultano essere collaborative verso il nono goal stabilito dall’agenda 2030 (imprese e innovazione); i macrosettori a cui fanno riferimento comprendono la tecnologia, il riuso, il riciclo e la moda.

9-Tech

La 9-Tech è la giovanissima start up nata all’inizio del 2020 e fondata dal ricercatore dell’Università di Padova, Pietrogiovanni Cerchier. Egli ha studiato come recuperare numerosi rifiuti elettronici – tra cui anche moduli fotovoltaici ormai inutilizzabili – e renderli nuovamente materie prime. I pannelli solari sono ormai certificati come uno strumento utile a ricavare energia pulita, ma come trattarli nel momento in cui smetteranno di essere funzionali? (Certo è che la loro vita è compresa tra i 25 e i 30 anni). L’azienda del giovane ingegnere industriale ha realizzato un impianto denominato “9-PV”, il cui dispendio energetico e il cui costo risultano essere i migliori risultati finora raggiunti rispetto alle altre proposte presenti sul mercato. Attraverso un processo termochimico, i collaboratori del fondatore sono riusciti a separare materiali ritenuti preziosi – ed estremamente necessari per differenti mercati come per quello dell’informatica – dagli altri componenti: in particolare, hanno separato il silicio, l’argento, il rame e il vetro. L’impianto pilota è ospitato presso il Green Propulsion Lab del gruppo “Veritas”, una piattaforma finanziata dal Ministero dell’Ambiente. Il progetto di 9Tech ha raggiunto anche la finale del VeniSIA, un acceleratore di progetti sulla sostenibilità.

Pietrogiovanni Cerchier spiega: «Durante il mio dottorato in ingegneria industriale all’Università di Padova ho lavorato insieme alla professoressa Katya Brunelli su come recuperare l’oro dalle schede dei dispositivi elettronici. Nelle celle dei pannelli c’è una quantità non trascurabile di argento; quindi, l’obiettivo di partenza era recuperare quello. Una volta terminato il dottorato, ho voluto continuare la ricerca e ho deciso di aprire la mia startup».[1]

Dunque, l’obiettivo generale, in questo momento, è creare una fusione tra sistema economico ed ecologico per non far scambiare materie prime e rifiuti, e ritrovarli in una relazione circolare in cui i materiali vengono mantenuti e recuperati il più possibile, minimizzando gli scarti e di conseguenza l’impatto sull’ambiente.                                                                                                    

Grycle

Grycle, nata a Milano nel 2021 da un team di tre ingegneri, un fisico e un’economista[2], è una macchina che trasforma i rifiuti in nuova materia prima. I rifiuti e la materia prima sono separati automaticamente e sono totalmente riutilizzabili nei processi di trasformazione industriale. Questo processo riduce il volume dei rifiuti di oltre il 90%.

Ciò è possibile grazie a un modulo d’intelligenza artificiale che consente al macchinario di imparare progressivamente a riconoscere nuovi materiali ed evitarne la differenziazione.

Dati per fare il punto della situazione:

  • 70%: aumento della produzione globale di rifiuti previsto entro il 2050;
  • 33%: rifiuti solidi urbani prodotti oggi non trattati;
  • 10%: costi nei bilanci delle municipalità per trattare i rifiuti;
  • 1,6: miliardi di tonnellate di CO2 prodotte solo per trattare i rifiuti.

Daniele Pes, uno dei due soci fondatori di Grycle, spiega: «Se fossimo in grado di ritrasformarli completamente, non sprecheremmo più le materie prime che li compongono. Non sarebbero più scarti ma una miniera di risorse, che potremmo riutilizzare indefinitamente. È da questa considerazione che nasce il progetto Grycle» e il co-fondatore Edoardo Carlucci aggiunge: «Il potenziale è che potremo trasformare l’immondizia in valore economico: Grycle è un progetto ambizioso, che nasce in Italia e punta al mondo, fatto di competenze e duro lavoro. Investire in Grycle significa essere artefici di un cambiamento radicale»[3].

Questo potente slancio da parte dei soci deriva dal fatto che nel 2020, dopo aver partecipato alla più importante fiera globale, organizzata per lo sviluppo e l’innovazione tecnologica, la start up ha avuto la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico e ambire a diffondersi su larga scala.

Eso Recycling

“I prodotti di oggi, le risorse di domani” è il principio su cui si fonda la start up dell’imprenditore ellenico Nicolas Meletiou, fondatore di Eso Recylcing. L’azienda, nata nel 2018, si pone l’obiettivo di realizzare un “ciclo del riciclo” attraverso la trasformazione e la produzione di materia di prima e seconda scelta e di prodotti finiti destinati allo sport, al settore dell’oggettistica domestica, agli accessori per la moda e al tempo libero. Attraverso una serie di impianti dislocati sul territorio nazionale viene notevolmente diminuita la mole di rifiuti che sarebbero destinati alla discarica. Eso Recycling risulta essere un punto di riferimento anche per le attività benefiche grazie a progetti come “Il giardino di Betty” e “La pista di PIETRO”. In particolar modo, “Il giardino di Betty” è un’iniziativa che attraverso il recupero e la trasformazione di materiale riciclato proveniente dalle sneakers raccolte presso le amministrazioni pubbliche, ha portato all’ideazione di 25 parchi gioco per bambini dotati di pavimenti antitrauma e antiscivolo. L’obiettivo nel prossimo futuro è quello di completare la realizzazione del primo impianto di proprietà dell’Eso Recycling a Tolentino (Macerata) che farà da precursore alle 11 strutture da inaugurare entro il 2025. Per fare ciò, l’azienda ha aperto la raccolta fondi denominata “CrownFundMe”, il cui ricavato servirà ad acquistare i macchinari necessari all’impianto di Tolentino.

Yes You Can

Le iniziative dal settore della moda sono state molteplici, svariate e creative; tra esse è presente la proposta dalla startup milanese YesYouCan la quale ha attuato una nuova forma di riciclo per tutti quegli abiti la cui taglia non è più adatta o il cui modello ha smesso di piacere. Secondo il parere della CEO Caterina Maestro, il fashion renting è la risposta ideale al problema relativo alla fast fashion che in ogni modo ostacola gli accordi stabiliti dall’ONU nel 2016. YYC permette di interscambiare gli indumenti ancora in buone condizioni per limitare lo spreco dovuto all’acquisto di capi che verranno utilizzati per un breve periodo: tutto è nato facendo riferimento ai bambini in tenera età le cui dimensioni corporee cambiano in modo estremamente repentino. L’impresa, inoltre, si lascia affiancare da un’altra ditta per sostenere in modo ancor più opportuno la difesa dell’ambiente. L’azienda in questione è “TakeMyThing” che è il mezzo servizio di pony sharing eco-friendly attraverso cui YYC è oggi una realtà viva nella città di Milano.

ACBC

L’immagina ironica di un tacco bio che dà un calcio all’inquinamento è la reale iniziativa intrapresa da ACBC, prima e unica azienda B Corp[4] del mondo calzaturiero italiano. L’azienda, fondata nel 2017 da Gio Giacobbe e Edoardo Iannuzzi, ha inventato le scarpe componibili” grazie alle quali sono già diventati protagonisti al Green Carpet Fashion Competition nel 2019.
Ora, con la nuova tecnologia Beyondplastic[5], ACBC si propone di produrre dei tacchi bio-base, riciclabili e biodegradabili. Il nuovo tacco è sviluppato in esclusiva con Del Brenta, tacchificio specializzato nella creazione, progettazione e produzione di tacchi, zeppe e plateau per calzature. ACBC, inoltre, si propone di tutelare tutti gli esseri viventi; perciò, l’azienda è naturalmente animal free ed evita qualsiasi materiale che possa recare sofferenza agli animali.

Conclusioni

Cinque giovani realtà quindi, che portano avanti il Made in Italy nel modo più sostenibile possibile. Un nuovo modo di fare economia che dimostra come si possa conciliare lo sviluppo economico con il ridotto impatto ambientale, e che diventerà presto predominante.

Note

[1] A. Conzonato, 9Tech. La start up che ricicla i metalli dei pannelli fotovoltaici, https://www.corriere.it/economia/aziende/21_ottobre_28/9tech-start-up-che-ricicla-metalli-pannelli-fotovoltaici-0a37338a-373b-11ec-9f13-f50cf5ef89b5.shtml, 28.10.21, consultato il 16.06.22

[2] Rispettivamente Daniele Pes, Edoardo Carlucci, Tiziano Vicentini e Stefania Iacono Pezzillo.

[3] V. Panigada, Startup: ecco Grycle che punta a riciclare il 100% dei rifiuti con un brevetto tutto italiano, https://www.borse.it/articolo/ultime-notizie/Startup-ecco-Grycle-che-punta-a-riciclare-il-100-dei-rifiuti-con-un-brevetto-tutto-italiano__516315, 05.02.20, consultato il 16.05.20.

[4] Una BCorp o b corporation è un’impresa che ha ottenuto l’omonima certificazione, ovvero la b corp certification rilasciata da B Lab, organizzazione non profit nata con la missione di diffondere un nuovo modello di business. La b corp certification identifica le aziende che, oltre ad avere obiettivi di profitto, rispondono ai più alti standard di performance sociali e ambientali, trasparenza e accountability.

[5] Beyondplastic è un polimero biobased al 100% derivato da risorse naturali e offre una significativa riduzione dell’impronta di carbonio rispetto a quelli a base di petrolio.

Il Fascismo: dalla fondazione negli anni Venti alle recrudescenze dei giorni nostri

Il Fascismo: dalla fondazione negli anni Venti alle recrudescenze dei giorni nostri

A partire dal 1925, il tempo libero di ben 6000 lavoratori italiani fu regolato dall’Opera Nazionale del Dopolavoro. Tale istituzione organizzava, tra le altre cose, dei viaggi: una delle mete era il Sacrario dei Caduti Fascisti in Campidoglio a Roma; durante il periodo fascista, la memoria e l’omaggio ai morti in guerra divenne indispensabile. Per sviluppare il culto dei morti furono edificati diversi sacrari militari. Si trattava di edifici enormi: lunghe mura candide su cui si dispiegavano le tombe dei soldati, tutte uguali, una accanto all’altra, senza distinzione di rango o di ceto sociale perché sì, la morte è una livella che rende tutti identici ma, la morte in battaglia rendeva tutti egualmente eroi. Nei sacrari militari non vi era sgomento per la morte, ma ammirazione per i caduti, ora definiti “martiri laici” che hanno donato la vita per difendere, costruire e ricostruire la patria. I lavoratori in visita ai sacrari dovevano provare orgoglio per i propri avi e allo stesso tempo dovevano ambire ad essere le future leve militari, i futuri combattenti, i protettori della patria, i prossimi eroi martiri. Ogni tappa dei viaggi organizzati dall’Opera del Dopolavoro era pensata, quindi, per fare propaganda, per infondere negli italiani i principi utili al regime. L’organizzazione del tempo libero, chiaramente, non era un servizio offerto ai cittadini in maniera disinteressata, ma era un modo per controllare quel tempo libero affinché non si creassero movimenti di opposizione; ciò permetteva di avere sempre sotto controllo la situazione e intuire in anticipo un eventuale scontento popolare. Allo stesso tempo, ciò diveniva il mezzo attraverso cui costruire l’uomo nuovo, l’uomo fascista, quello dedito alla patria, che comprendeva il valore della guerra e dell’appartenenza alla nazione, che apprezzava le gesta dei suoi avi e voleva per sé e per la sua famiglia un’Italia forte, ricca, potente, proprio come il Duce la sponsorizzava. Negli anni ’30 i viaggi del Dopolavoro ebbero una nuova meta: Predappio, il paese natale di Mussolini. Fu lui stesso a contribuire alla mitizzazione di questa tappa attraverso il libro “Vita di Arnaldo Mussolini” che scrisse in onore del fratello morto. Gli italiani, allora, erano condotti a visitare la campagna dove il duce era cresciuto: il locus amoenus per eccellenza, simbolo di libertà ma anche di lavoro, di forza, di sudore e dedizione. In quei viaggi, poi, era anche possibile ammirare la casa di famiglia del duce a cui si aggiungeva l’officina paterna dove il piccolo Mussolini, fin dalla tenera età, aiutava suo padre nel mestiere di fabbro prima di andare a studiare con l’aiuto di sua madre che era maestra. Così, tassello per tassello, osservandone i luoghi dell’infanzia, si riscostruiva la personalità del duce e la sua perfezione: da un lato la prestanza fisica, la forza e il lavoro inculcatigli dal padre, dall’altro la cultura, il sapere, la conoscenza trasmessigli dalla madre. Mussolini costruisce nel suo stesso racconto sì, una geografia dei luoghi natii, ma soprattutto una sacra genealogia per sé stesso che, per nascita, incarnava tutti i valori del mos maiorum fascista. I visitatori di Predappio, come quelli dei vari sacrari militari sparsi in Italia, non erano turisti ma erano veri e propri pellegrini. I luoghi dell’infanzia del loro condottiero, i luoghi simbolo della patria, della lotta, i luoghi silenziosi dell’omaggio alla morte degli eroi della nazione erano pensati per suscitare emozioni in coloro che li visitavano. La componente sentimentale permetteva un coinvolgimento delle masse perché, secondo lo stesso Mussolini, il popolo è mosso più da emozione che da ragione: “La massa per me non è altro che un gregge di pecore, finché non è organizzata. Non sono affatto contro di essa. Soltanto nego che essa possa organizzarsi da sé.[1] Mussolini, quindi, coltivava i sentimenti e le emozioni e lo faceva attraverso rituali e simboli: crea, cioè, una liturgia fatta di gesti, immagini, viaggi, adunate. Attraverso la costruzione di questa accurata coreografia il Fascismo diveniva una vera e propria religione civica di cui il duce era il Messia. Ai giorni nostri, pensare a un gesto di devozione nei confronti di un capo politico può sembrare assurdo e anacronistico; eppure, c’è chi ancora al giorno d’oggi organizza pellegrinaggi di questo stampo. Ogni anno ben 3000 italiani si recano presso la tomba di Benito Mussolini per portarvi omaggio e ossequio in occasione dell’anniversario della Marcia su Roma, avvenimento che storicamente segna l’insediamento del Fascismo in Italia. Come si può spiegare la devozione di questo gruppo nei confronti di un personaggio così discusso? In Italia, fenomeni di recrudescenza del Fascismo non sono insoliti. Dalla fondazione di partiti politici di derivazione apertamente fascista all’utilizzo di simboli del Ventennio, i sintomi che non tutti abbiano compreso la nefandezza di quella dittatura sono molteplici. Ma perché accade ciò? Perché molte persone sono convinte che “Mussolini ha fatto anche cose buone” o che “L’errore di Mussolini è stato allearsi con Hitler”? Il problema è complesso e consta di varie sfaccettature. In primo luogo, manca un’ammissione di colpe da parte dell’Italia. All’indomani della Seconda guerra mondiale, quando i misfatti della Shoah sono stati portati alla luce, la Germania ha pagato le proprie colpe e gli imputati sono stati giudicati durante il processo di Norimberga. L’Italia non ha dovuto affrontare nessun processo: la dittatura è stata fatta cadere, è nata la Repubblica, si è cercato di eliminare le tracce del regime ma non si sono mai davvero ammesse le colpe del Fascismo. In generale si è ricostruita e presentata una storia edulcorata tralasciando, sistematicamente, i crimini commessi. Si pensi, ad esempio, che nel 2000, l’Italia ha istituito il Giorno della Memoria – una giornata nazionale per rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto, delle leggi razziali e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista –  e nella ricerca della data da dedicarvi, una delle proposte fu il 6 ottobre, data del rastrellamento del ghetto di Roma: una data indissolubilmente legata al ruolo italiano nella campagna antisemita; una data che poteva essere, in un certo senso, un’ammissione di colpevolezza. Eppure, con gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 si è scelto il 27 gennaio, giorno della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz: ancora una volta si è spostata l’attenzione dai misfatti italiani ai ben più gravi crimini nazisti, come fosse una rozza gara a chi ha meno colpe. È necessario, innanzitutto, separare la vicenda nazista da quella fascista e tenere presente che il Fascismo è precedente al Nazismo ed è stato il primo movimento dittatoriale di destra in Europa. Nell’analisi dei dati inerenti alla violenza perpetrata durante il Ventennio per molto tempo si è valutata la quantità di violenza solo in base al numero di morti provocati o in base al numero di armi possedute dagli squadristi, paragonando sempre tali dati a quelli di altri Paesi europei. Da tale punto di vista, infatti, gli armamenti italiani risultavano rudimentali se non ridicoli se paragonati ai 64 aeroplani, ai 56 pezzi di artiglieria, alle 156 mitragliatrici e ai 14000 uomini della legione tedesca. Alla stessa maniera le 3000 morti provocate dagli squadristi sono una cifra irrisoria se messa a confronto con, ad esempio, le epurazioni di Smirne. Tuttavia, questi dati vanno approfonditi poiché il Fascismo utilizzava la condotta violenta come vera e propria arma nei confronti dei traviati, di coloro che dissentivano dal regime. Uno degli strumenti nelle mani delle milizie era il manganello; seppur rudimentale tale mezzo incuteva il terrore del dolore e dell’umiliazione e Mussolini lo riteneva indispensabile, raccontando che per “imporre le nostre idee ai cervelli, dovevamo a suon di randellate toccare i crani refrattari” [2]. Accanto al manganello vi era l’olio di ricino che costituiva un vero e proprio rituale di umiliazione: la vittima veniva trascinata dal piano della lotta politica a quello dello scherno, subentravano la vergogna e la perdita di credibilità e dignità. Questa forma di degrado aveva poi un significato simbolico evidente, quello della purificazione: le ideologie sbagliate venivano epurate e l’individuo poteva uscirne redento. Infine, la coercizione avveniva anche attraverso le violenze sessuali e le evirazioni. I nemici venivano picchiati sui testicoli e lasciati in strada agonizzanti; alcuni leader socialisti subirono penetrazione anale con bastoni e altri oggetti. Da tale pratica emerge chiara anche la componente machista del Fascismo: l’uomo fascista era il vincitore indiscusso, colui che aveva diritto di scegliere le sorti dell’avversario, la sua redenzione o la sua morte, la sua sessualità e virilità. Dunque, sebbene nell’Italia del ventennio vi fosse scarsità di armi, vi era un altissimo indice di violenza a bassa tensione, una violenza costante che veniva perpetrata di giorno in giorno, alla luce del sole, perché fosse d’esempio per nemici e ribelli. Era una violenza funzionale al mantenimento del potere che, col tempo, non colpì solo i dissidenti politici ma anche i “diversi”, coloro che non rispettavano lo standard pattuito dal duce, e cioè, gli omosessuali, i vagabondi, gli asociali, gli alcolizzati ed ebrei che vennero sistematicamente incarcerati, seviziati e uccisi. I Fascisti tennero una condotta altrettanto violenta anche durante le campagne coloniali: i campi di concentramento in Libia e l’utilizzo del gas in Etiopia erano forme di coercizione dettate dal razzismo. I coloni italiani, infatti, procedettero ad uno sbiancamento dello spazio coloniale, costruendo città che di fatto escludevano e tenevano fuori gli africani. A ciò va aggiunto che i popoli colonizzati non avevano accesso alla madrepatria e a partire dal 1937, un anno prima delle leggi razziali tedesche, vennero emanati dei provvedimenti che impedivano i matrimoni misti, il concubinato ed i rapporti intimi fra popolazione europea e coloniale. Precedenti all’alleanza con Hitler, fu anche il progressivo affermarsi dell’odio antisemita. Sebbene lo stesso Mussolini dichiarò il Fascismo un movimento non antisemita, va ribadito che le frange più estreme del PNF lo erano e sostenevano l’esistenza di un complotto degli Ebrei per ottenere il dominio mondiale. Le dichiarazioni del duce, tuttavia, avevano convinto la popolazione ebraica che in buona parte aderì al Fascismo. Negli anni ’30 però iniziò una campagna antisemita portata avanti dai giornali controllati dal Fascismo. Roberto Farinacci chiese esplicitamente agli ebrei di scegliere fra il sionismo e il fascismo. Nel 1934, quando Sion Segre Amar e Mario Levi furono arrestati dall’OVRA per propaganda antifascista, quegli stessi giornali raccontarono non della ribellione di due uomini, bensì della sommossa di due ebrei contro il regime, insinuando nell’opinione pubblica un’antipatia nei confronti di una minoranza, gli ebrei, che stava discostandosi dal regime: quella stessa antipatia che sfocerà nell’odio antisemita degli anni successivi. Questi fatti dimostrano che la politica razzista italiana è di gran lunga precedente all’asse Italia-Germania ed era frutto delle teorie della razza che la scienza andava sviluppando e diffondendo in quegli anni in tutta Europa. L’ideologia razzista venne veicolata anche mediante letteratura e fumettistica e fu sicuramente utile se non indispensabile: la presenza di un nemico interno è fondamentale in un regime totalitario. Avere un nemico comune, infatti, permette la costruzione dello spirito nazionale e del fronte popolare unito, che reputa l’avversario causa di tutti i mali della società.

Il Neofascismo dal Dopoguerra agli anni Ottanta

Il fascismo fondato da Benito Mussolini aveva prodotto profondi mutamenti sociali con la nascita di nuove ideologie e nuove politiche, in grado di attecchire grazie anche all’utilizzo dei mezzi di diffusione di massa. Ne conseguì la creazione e lo sviluppo, sul piano dello status sociale, di nuove figure sociali: redattori editoriali, giornalisti, traduttori, conferenzieri, organizzatori culturali, galleristi, urbanisti. Tutto ciò rappresentò un radicale mutamento della natura stessa del lavoro intellettuale e una trasformazione del suo ruolo.

“Dalla metà degli anni Venti il regime fascista avviò il più grande esperimento di pedagogia politica di massa mai tentato nella storia italiana: forgiare una collettività organizzata di cittadini-sudditi, imbevuti sin dalla più tenera età di un’ideologia fascista nazionalpatriottica e militarista. Questo progetto, totalitario nelle intenzioni e propagato attraverso il termine di “uomo nuovo”, divenne una forza trainante del regime, e diede occasione a gruppi di volonterosi esperti ed educatori di trovare una nuova collocazione sociale e opportunità di far carriera all’interno del regime, lavorando “incontro al Duce” [3]

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo in Italia la popolazione si suddivise in due filoni molto distinti tra loro: c’erano coloro che ripudiavano l’ideologia fascista e coloro che invece sposavano ogni suo particolare vedendo Mussolini come un eroe nazionale. Sulla base di quest’ultimo pensiero in Italia si susseguirono diverse vicende terroristiche organizzate dai partiti di destra e di sinistra. Il terrorismo neofascista, il cosiddetto terrorismo nero e rosso, era una componente della società italiana degli anni Settanta, e costituiva, soprattutto negli anni tra il 1969 e il 1974, una seria minaccia all’ordine democratico del paese.

“Venerdì 12 dicembre 1969 intorno alle quattro e mezza del pomeriggio la filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana nel centro di Milano era affollata come al solito. Alle 16:30 ci fu l’esplosione di un potente ordigno, che la rase completamente al suolo: 14 persone morirono sul posto e nelle settimane seguenti il numero delle vittime salì a 16; i feriti furono 84. In tutta Italia fu subito forte to shock provocato dall’attentato, le cui dimensioni erano tali da far comprendere chiaramente che soltanto una potente organizzazione poteva essere responsabile di una tale strage. Contemporaneamente veniva scoperta una bomba inesplosa in un’altra banca milanese e tre deflagrazioni di minore entità avvenivano a Roma. L’attentato era il funesto esordio di un periodo lungo oltre dieci anni, in cui la società italiana sarebbe stata investita dal terrorismo.” [4]

Nacque così l’espressione “Anni di piombo” coniata, molto probabilmente, a partire dal termine tedesco “Die bleierne Zeit” ed è canonicamente usata per definire il periodo compreso tra le grandi manifestazioni di protesta del 1968 fino agli anni ’80.

Infiltrazioni fasciste nei partiti italiani

Sempre più spesso l’utilizzo di termini necessita una contestualizzazione rispetto al discorso in cui si propongono. È innegabile come, ad oggi, la parola fascismo emani, fortunatamente, un qualcosa di negativo anche se, essendo un termine generico, è un vocabolo che si adatta a riassumere e descrivere situazioni (ad esempio, un atteggiamento repressivo), atti (si pensi ad un programma politico estremamente violento) o periodi storici (come il ventennio fascista). Non è scontata, però, la percezione negativa associata a tale vocabolo; sovente si apprende di nostalgici del fascismo, che, tuttavia, sono un fenomeno tutt’altro che odierno. Quella di una nuova vita del fascismo, infatti, è un’ambizione radicata e persino volontariamente trasmessa tra le generazioni, a cui si tramanda il valore della libertà; la stessa che nella pratica fascista sarebbe la prima a venir meno. Grazie alla nostra Costituzione, la ricostituzione del partito fascista è illegale e lo Stato dispone di due strumenti per garantire ciò:

  1. La XII disposizione finale della Costituzione che, appunto, va ad affermare l’illegalità della riorganizzazione del partito fascista;
  2. La l. 645/1952, conosciuta come Legge Scelba, la quale delinea quando e come si può parlare di ricostruzione del partito fascista, ovvero: quando un’associazione, un movimento o un gruppo di persone (di almeno 5 componenti) persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività all’esaltazione di esponenti, principi, fatti e modi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. [5]

Nonostante ciò, l’idea di far rivivere il fascismo prende piede immediatamente dopo la sua caduta grazie alla poco nobile figura di Rodolfo Graziani (poco nobile, non tanto per la mancanza di “sangue blu”, quanto per il tradimento alla patria Italia compiuto con il veloce passaggio al servizio dell’invasore nazista). A lui si deve l’ideazione del “Piano Graziani”: si prevedeva, principalmente nel Veneto, la realizzazione di un servizio segreto fascista e la contestuale infiltrazione di migliaia di ex combattenti della RSI all’interno delle organizzazioni antifasciste e dei partiti di sinistra.  Nella storia italiana sono stati sciolti tre partiti che rispecchiavano ciò che è vietato dalla legge: Ordine Nuovo nel 1973, Avanguardia Nazionale nel 1976, e il Fronte Nazionale nel 2000. Nel 1991 nasce il Movimento Fascismo e Libertà da Giorgio Pisanò. Tale partito iniziò a utilizzare simboli fascisti e per questo motivo furono aperti numerosi processi a loro carico. Le sentenze sono state però contraddittorie perché a volte furono ammessi con riserva gli utilizzi dei simboli, altre volte invece furono consentiti gli usi, del tutto o in parte, del solo elemento figurativo. Nonostante la legge Scelba consideri reato anche l’esaltazione pubblica di elementi riconducibili al fascismo, i suoi fondatori e i suoi membri non sono mai stati condannati. Nei tempi recenti, è stata l’eccessiva moderazione l’apripista alla miriade di gruppi afferenti all’estrema destra divisa tra nazionalisti, patrioti, tradizionalisti, neofascisti (o anche auto-elettisi “fascisti del terzo millennio”). Questo vento destrorso ha fatto cadere dei tabù, portando all’avanzata di una destra 2.0, sebbene, con connotazioni assai antiche; nonostante si possa cambiare nome, gli ideali delineano una stessa corrente retta su controllo, ordine e patria.
Nel calderone dei movimenti e delle correnti di estrema destra sviluppatisi in seguito alla creazione di Alleanza Nazionale e la svolta di Fiuggi voluta da Gianfranco Fini, si annoverano CasaPound e Forza Nuova tra i più conosciuti.

Casapound

È stata fondata negli anni ’90 da Gianluca Iannone (presidente attuale) e si sviluppa nei primi anni 2000 come centro sociale di ispirazione fascista che si consolida come movimento politico nel 2003 con l’occupazione di uno stabile nell’Esquilino, rione più multietnico di Roma. Si ispira al fascismo rivoluzionario del ’19. Pochi mesi fa, CPI ha perso il suo condottiero, Simone di Stefano, neofondatore del movimento “Exit”, vicino alle manifestazioni No-green pass e No-vax; dall’altra parte del movimento neofascista italiano più importante c’è il Presidente che ha deciso di non mischiarsi col tema vaccini, privilegiando un profilo identitario. L’attività capillare e l’impegno politico hanno contribuito a una discreta popolarità anche tra i più giovani: infatti, Blocco studentesco, emanazione del gruppo, ha vinto le elezioni studentesche in alcuni istituti di Roma e Milano. Il riconoscimento arriva soprattutto grazie ad interventi sociali che sembrano colmare e precedere le istituzioni preposte; un esempio è La Salamandra, nata da CPI, che agisce come la Protezione Civile e riconosciuta ufficialmente da alcune regioni (Campania ed Emilia Romagna) dopo le attività svolte ad Amatrice nel periodo post sisma 2016. Ancora, Impavidi Destini e Braccia Tese si occupano rispettivamente di disabilità/invalidità e sostegno alle famiglie disagiate; nondimeno, si è costituita la Società degli Scudi, capace di fornire supporto giuridico ai militanti. I legami politici si stringono in special modo con la Lega di Matteo Salvini nel 2014, quando si arrivò a parlare di una quasi alleanza[6], poi naufragata. Ad oggi, il movimento dialoga e prende appoggio un po’ da tutti (tra i nomi più noti si citano Alessandro Meluzzi, Diego Fusaro[7] e Vittorio Sgarbi; fuori i confini nazionali, CPI ha un legame con Alba Dorata, con realtà non conformi francesi e spagnole). Nel 2021 vi è stato il sostegno del Presidente della regione Puglia, Michele Emiliano (PD) a Pippi Mellone, sindaco di Nardò e militante di CPI; endorsement che, con buona pace dell’autosospensione di un senatore piddino e l’indignazione generale, non ha richiesto giustificazioni o passi indietro. Uguale sorte per le elezioni amministrative 2022 a Lucca, in cui, la coalizione Salvini-Meloni ha avuto bisogno del sostegno di un ex leader lucchese di CasaPound, Fabio Barsanti per vincere; nell’effettivo, Barsanti ha indirizzato il proprio elettorato del primo turno sul candidato sostenuto dal centro destra, portando ad una vittoria con soli seicento voti di scarto ed assicurandosi, così, un assessorato nella futura giunta. La questione sociale legata a tale partito sorge soprattutto per i suoi numerosi interventi, quasi tutti avvenuti con violenza, durante le più varie manifestazioni. Infatti, ricordiamo l’episodio a Bari nel settembre 2018 dove, a seguito di un corteo contro Matteo Salvini, furono aggredite cinque persone da parte di diciotto militanti di CasaPound per mezzo di mazze, cinghie e catene. A Verona, a luglio 2022, si è tenuto il “Fortress festival 2022”, avente come slogan “white live matters” e la cui propaganda era “la difesa dall’odio verso i bianchi”, ha avuto come relatori anche CasaPound.

Forza Nuova

Nato nel 1997 per mano di Roberto Fiore (già condannato più di 40 anni fa per banda armata e associazione sovversiva, ragion per cui fu latinante fino alla prescrizione dei reati) e Massimo Morsello, dal 2008 è presente in modo capillare in tutte le regioni d’Italia. Questa formazione incarna il passato degli anni di Piombo nel presente con caratteri ultranazionalisti, ultracattolici[8] (a differenza di CPI che è ufficialmente laica) estremista nelle battaglie contro gli immigrati, contro l’aborto; il riferimento storico del movimento è la Guardia di Ferro rumena[9] da cui vengono ripresi slogan, idee, santo protettore e terminologia. La rete di alleanze di FN va dal partito ungherese Jobbik al NDP tedesca. Negli anni passati si è offerta di pagare le spese legali di Luca Traini, condannato dalla Cassazione a 12 anni di carcere per tentata strage con l’aggravante dell’odio raziale per aver sparato a sei migranti a Macerata. Recentemente, FN ha cavalcato il malcontento No vax/No Green Pass per ripopolare le proprie fila; proprio questa strategia ha generato l’uscita di Giuliano Castellino il quale, poco dopo la scarcerazione in seguito all’assalto della CGIL, esprime la volontà di convogliare il dissenso sociale in un’alleanza antiglobalista, pronta per le prossime elezioni di settembre 2022. Altri partiti di estrema destra meno di spicco, fortunatamente, rispetto ai due sopracitati sono:

  • Manipolo d’Avanguardia (Bergamo) 🡪 tra le sue azioni spicca, per il giorno della Festa della Mamma, l’affissione di un manifesto ritraente Magda Goebbels con la scritta “Auguri Mamma”. Un elogio, quindi, all’ardente sostenitrice hitleriana, capace, da mamma, di uccidere sé stessa e i suoi figli pur di non farli vivere in un mondo senza nazismo.
  • Lealtà Azione (Lombardia) 🡪 nasce come sezione italiana del movimento Hammerskin (gruppo suprematista bianco nato negli anni ’80 a Dallas da ex membri del Ku Klux Klan). Nell’hinterland milanese sono gli emissari dell’ordine e si basano su una matrice ideologica orgogliosamente nazifascista; l’associazionismo e la presenza sul territorio hanno portato il militante Stefano Pavesi, candidato nel 2016 per la Lega Nord al Municipio 8, ad essere eletto con 450 preferenze (cifra record per un consigliere di zona a Milano).
  • Do.Ra (comunità militante dei dodici raggi, Varese) 🡪 nato nel 2012 e apertamente ispirato al nazionalsocialismo, oltre che sostenitore della negazione dell’Olocausto. Tra le iniziative promosse si ricordano i fatti del 2016 quando, sul Monte San Martino di Duno, vicino al Sacrario eretto in memoria dei partigiani caduti, una trentina di militanti del movimento ha inscenato una manifestazione commemorativa, posizionando una croce runica, utilizzata dai nazisti, e una corona di alloro con i colori della bandiera nazista per ricordare i morti dell’esercito tedesco. Sulla scia di ciò, sono stati anche promotori di una petizione online per “chiedere la messa fuori legge dell’associazione nazionale dei partigiani italiani”.
  • Militia (Roma) 🡪 si definiscono un centro di contro-informazione che, come punti saldi, vanno contro la società multirazziale, l’immigrazione e sono feroci sostenitori dell’antisionismo. Fondato da Maurizio Boccacci, esponente di lunga data della destra eversiva e facente parte, negli anni ’70, del Movimento Sociale Italiano e del Fuan (Fronte Universitario d’Azione Nazionale); note le sue dichiarazioni in cui afferma “Ammiro quello che Hitler ha fatto. Gli ebrei erano dei nemici che si opponevano ai suoi disegni”.
  • Fascismo e Libertà – Partito Socialista Nazionale 🡪 nasce dapprima nel 1989 come corrente politica all’interno del Movimento Sociale Italiano e nel 1991 si struttura come partito profondamente mussoliniano grazie al giornalista e senatore del MSI Giorgio Pisanò; a seguito della sua morte nel 1997 il movimento è dilaniato da lotte interne. Nel 2009 viene aggiunta la dicitura PSN al fine di richiamare il fascismo più ortodosso; ciò rende lontana qualsiasi alleanza o accordo con gli altri partiti neofascisti quali CasaPound, Forza Nuova e Fiamma Tricolore, accusati di essere nettamente estranei al pensiero di Mussolini e di essere traditori dell’ideologia del Ventennio.
  • Fasci Italiani del Lavoro 🡪 il richiamo al fascismo, oltre che dal nome, lo si evince dal sito stesso in cui, tra i documenti di riferimento del partito, è possibile riscontrare il testamento di Mussolini e i manifesti politici del fascismo. La risonanza mediatica di questo movimento nel mantovano si è avuta per il suo ingresso nel Consiglio Comunale di Sermide, in cui è stata eletta, con 334 voti (10.41%), la candidata a sindaco della lista Fasci Italiani del Lavoro.
  • Fortezza Europa (Verona) 🡪 si tratta di una scissione della sezione veronese di FN nata intorno al 2017 il cui nome veniva impiegato dalla propaganda del Terzo Reich per indicare l’Europa continentale. Il capo del movimento, Yari Chiavenato, segretario provinciale di Forza Nuova, fu arrestato nel ’96 per aver appeso in curva un manichino con la faccia dipinta di nero, impiccato e simboleggiante un giocatore olandese di colore, obiettivo d’acquisto della società calcistica. Si propone come alternativa sia a FN che a CPI, ambendo a diventare una comunità nazionalsocialista locale.
  • Veneto Fronte Skinheads (Vicenza) 🡪 nato nella seconda metà degli anni ’80 con un’impronta antisemita e razzista, dopo 30 anni vive un ricambio generazionale le cui leve hanno gravitato in Lealtà e Azione. Le parole del leader Giordano Caracino rispetto ad Hitler e all’olocausto definiscono i caratteri della formazione: “A livello di riforme sociali e industriali ha fatto bene. Sei milioni di ebrei morti? Ecco, questo è quello che recitano i libri di storia. Io credo che la storia la scrivano i vincitori”. Nel 2016 promuove un raduno internazionale da cui, sebbene l’evento fosse blindato, trapelano foto di adolescenti intenti a fare il saluto romano. Sembrerebbe che il Fronte agisca in autonomia, non intrattiene quindi relazioni organiche con associazioni quali CPI e FN; effettivamente, rispetto ad essi, gli esponenti del Fronte non prospettano sbocchi politiche ed hanno come attuale elemento aggregativo la musica.

Oltre che nei partiti elencati, il fascismo si è infiltrato in numerosi ambienti politici e sociali. Per esempio, nell’ottobre del 2021, Fanpage.it ha portato alla luce tramite un’inchiesta, un problema di elevata importanza avente come protagonisti Fratelli D’Italia e la Lega. In questa inchiesta si parla della “Lobby Nera” e durante le riprese video si fanno riferimenti espliciti ai fascisti e ai neonazisti. Tra questi è bene ricordare per esempio le numerose battute sulla Shoah e sulla possibilità di fare “una lavatrice black”. Ciò che emerge è la preoccupante costanza di rapporti intrattenuti da questi movimenti di estrema destra con i partiti politici della destra istituzionale italiana. Semmai possa ritenersi trascurabile il seguito elettorale manifestatosi nelle elezioni, meno marginale è il ruolo da co-protagoniste delle formazioni di estrema destra, capaci di essere l’ago della bilancia; in effetti, assicurare pacchetti di voto a candidati istituzionali, gli conferisce una posizione privilegiata da cui, “legittimamente”, poter riscuotere. Non siamo, perciò, di fronte a fenomeni improvvisati, ma anzi, c’è struttura e progettualità, e non deve esserci dunque, moderazione, tolleranza o minimizzazione.

La denazificazione della Germania

Parallelamente all’Italia, in Germania la Seconda guerra mondiale causò milioni di morti e persone scomparse; vi erano circa sette milioni di senza tetto, ma la distruzione più grave fu a livello psicologico perché questa popolazione era sempre vista perfetta e adulata dal regime nazionalsocialista fino a individuata come la sola grande potenza in grado di dominare il mondo, ma che di colpo viene sconfitta e percepita come la causa dei grandi crimini commessi, la madre patria generatrice di morte. Nel paese regnava un sentimento comune di sconfitta, vergogna, pessimismo e stanchezza fino a indurre il popolo tedesco a dimenticare il passato, diventando egoisti e chiudendosi nel privato. La fornitura di cibo era limitata e durante quel periodo si sviluppò la criminalità che rivestì un livello preoccupante soprattutto nell’età giovanile. Di contro, si assistette a una politica di “re-education” dettato dagli alleati per rieducare la Germania e renderla democratica e pacifica. Ci si sforzò, infatti, di rieducare gli insegnanti e gli educatori a introdurre un programma in grado di far adattare i bambini tedeschi al nuovo clima di democrazia. Contemporaneamente, si sviluppava la censura che venne enormemente usata come mezzo per veicolare le informazioni più importanti e per cercare di sviare da tutto ciò che poteva essere individuato come criminale. Questa forma di educazione ha fatto sì che la popolazione odierna fosse modellata e non commettesse gli stessi errori. Si nota infatti come gli stessi tedeschi ripudino la loro storia, non parlino di Hitler e non si raccontino aneddoti legati alla Seconda guerra mondiale. L’educazione infantile mira al formare delle persone ubbidienti e innocue, che abbiano il senso del rispetto civile.  

Conclusioni

È ragionevole affermare che, ad oggi, la recrudescenza del Fascismo in simboli, partiti politici, discorsi e motti sia dovuta ad un’ignoranza sull’argomento. È quindi necessario parlarne apertamente come, solo di recente, hanno fatto Carlo Azeglio Ciampi e Sergio Mattarella. Ma, per farlo, è indispensabile colmare le lacune, studiare una nuova storia del Fascismo che non sia un mero confronto col Nazismo, una storia che insegni almeno alle nuove generazioni che non vi sono varie gradazioni di colpevolezza nelle vicende di violenza; che non si può essere un buon governante se si ha, sulle spalle, il peso di migliaia di vite interrotte; che non si possono ricoprire cariche istituzionali se, in nome della propria bandiera politica, non si è in grado di prendere le distanze dal Fascismo; che la coercizione non è una forma di governo; che il Fascismo non ha potere di esistere in un paese civile, in una democrazia e in una qualsiasi società fondata sui diritti umani.

A cura di Vanessa Valente, Angelica Ferraro, Giulia Messina e Sara Fratantonio

Note

[1] Emil Ludwig, Colloqui con Mussolini, 1932

[2] Discorso tenuto all’adunata regionale dei Fasci dell’Emilia Romagna, 3 Aprile 1921, in B.Mussolini, Opera Omnia, a cura di E. Susmel

[3] Patrick Bernhard, Lutz Klinkhammer, L’uomo nuovo del fascismo, Viella, 2017, introduzione

[4] BJARNE TERSBOL, Ii terrorismo neofascista e la democrazia della prima repubblica, p.1

[5] Nel corso della storia repubblicana, sono stati sciolti due partiti per la ricostituzione del partito fascista: uno nel 1973 fu Ordine Nuovo, ovvero il partito degli autori della strage di Piazza Fontana e Piazza della Loggia; il secondo è stato, nel 1976, Avanguardia Nazionale che aveva collaborato al Golpe Borghese.

[6] Lega e CPI si ritrovano a dividere lo stesso palco, con il movimento di estrema destra che abbandona momentaneamente la sua bandiera raffigurante una tartaruga per abbracciare il progetto civico “Sovranità”, nato proprio in vista di un’alleanza politica con i leghisti. Tale fronte tuttavia si infrange nel novembre 2015 in seguito alla scelta di Salvini di tornare con Berlusconi.

[7] I suoi interventi trovano spazio nel periodico dell’associazione, “Il Primato Nazional”, di ovvia matrice sovranista.

[8] L’idea di unire l’estremismo di destra con il cattolicesimo è esplicata dall’alleanza nel 2009 tra FN e un prete di Bergamo, nipote di Angela Maria Tam, fucilata dai partigiani comunisti nel 1945.

[9] È stato un movimento di estrema destra, il cui fondatore, Corneliu Zelea Codreanu, fu un ultranazionalista, antibolscevico ed antisemita.

Bibliografia e sitografia

Il Fascismo italiano, a cura di Giulia Albanese, Carrocci Editore, 2021

A.M. Banti, Le questioni dell’età contemporanea, Edizioni Laterza

I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Edizioni Laterza

P. Genovesi, Il culto dei caduti della Grande Guerra nel “progetto pedagogico” fascista, Annali online della didattica e della formazione docente, vol.8, n.12/2016, consultabile online al sito http://annali.unife.it/adfd/article/viewFile/1347/1101

https://www.anpipianoro.it/fascismo/Il-piano-Graziani.html

https://www.osservatorioantisemitismo.it/

Rosati, E. (2018). CasaPound Italia: fascisti del terzo millennio. CasaPound Italia, 1-236.

Paolo Berizzi, “Bergamo al corteo di Forza Nuova, il saluto fascista del prete lefebvriano”, La Repubblica, 3 marzo 2009, https://milano.repubblica.it/dettaglio/bergamo-al-corteo-di-forza-nuova-il-saluto-fascista-del-prete-lefebvriano/1599037

https://bari.repubblica.it/cronaca/2022/04/15/news/aggressione_squadrista_a_bari_18_attivisti_di_casapound_rinviati_a_giudizio-345610850/

https://youmedia.fanpage.it/video/al/YVXPpOSwUXALhewA

Aziende green

Aziende green

Batti il cinque: report su piccole e grandi aziende ecosostenibili italiane

Riuscire a coniugare sostenibilità e produttività è la missione che devono intraprendere le aziende mondiali nel prossimo futuro per rimanere competitive sul mercato. Questo impone alle aziende italiane di virare verso un’economia sempre più ecosostenibile.

Illycaffè

Tra alcune floride realtà italiane che mandano avanti il “green thinking” c’è l’azienda Illycaffè che opera nell’ambito della ristorazione. A essa va una menzione d’onore perché è stata riconosciuta per il decimo anno consecutivo tra le aziende più etiche del mondo dal World’s Most Ethical Companies 2022 – realizzata da Ethisphere Institute, leader globale nella definizione e nello sviluppo di standard etici aziendali –.  Illycaffè ha il pregio di esser stata finora l’unica azienda italiana ad aver ricevuto questo riconoscimento prestigioso; nel 2022 è stato assegnato a 136 organizzazioni di 22 paesi e 45 settori diversi.Illy ha raggiunto questi obiettivi perché ha da sempre orientato le proprie strategie verso un modello di business sostenibile, integrando gli obiettivi economici con quelli sociali e ambientali.L’impegno di questa azienda non cesserà a breve e da come si legge nel report stilato da Illy stessa, gli obiettivi per il 2030/2033 sono:

  • migliorare l’efficienza energetica e il consumo di risorse applicando sempre le migliori pratiche e soluzioni innovative;
  • progettare prodotti e sistemi secondo criteri coerenti con i principi della sostenibilità e dell’economia circolare;
  • promuovere il rispetto dell’ambiente come principio fondamentale per l’innovazione e per la sostenibilità del settore, lungo tutta la catena del valore.
  • diventare carbon neutral entro il 2033.

Ferrero

Anche la Ferrero si tinge di green. Il colosso del settore alimentare e padre della Nutella si è infatti posto l’obiettivo di ridurre:

  1. le emissioni del 43% per ogni tonnellata di prodotto realizzato;
  2. la carbon footprint entro il 2030.

Inoltre, l’azienda piemontese vuole far sì che entro il 2025 tutti gli imballaggi siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili al 100%. Il rapporto di sostenibilità redatto nel luglio del 2021 dal presidente esecutivo della società, Giovanni Ferrero, si basa su quattro pilastri chiave della strategia di sostenibilità di gruppo: protezione dell’ambiente, approvvigionamento sostenibile degli ingredienti, promozione di un consumo responsabile e valorizzazione delle persone. Tra gli obiettivi raggiunti sinora spicca l’approvvigionamento di fave di cacao 100% sostenibili ottenuto nel 2020 e l’utilizzo di energia elettrica 100% rinnovabile negli stabilimenti europei.  In ambito umanitario è da segnalare anche la partnership siglata con Save the Children per massimizzare l’impatto positivo delle proprie iniziative.

Planet Farms

L’impronta green è lo scopo che si sono posti i due manager Luca Travaglini e Daniele Benatoff, nei riguardi dell’agricoltura; nel 2021 hanno inaugurato il più grande impianto d’Europa di “Planet Farms”. In questo impianto allevano erbe aromatiche e insalate al chiuso in ambiente sterile; la superficie di coltivazione si sviluppa su più livelli e occupa complessivamente dieci mila metri quadrati. Il sistema di irrigazione parte dal basso ed è a ciclo chiuso perché permette di risparmiare oltre il 95% di acqua, mentre la luce solare è sostituita da un sofisticato sistema di luci a led che è in grado di simulare l’alba e il tramonto.  L’obiettivo è quello di produrre circa 50 mila confezioni di insalate al giorno. È un progetto ambizioso ma che ha già portato a vendere le prime selezioni di insalata al lattughino biondo, basilico classico e tre mix orientale, piccante e delicato sui banconi dell’Esselunga1. L’ambizione non si ferma qui dato l’ultimo investimento aggiuntivo di 30 milioni di euro per finanziare nuovi progetti.

Green Data Center

Di tutt’altro settore, ma con risultati altrettanto favorevoli, si occupa il Green Data Center di Ferrera Erbognone in provincia di Pavia, che racchiude i sistemi informatici centrali di elaborazione di Eni, sia per quanto riguarda l’informatica generale che per le applicazioni Oil & Gas.  Il Green Data center rappresenta un’eccellenza tecnologica ospitando l’HPC5 che è stato inaugurato il 6 febbraio 2020, e a giugno dello stesso anno è entrato nella lista dei TOP500 computer più potenti al mondo, classificandosi come sesto in tutto il globo e addirittura primo in Europa. Ma la caratteristica più strabiliante di questo computer è che risulta essere tra gli otto più green al mondo per risparmio energetico a parità di calcolo.  Come si legge dal rapporto dell’Eni, infatti, nel 2020 il P.U.E. (Power Usage Effectiveness, cioè il rapporto tra il consumo elettrico complessivo e consumo dei soli apparati informatici) del Green Data Center è stato pari a 1,162 a fronte di una media mondiale pari a 1,620 P.U.E. Ciò significa che per far funzionare adeguatamente il Green Data Center c’è bisogno di un consumo minore di energia rispetto ai competitor.  In numeri assoluti il Data Center di Ferrera Erbognone ha risparmiato 5997 tonnellate di CO2 nel 2020, di cui 457 grazie all’utilizzo del fotovoltaico – impianto che ha circa 1MWp (megawatt) –. Inoltre, anche il sistema di raffreddamento ha dato una mano importante, vista la sua gestione per il 92% del tempo con la sola aria esterna che permette di filtrare circa 3000 kg annui di polvere.

Green Data Center

Anche le aziende che si occupano dell’estetica delle persone hanno recentemente deciso di intraprendere uno stile più sostenibile e puntare all’economia circolare per tentare di raggiungere gli obiettivi prefissati dall’Agenda 2030. In base ai dati elaborati dal World Economic Forum, infatti, le emissioni di CO2  prodotte dalla fashion industry è ancora eccessivamente elevata: per questo motivo, i produttori di merce d’abbigliamento si stanno impegnando ad attuare una politica maggiormente in linea con questa situazione. Ne è esempio il famoso marchio “Ferragamo” che ha recentemente lanciato una nuova piattaforma digitale, la Suistainable Thinking, che riunisce innovativi prototipi sui quali i contributors sono chiamati a esporre pensieri e idee all’interno del network per confrontarsi sul continuo evolversi delle tematiche sostenibili.

«È il nostro impegno nell’essere responsabili della creazione di una bellezza reale e duratura, attraverso il richiamo a valori imprescindibili del genius loci come artigianato, tecnologia, ricerca e sostenibilità»2 precisa Micaela le Divelec Lemmi, amministratrice delegata della suddetta azienda.

Conclusione

Nessun settore ha rinunciato a ricercare i giusti metodi per rendere l’ambiente più sostenibile, iniziando dal settore alimentare, proseguendo con quello agricolo e tecnologico e, infine, quello relativo alla moda.
Ognuna di queste aziende, con risultati più o meno importanti, è riuscita a puntare a una miglioria del proprio mondo imprenditoriale in funzione della salvaguardia del pianeta.

Note

[1] Mauro Rancati, A Cavenago nella vertical farm più grande d’Europa: qui insalata e basilico crescono senza pioggia e sole (e senza smog), https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/10/26/news/vertical_farm_planet_cavenago_brianza-323754758/, 26 ottobre 2021, consultato il 09 maggio 2022

[2] https://group.ferragamo.com/it/news/2021/sustainable-thinking, 22.04.21, consultato il 16.06.22

Multiculturalismo

Multiculturalismo

«Pelle bianca come la cera, pelle nera come la sera, pelle arancione come il sole, pelle gialla come il limone. Tanti colori come i fiori. Di nessuno puoi farne a meno per disegnare l’arcobaleno. Chi un solo colore amerà un cuore grigio sempre avrà1».

La vecchia Europa sta diventando l’epicentro di una profonda migrazione di popoli che giungono dall’oriente o dal sud del mondo per sfuggire alla morte, al dolore, alla fame o – più semplicemente – per ritrovare una dignità di vita ormai perduta.

Per trattare il tema del multiculturalismo è innanzitutto necessario identificare la funzione dell’uomo, generalmente concepito come un animale culturale che osserva un oggetto per poi comprenderlo, valutarlo e plasmarlo in base ai propri bisogni. L’essere umano è contemporaneamente fisico, psichico, biologico, culturale e storico, «[…] un animale non ancora costituito una volta per tutte. Egli è anche un essere che ritrova in sé il compito, e proprio per questo ha bisogno di un’interpretazione di se stesso, la quale interpretazione è sempre aperta […] egli dispone delle sue proprie predisposizioni e dati per esistere, egli assume un comportamento nei suoi propri confronti per necessità vitale, come nessun altro animale fa; egli non tanto vive, quanto, come è mia abitudine dire, dirige la propria vita2».

Oggigiorno risulta difficile capire il significato dell’espressione “essere umano” perché la gente appare poco interessata all’altro o a ciò che avviene nel mondo. Ciascuno dovrebbe invece impegnarsi a prendere coscienza della propria identità e di quella che ha in comune con gli altri. A questo proposito, Edgar Morin scrive che «i prodotti del cervello umano hanno l’aspetto di esseri indipendenti dotati di corpi particolari, in comunicazione con gli umani e tra loro […], le credenze e le idee non sono solo prodotti della mente, ma sono anche esseri mentali che hanno vita e potenza. Così possono possederci3».

In questo senso, la cultura non deve essere intesa – come riportato in una vecchia definizione elaborata da Tylor – come «quell’insieme complesso che comprende la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società4» ma come il vero patrimonio genetico dell’umanità, che rende l’essere umano un unico individuo.

Confucio sostiene che la natura degli uomini sia uguale per tutti e che a dividerli siano piuttosto i costumi. I costumi – così come le abitudini – non sono innati nella natura umana ma vengono indotti, pertanto possono variare5. In generale però, la politica, le credenze e l’educazione creano diversità fra gli uomini, classificandoli come ricchi o poveri, bianchi o neri, intelligenti o ignoranti. È proprio in questa direzione che si sviluppa la figura dello straniero; gli antropologi fanno infatti riferimento alla parola inglese weird, che letteralmente significa “strano”, per riferirsi a qualcosa che viene considerato diverso, insolito o anomalo e che nella cultura d’arrivo viene percepito come una minaccia o un ospite indesiderato.

Moni Ovadia6 sottolinea la fragilità di un paese sempre più incattivito, egoista e focalizzato sulle apparenze. Racconta che «l’origine di un uomo non è genealogica: è la ricerca dei pezzi di straniero che hanno fatto la sua identità. Di conseguenza io lo posso ritrovare nel mondo slavo che l’ha fertilizzato e che mi appartiene. Questa ricerca è tipica della mia gente. Heine e Kafka erano ebrei, tedeschi ed europei nello stesso tempo, senza che questo generasse contraddizione. Chi trova dolce la sua patria è un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie si è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo7».

La diversità diventa quindi una dimensione da comprendere e con cui convivere. La parola “multiculturalismo” rappresenta appieno quel principio che riconosce la diversità culturale in tutte le aree: persone di culture, etnie, lingue e radici diverse possono infatti coesistere in un unico posto e guardare al di là delle frontiere di razza, sesso ed età, senza intralciare la libertà altrui. Questo lemma nasce in Canada negli anni ’60 dall’evoluzione di “biculturalismo”, un’espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere e rendere maggiormente visibili il proprio idioma e le proprie tradizioni8. Tuttavia, il multiculturalismo è valido solo se favorisce la pace e l’equilibrio. In questi anni sono state invece delineate forti differenze culturali che hanno generato conflitti e sentimenti d’intolleranza. Si è notato, ad esempio, come la diversità culturale possa rappresentare una vera e propria barriera che impedisce la coesione interna e qualsiasi tipo di comunicazione fra persone e divisioni appartenenti ad aree geografiche diverse, generando così incomprensioni e frustrazione.

Come afferma il Presidente della Corte del Canada Dickson, «una società veramente libera può accettare una grande varietà di credenze, di gusti, di intenti, di costumi e di norme di comportamento e aspira ad assicurare a tutti l’uguaglianza nel godimento delle libertà fondamentali, che devono riposare sul rispetto della dignità e dei diritti inviolabili dell’essere umano9». In questo processo, la soluzione è data dalla capacità di comprendere la natura di tale diversità e di porre l’accento sulla massima valorizzazione e inclusione. Questa sfida, complessa e impegnativa, può essere vinta solo se si è disposti a cambiare la propria prospettiva naturale e a mettersi nei panni degli altri provando empatia. Per ottenere un contesto orientato al multiculturalismo è quindi essenziale ideare istituti che incarnino il “mosaico culturale” che compone la società. Non si tratta però solo di questo: bisogna comprendere anche l’origine di tali differenze e accettarle senza la pretesa di cambiare, ridurre o semplificare i gesti e la mentalità di una cultura diversa da quella di partenza.

Di fronte ad avvenimenti del genere, il museo si candida come educatore insostituibile per il riconoscimento della diversità naturale e culturale. Le numerose collezioni e i reperti archeologici testimoniano infatti le differenti forme di vita presenti nel mondo e rappresentano un prezioso strumento di conoscenza e riflessione sul legame esistente tra culture occidentali e orientali. Fino a pochi decenni fa, i musei italiani erano concepiti come dei meri contenitori di oggetti comprendenti la memoria del passato. All’interno di questi luoghi, inoltre, non era prevista né una narrazione né un’interpretazione della storia, solo la sua passiva esposizione. Oggigiorno, al contrario, si ritiene che i musei debbano essere un’istituzione attiva e presente sul territorio nazionale, al fine di tenere insieme identità locali diverse e frammentate.

È grazie all’UNESCO se sono stati mossi i primi passi verso l’inclusione culturale nei musei. L’espressione “interculturalità” compare infatti, per la prima volta, nel 1980 su una pubblicazione dell’UNESCO volta a rappresentare la politica della convivenza e della solidarietà attiva: una società può definirsi interculturale quando le differenti culture che la animano interagiscono in un rapporto di scambio reciproco finalizzato alla salvaguardia delle rispettive identità (UNESCO 1983). Il museo, quindi, è sicuramente uno dei canali attraverso cui è possibile realizzare una società interculturale. Il patrimonio presente in un museo non ha però valore in sé e per sé, in quanto prodotto culturale contemporaneo che acquisisce senso e importanza sulla base di criteri storici e convenzionali. Ogni patrimonio culturale possiede infatti un certo valore storico-artistico, politico ed economico: è per questo che le varie istituzioni museali devono impegnarsi a veicolare lo sviluppo della società a cui appartengono, al fine di tenere insieme identità locali e nazionali sempre più frammentate e diversificate. Un ruolo importante in tal senso è rivestito dai musei etnografici, che spesso contengono manufatti appartenenti a culture geograficamente distanti. Negli ultimi anni si sta infatti parlando di restituire il patrimonio culturale africano che, in epoca coloniale, è stato sottratto da diversi paesi europei. A tal proposito, nel 2018 il presidente francese Emmanuel Macron ha commissionato un report allo scopo di indagare sulle possibilità etiche e culturali relative alla circolazione e alla restituzione dei materiali sottratti ai popoli africani durante il periodo coloniale, sia in Francia che nel resto d’Europa.

È proprio dal confronto con il passato coloniale che nasce il Museo Italo Africano Ilaria Alpi, erede del Museo Coloniale di Roma, inaugurato nel 1914 e aperto al pubblico nel 1923 da Benito Mussolini. Questo museo deve essere concepito come uno spazio in cui interrogare la storia coloniale italiana, allo scopo di trovare nuove soluzioni narrative. In un momento storico in cui si sta discutendo molto sul concetto di cittadinanza e sui requisiti che portano una persona a possederne una, è inoltre interessante vedere quale posizione assume un museo in questo dialogo e in che modo esso intende ascoltare le popolazioni locali.

In che modo bisogna usare questo patrimonio ingiustamente sottratto per educare e integrare le comunità locali? È grazie al costante dialogo con il passato e l’interrogazione del presente che il MUDEC (Museo delle Culture) si pone come un laboratorio di riflessione su tematiche più o meno attuali, nonché come un’istituzione museale volta alla conservazione del patrimonio etnografico. In tal senso, l’arte dimostra come le culture non siano poi così diverse le une dalle altre. Lo spettatore – pur non essendo un abile intenditore – può infatti cogliere delle similitudini tra le varie civiltà. Ad esempio, l’usanza di coprire il capo femminile con un pezzo di stoffa, un velo, un fazzoletto o un mantello non è una prerogativa dell’Islam, ma risulta essere – da secoli – un’usanza diffusa in tutto il mondo e in tutte le culture, inclusa quella cattolica. A proposito della religione islamica, inoltre, Anna Vanzan sostiene che «non c’è un solo Oriente, così come non c’è un solo Occidente: se dobbiamo parlare di diversi modi di concepire l’Islam, allora dobbiamo prendere in considerazione l’idea che anche le risposte occidentali a questioni poste dall’Islam possono variare10».

L’idea di modernizzazione molto spesso è intesa come occidentalizzazione. Al tempo stesso, la cultura europea – erede dell’Illuminismo – è vista come l’unica strada possibile per il benessere umano. Questo tipo di sentimento ha ovviamente delle conseguenze: in Medio Oriente, ad esempio, la religione islamica è sinonimo di arretratezza. Ne è un esempio la visione della condizione femminile, molto spesso usata come metro di giudizio di eventuali cambiamenti. La donna “velata” è il simbolo mediatico di questa visione limitata. A tal proposito, Anna Vanzan11 racconta un aneddoto piuttosto esemplificativo riguardante una scrittrice marocchina, Fatima Mernissi, che durante una manifestazione letteraria organizzata a Venezia nel 2000, è stata contestata e accusata di presentare una visione idilliaca della condizione femminile in paesi come Iran, Indonesia e Marocco, solo perché aveva elencato i progressi raggiunti in quegli anni in vari settori della società.

La pluralità di culture e Paesi molto diversi tra loro viene ignorata nel dibattito pubblico. Questa pluralità viene però ripresa nell’anticipata questione del velo che, a seconda del contesto, è inteso in vari modi e assume diversi significati. Esistono diversi tipi di velo:

  • Hijab: ampio foulard che nasconde orecchie, nuca e capelli.
  • Chador: ricopre il capo e le spalle, arrivando fino a terra, ma lascia scoperto il viso, incorniciandolo sotto il mento. Si indossa sopra altri vestiti quando si esce di casa.
  • Niqab: lascia scoperti solo gli occhi.
  • Burqa: copre tutta la figura, incluso il volto, dalla testa ai piedi. Dispone di un tessuto traforato all’altezza degli occhi per consentire la vista.

Questi sono i più comuni ma esistono diversi tipi di veli, che vengono indossati anche in Occidente.

La donna “velata”, da salvare e far progredire, è stata una delle giustificazioni alla colonizzazione avvenuta tra il XVIII e il XX secolo. Quest’idea resiste ancora oggi seppur declinata in senso moderno e associata a una visione oppressiva dei meccanismi religiosi. Dagli anni Settanta ad oggi si è quindi assistito a una nuova diffusione del velo. In alcuni casi le donne si sono servite di questo indumento per affermarsi nella società ed entrare a far parte della sfera pubblica. Il velarsi non sempre è inteso come un’imposizione dall’alto: nella maggior parte dei casi appare infatti una scelta legata al ritorno delle religioni nella sfera sociale, avvenuto tra il XX e il XXI secolo sia in Oriente che in Occidente.

Un altro importante aspetto da considerare riguarda le donne musulmane non velate, generalmente ignorate dai media. Nel romanzo di Leila Djitli Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, la madre dice alla figlia diciassettenne: “Ti ho allevata nella religione, non nel segno… Si può vivere intensamente la propria fede senza ostentare segni tanto costrittivi ed essere perfettamente ipocriti. Prendendo il velo, riprendi pratiche abbandonate da due o tre generazioni”(Djitli, 2005: 94-95)12. In effetti, se si prende il Corano, la parola hijab, traduce i termini “tenda”, “velo” e “schermo” nell’accezione di “separazione spaziale, protezione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato”. Questo termine, nello specifico, appare sette volte all’interno del testo e mai come copricapo o, quanto meno, non è riportato alcun obbligo di indossarlo da parte delle donne. Per i musulmani la bellezza, quando non è ostentazione ma cura del corpo, non è contraria ai principi dell’Islam. Seguendo questo principio, negli ultimi anni sono nate diverse realtà di Islamic fashion. Bisogna quindi abituarsi all’idea di una pluralità di contesti, politiche, società, culture e scelte. Sempre più spesso indossare il velo sta diventando una libera scelta, che non deve essere affatto ignorata, così come non devono essere ignorati quei meccanismi di oppressione che derivano da scelte politiche che, in alcuni casi, non hanno niente a che fare con la religione islamica. Ed è questa pluralità di civiltà esistenti sulla Terra che mostra agli uomini cosa significhi essere degli esseri terrestri, globali, universali e umani. Dunque, «poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere particolarmente le parti13».

Note

[1] G. Rodari, La pelle, https://www.libriantichionline.com/divagazioni/gianni_rodari_la_pelle, consultato il 28.05.2022.

[2] M. Pollo, L’uomo come essere progettuale, culturale, simbolico e relazionale, in Animazione culturale, Elledici, 2002.

[3] E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

[4] U. Fabietti, R. Malighetti, V. Matera, Dal tribale al globale: introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori 2000.

[5] A. Nesti, Multiculturalità, pluralismo religioso, conflittualità. Prospettive, Firenze University Press, 2006.

[6] cantante, scrittore e attore italiano di religione ebraica.

[7] A. Nesti, Multiculturalità, pluralismo religioso, conflittualità. Prospettive, Firenze University Press, 2006.

[8] Multiculturalità e Multiculturalismo, http://www.corsodireligione.it/mondialita/mondialita_civitas_7.htm, consultato il 28.05.2022.

[9] G. Rolla, La libertà religiosa in un contesto multiculturale/La libertad religiosa ein un contexto multicultural, Revista Europea de Derechos Fundamentales, N. 18/2° Semestre 2011.

[10] A. Vanzan, La storia velata. Le donne dell’Islam nell’immaginario italiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2006.

[11] Ivi.

[12] R. Pepicelli, Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica,Roma, Carocci, 2018.

[13] Edgard Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

Bibliografia

U. Fabietti, R. Malighetti, V. Matera, Dal tribale al globale: introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori 2000.

E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

Multiculturalità e Multiculturalismo, http://www.corsodireligione.it/mondialita/mondialita_civitas_7.htm, consultato il 28.05.2022.

A. Nesti, Multiculturalità, pluralismo religioso, conflittualità. Prospettive, Firenze University Press, 2006.

R. Pepicelli, Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica,Roma, Carocci, 2018.

M. Pollo, L’uomo come essere progettuale, culturale, simbolico e relazionale, in Animazione culturale, Elledici, 2002.

G. Rodari, La pelle, https://www.libriantichionline.com/divagazioni/gianni_rodari_la_pelle, consultato il 28.05.2022.

G. Rolla, La libertà religiosa in un contesto multiculturale/La libertad religiosa ein un contexto multicultural, Revista Europea de Derechos Fundamentales, N. 18/2° Semestre 2011.

A. Vanzan, La storia velata. Le donne dell’Islam nell’immaginario italiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2006.

Patti Lateranensi

I Patti Lateranensi

Il preambolo: la rivalità Chiesa/Stato italiano

I Patti Lateranensi sono stati un importante punto di svolta nella politica e nella società italiana del XX secolo, con conseguenze visibili ancora oggi. È necessario, tuttavia, fare un passo indietro per comprendere quali motivazioni portarono alla loro sottoscrizione.

A seguito della sconfitta e successiva caduta di Napoleone III nella battaglia di Sedan (1870), lo Stato Pontificio perse quell’appoggio d’oltralpe che aveva garantito a Roma l’esclusione dalle annessioni sabaude della Spedizione dei Mille. Vittorio Emanuele II non si lasciò sfuggire quest’occasione e, desideroso di portare avanti l’unificazione italiana, spedì a tutti i regnanti europei delle lettere in cui spiegava i motivi per cui era necessaria la conquista della capitale pontificia, per poi dare garanzie e tutele al Papa, che in quei mesi aveva fermamente sostenuto la sua riluttanza all’unione dello Stato Pontificio con il neo Regno d’Italia.

Il 20 settembre 1870 l’esercito italiano attaccò e prese Roma, mentre Papa Pio IX si ritirava in Vaticano rifiutandosi di riconoscere la nuova nazione italiana, di cui si dichiarava prigioniero politico. Iniziò così la cosiddetta “questione romana”, che solamente i Patti Lateranensi del 1929 riuscirono a risolvere in via definitiva. Al fine di ostacolare il neo Regno, il pontefice respinse la legge delle guarentigie con cui venivano stabiliti i suoi diritti e doveri, per poi inviare al sovrano una lettera contenente le sue motivazioni. Il 10 settembre 1874 emanò invece il non expedit, un provvedimento con cui dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche e, più in generale, alla vita politica italiana (furono mantenute le sole elezioni amministrative). A partire dal pontificato di Pio X si assistette tuttavia a una lenta distensione dei rapporti tra Stato e Chiesa. A dimostrarlo è anche l’enciclica del 1904 intitolata Il fermo proposito che, pur mantenendo il non expedit, ne permetteva larghe eccezioni: molti cattolici entrarono infatti in Parlamento, anche se solo a titolo personale. Il progressivo affermarsi dei socialisti favorì, inoltre, l’alleanza tra cattolici e liberali moderati (come Giolitti), creatasi nel corso di numerose elezioni amministrative. In seguito alla Prima guerra mondiale la situazione mutò ulteriormente: nel 1919 Papa Benedetto XV revocò il non expedit, permettendo così ai cattolici la piena partecipazione alla vita politica. Nello stesso anno, don Luigi Sturzo fondò il Partito Popolare Italiano, grazie al quale i cattolici tornarono alla vita politica attiva dopo decenni d’assenza.

L’avvento del fascismo: cosa portò ai Patti Lateranensi

Nel 1922 ci fu una svolta fondamentale nella storia italiana poiché, a seguito della marcia su Roma, il Partito Nazionale Fascista riuscì a salire al potere. Non tutti videro di buon occhio quest’evento, in particolar modo la Chiesa: essa respinse infatti l’autonoma carica di spiritualità espressa da un partito che mirava a creare la figura di un nuovo italiano inquadrato in uno stato autoritario con al vertice il duce. Bisogna specificare che già dal 1921 le camicie nere ricercavano un culto per la nazione imperiale che intendevano edificare e non rimasero indifferenti di fronte al generale fatto religioso. Concepivano la religione come la più profonda manifestazione dello spirito, da difendere e tutelare a tutti i costi, ma non avevano alcuna intenzione di nominare un proprio Dio soppiantando quello esistente. I mussoliniani consideravano il cattolicesimo anche un mezzo per potenziare e promuovere l’italianità e il regime, un modello di comunità religiosa da imitare, un deposito di elementi, idee e formule da rielaborare in una prospettiva nazionale e imperiale. La Chiesa, però, guardava con sospetto le limitazioni delle libertà legate all’educazione giovanile, alla stampa, all’associazionismo e alla stessa esistenza, e temeva di essere assorbita, in chiave accessoria, in un progetto statolatrico che l’avrebbe rinchiusa in una dimensione nazional-imperialista, con l’obiettivo di nazionalizzare il fattore religioso come frutto del genio latino. Sebbene dal 1924 la Chiesa cercò di limitare gli scontri con il governo, essa si servì dell’Osservatore Romano per denunciare, prevenire e reprimere le violenze fasciste. L’anno seguente provò invece a scongiurare l’alleanza tra popolari e socialisti promuovendo l’Azione Cattolica, ma questo tentativo andò solo a favore di Mussolini. Fu suscitato un certo scalpore negli ambienti politici anche quando la Chiesa e Pio XI rifiutarono i tre commissari della commissione di riforma della legislazione ecclesiastica, nominati per formulare ed esporre due progetti di legge comprendenti le richieste della Santa Sede. In realtà, il fascismo si aprì alla Chiesa poco dopo la marcia su Roma, giacché fu istituito l’insegnamento della religione nelle scuole (questa materia era considerata “l’ancella della filosofia”) e disposto il crocifisso nelle aule. I rapporti segreti tra Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri iniziarono invece nel 1923, mentre a partire dal 1926 furono organizzati degli incontri formali tra il Consigliere di Stato Domenico Barrone (sostituito dallo stesso Mussolini dopo la sua scomparsa) e Francesco Pacelli (fratello del futuro Pio XII), che portarono alla firma dei Patti Lateranensi.

I Patti del 1929 e il riassetto politico italiano

Per arrivare a comprendere i Trattati Lateranensi, è necessario fare riferimento alla già citata legge delle guarentigie del 1871: con essa il Regno d’Italia riconosceva alla Chiesa cattolica uno speciale status giuridico (limitato alla Santa Sede), le garantiva quindi una posizione privilegiata che entrava in conflitto con quel principio di eguaglianza delle credenze religiose riportato nell’art. 1 dello statuto Albertino. Tuttavia, vari elementi, come il mancato riconoscimento della sovranità della Chiesa (sottesa all’ordinamento italiano e ritenuta dal mondo ecclesiastico propria e inderogabile) e l’unilateralità della legge, indussero la Santa Sede a un categorico rifiuto, dovuto anche a una sopravvivenza precaria, determinata dall’acquisizione di maggior vigore da parte di specifiche maggioranze parlamentari. Vediamo nello specifico qual era il contenuto dei Patti Lateranensi prima della loro modifica, avvenuta oltre cinquant’anni dopo la stipulazione, nel 1984.

I Patti constavano di tre documenti ben distinti:

• il Trattato, volto a risolvere definitivamente la “questione romana” favorendo la nascita di Città del Vaticano, uno stato autonomo dotato di sovranità internazionale e di un territorio proprio, neutrale e inviolabile;

• la Convenzione finanziaria, che trattava le questioni economiche rimaste irrisolte tra Stato e Chiesa a seguito dell’emanazione delle leggi eversive;

• il Concordato, atto a regolare i futuri rapporti tra Stato e Chiesa.

Il Trattato permise l’affermazione del principio secondo cui la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione del nostro Paese, l’istituzione del regime giuridico di Piazza San Pietro, la cui sovranità e giurisdizione è affidata alla Santa Sede mentre i servizi pubblici rientrano nelle competenze dello Stato italiano, il riconoscimento dell’efficacia giuridica delle sentenze emanate dalle autorità ecclesiastiche in materia spirituale o disciplinare e l’ammissione da parte della Santa Sede del possesso di immobili (basiliche, edifici, istituti pontifici). Il Trattato favorì anche la concessione dell’immunità diplomatica agli inviati ecclesiastici, del diritto di legazione attivo e passivo e di quello di arbitrato internazionale, in virtù del quale l’intervento della Santa Sede nelle controversie tra Stati sarebbe stato subordinato alle richieste delle parti in causa. La “questione romana” si risolse definitivamente attraverso il riconoscimento reciproco di due distinte e autonome sovranità, quella dello Stato con a capo i Savoia e quella della Chiesa, al cui vertice c’era il sommo pontefice (la cui persona era sacra e inviolabile alla pari del re).

La Convezione finanziaria per la risoluzione delle questioni economiche ancora pendenti tra Stato e Chiesa dispose invece, a seguito dell’emanazione delle leggi eversive, la liquidazione dei crediti maturati dalla Santa Sede nei confronti dell’Italia. Il nostro Paese avrebbe dovuto corrispondere una somma pari a 750 milioni di lire in contanti, oltre a un miliardo di lire in buoni del tesoro al 5%.

Vi era infine il Concordato, fortemente voluto dalla Santa Sede a completamento delle trattative volte a regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia. Nello specifico, esso riconobbe il libero e pubblico esercizio del culto cattolico ma anche il potere spirituale e giurisdizionale della Chiesa nelle materie di sua competenza, concedendo una serie di privilegi ed esoneri agli ecclesiastici. Riservò inoltre alle autorità vaticane il potere di nominare vescovi e arcivescovi, previa comunicazione allo Stato e sua conseguente approvazione, nonché l’obbligo dei vescovi di prestare giuramento di fedeltà allo Stato italiano. Con il Concordato furono riconosciuti pieni poteri civili al matrimonio religioso: ai tribunali e ai dicasteri ecclesiastici furono infatti affidate le cause di nullità e di dispensa dal matrimonio rato e non consumato.

C’è da dire, però, che entrambe le parti decisero di firmare i Trattati per secondi fini: da un lato, papa Pio XI percepì l’autoritarismo fascista e garantì alla Chiesa una certa libertà in ambito associativo, che portò a degli scontri già nel 1931, quando il fascismo si accorse che l’art. 43 sulla libertà associativa contrastava il suo monopolio in campo educativo, sia a scuola che nelle associazioni giovanili. Dall’altro lato, il fascismo vedeva il cattolicesimo come un elemento funzionale al progetto nazional-imperialista, un interprete del mito romano imperiale. A questa idea contribuirono numerosi fattori: la retorica della ritrovata concordia dei poteri (“Dio era restituito all’Italia e l’Italia a Dio”) che presentava Mussolini come una sorta di “principe cristiano”, il codice Rocco del 1930 che tutelava maggiormente la religione cattolica, e la campagna antisemita. Il cattolicesimo era quindi destinato a divenire un vero e proprio culto per la nazione ariana e imperiale, nonché uno dei principali caratteri dell’identità nazionale. È per questo che alla Chiesa cattolica fu riconosciuto il libero e pubblico esercizio del culto, del potere spirituale e della giurisdizione in materia ecclesiastica. La dottrina cristiana fu quindi concepita come fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica, il cui insegnamento divenne obbligatorio. Con il Concordato si pose anche fine all’atteggiamento laico prevalso nei decenni precedenti e si assistette a una “riconfessionalizzazione dello Stato”, incompatibile con i principi costituzionali ma evidenziata in modo incontrovertibile da alcune sentenze che ritennero la religione cattolica il “solo e unico credo dello Stato”.

Il Dopoguerra: la Repubblica Italiana e l’accordo del 1984

Dopo la vittoria della repubblica nel referendum del 1946, uno dei problemi che l’Assemblea costituente dovette affrontare fu la regolazione dei rapporti tra Stato e Chiesa nella nuova Costituzione, con particolare attenzione verso i Patti Lateranensi. Già dai primi dibattiti si delinearono quattro orientamenti: c’era chi chiedeva l’abrogazione dei Trattati, chi riteneva che essi dovessero essere lasciati fuori dalla Costituzione, chi voleva un richiamo in carta del solo principio concordato e chi intendeva costituzionalizzarli. Si decise però di adottare la strategia presentata da Giuseppe Dossetti il 21 marzo 1947, che prevedeva l’istituzione di una norma che richiamasse i Patti. Alcide de Gasperi riconobbe i Patti come base della Costituzione ma preferì lasciare aperta la possibilità di revisionarli. Il testo passò con la votazione del 26 marzo (da notare il voto compatto di comunisti e democristiani) e i Trattati del 1929 furono inseriti nell’art. 7, comma 2, della Costituzione del 1948. Tale articolo stabilì che Stato e Chiesa sono entità statali autonome, sovrane e indipendenti, ciascuna all’interno del proprio ordine temporale e spirituale. I rapporti tra i due enti furono quindi regolati dai Patti, che potevano essere modificati di comune accordo dalle parti oppure tramite un procedimento di revisione costituzionale, di cui all’art. 138 Cost. Questa decisione precluse quindi al Parlamento la possibilità di intervenire unilateralmente per modificare il Concordato, in quanto risultò necessario approvare una legge costituzionale che coinvolgesse anche le autorità ecclesiastiche. La Santa Sede salutò con favore l’ampio consenso al testo di legge che concedeva un solido fondamento politico ai Patti Lateranensi. Benedetto Croce parlò invece di “errore logico e scandalo giuridico”. Furono però innegabili gli aspetti positivi, dal momento che si riuscì a mantenere la pace religiosa (ritenuta fondamentale da Palmiro Togliatti) e a ottenere l’impegno dei cattolici nella costruzione e nella difesa della “cosa pubblica”. Tuttavia, è opportuno sottolineare che l’art. 7 non ha costituzionalizzato il contenuto dei Patti Lateranensi, ma solo il principio di regolamentazione pattizia dei rapporti tra Stato e Chiesa. Di conseguenza tali Trattati non assurgono al rango di norme costituzionali, in quanto sono ritenute fonti atipiche del diritto perché dotate di una maggiore resistenza all’abrogazione rispetto alle norme ordinarie. Negli anni seguenti furono numerose le proposte di abolizione o riforma del testo: nel 1957 gli Amici del Mondo ne proposero l’abolizione, Albani nel 1969, Lelio Basso nel 1972 e la Democrazia Proletaria ne suggerirono invece la riforma, Arturo Carlo Jemolo consigliò infine di lasciar cadere via via le proposte pattizie. Alla fine, nessuna di queste richieste trovò accoglimento.  Negli anni Settanta la situazione iniziò a cambiare, dal momento che l’ordinamento italiano introdusse istituzioni come il divorzio, nel 1970 (qualificato come la “cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio” se celebrato con rito religioso), e l’aborto, nel 1978. In quegli anni cominciarono dunque i lavori di modifica dei Patti, che culminarono il 18 febbraio 1984 con l’accordo di Villa Madama, che dichiarava la neutralità religiosa dello Stato italiano, il principio di parità tra laici e chierici con l’abolizione di esenzioni, privilegi e l’introduzione dell’8×1000, il superamento della riserva da parte dei tribunali ecclesiastici della giurisdizione in cause riguardanti l’annullamento del matrimonio, e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche in termini non più obbligatori. Pur mantenendo un senso di continuità con il passato sia dal punto di vista giuridico (fu completato il disegno costituzionale armonizzando i Patti con la Costituzione e facendo intese con altre confessioni religiose) che storico-politico (culminava l’esperienza politica basata sulla coalizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista), vigevano ugualmente delle ambiguità che riguardavano le sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio, per le quali si cercò di arrivare a un compromesso. Si eliminarono anche delle parti poco chiare del testo lateranense e le contraddizioni legate al principio costituzionale di indipendenza e sovranità tra Stato e Chiesa. Punto importante fu infine la laicità dello Stato, che in Italia si sviluppò in autonomia e sotto l’influenza di una cultura nazionale modellata dal cattolicesimo. Nell’art. 1 dell’accordo di Villa Madama si accolsero quindi le idee di conciliazione dello “spirito di libertà” con lo “spirito di religione”, la laicità come qualità ed esigenza di uno stato secolare, la necessità di avere una religione che consentisse una maggiore solidarietà e il superamento dell’individualismo democratico. La laicità doveva essere intesa come un valore positivo da raggiungere mediante l’esperienza giuridica, nonché uno dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale.

Bibliografia

M. Arcangeli, Cosa vuol dire “laico”, «Il Post», 6 maggio 2017, https://www.ilpost.it/2017/06/05/cosa-vuol-dire-laico/#:~:text=Uno%20Stato%20%C3%A8%20laico%20se,laica%20se%20tiene%20al%20riparo.  

“Dizionario di Storia”, Enciclopedia Treccani, voce “questione romana”, https://www.google.com/search?q=storia+della+questione+romana&rlz=1C1CHBF_itIT879IT879&oq=storia+della+questione+romana&aqs=chrome..69i57j0i512l2j0i22i30l7.3533j0j9&sourceid=chrome&ie=UTF-8.

Gazzetta Ufficiale 10 aprile 1985, n. 85 – Supplemento Ordinario, Legge 25 marzo 1985, n.121. Ratifica ed esecuzione dell’accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede.

C. Dalla Tomasina, DDL Zan, Fedez contro il Vaticano: «Prima pagate le tasse che ci dovete, poi parliamo», «iO Donna», 23 giugno 2021, https://www.iodonna.it/personaggi/star-italiane/2021/06/23/ddl-zan-fedez-contro-il-vaticano-prima-pagate-le-tasse-che-ci-dovete-poi-parliamo/.

G. Dalla Torre, Il paradigma della continuità come chiave di lettura dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, in “Stato, Chiese e pluralismo confessionale”, 20 febbraio 2012 (rivista online).

R. De Felice, L’organizzazione dello stato fascista, Torino, Einaudi, 1965.

L. Mangoni, I Patti lateranensi e la cultura cattolica, Studi Storici, Anno 43, No. 1 (Jan. – Mar., 2002), pp. 153-165.

I. Marconi, I Patti lateranensi – La guida completa: i soggetti firmatari, il contenuto e le modifiche, https://www.altalex.com/guide/patti-lateranensi#par4.

M. Muolo, Crisi di governo. Rosario, Vangelo e Giovanni Paolo II tirati in ballo a sproposito, «Avvenire», 20 agosto 2019, https://www.avvenire.it/attualita/pagine/simboli-religiosi-e-propaganda-politica?fbclid=IwAR0-K-1ITXQQhR4JPbdq0PwH7S5f9vSEnERMaWDDMr261TMWmfjk-rZkS6Y.

A. Sala, Draghi su ddl Zan e Vaticano: «Siamo uno Stato laico non confessionale», «Corriere della Sera», 24 giugno 2021, https://www.corriere.it/cronache/21_giugno_23/draghi-vaticano-ddl-zan-senato-siamo-stato-laico-non-confessionale-55afe5fa-d421-11eb-8dcd-923bd7ac4a6d.shtml.

A. Spadaro, Dialogare nella laicità?, «La Civiltà Cattolica», 2 ottobre 2021, https://www.laciviltacattolica.it/articolo/dialogare-nella-laicita/.

D. Trabucco, Concordato: ancora un privilegio per la Chiesa dopo la revisione del 1984? Premesse per una laicità “relativa” e “funzionale“, in “Stato, Chiese e pluralismo confessionale, marzo 2007 (rivista telematica).

Treccani, Laicità dello Stato, «Enciclopedia on line», consultato il 21 maggio 2022, https://www.treccani.it/enciclopedia/laicita-dello-stato/

Segreteria di Stato, Testo integrale della Nota Verbale, «VaticanNews», 17 giugno 2021, https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-06/testo-integrale-nota-verbale-segreteria-stato-ddl-zan.html.

Elettorato mobile

Elettorato mobile

Vari tipi di voto

Il cittadino-elettore non può essere visto come “spettatore”, ma deve essere concepito e analizzato come “soggetto primario” attorno a cui ruotano: l’offerta politica, i partiti e i candidati. Il comportamento dell’elettorato, infatti, è studiato e deve essere costantemente registrato, vissuto e compreso attraverso alcuni fattori-chiave, quali quelli demografici, psicologici, sociali, economici, politici, situazionali, razionali-istintivi1. Grazie a questi fattori si può intuire la scelta elettorale che, essendo varia, prende diverse forme: dal semplice elettore simpatizzante all’elettore militante, arrivando fino all’astensionista2. Così come l’elettorato è diverso, lo è anche il voto, e questo è importante nel comprendere il tema della mobilità elettorale. Le varie tipologie di voto sono:

  • Voto di appartenenza: espresso da coloro che hanno una convinzione politica spesso anche militante. Questo tipo di voto è entrato in crisi negli ultimi anni perché nell’elettore è venuta a mancare la partecipazione politica più legata alla vita interna del partito, e ha iniziato, invece, a votare in base alla realpolitik, e cioè, il partito che più si avvicina ai suoi ideali.
  • Voto di scambio: non si tratta di clientelismo, ma avviene nel momento in cui il cittadino esprime il proprio voto in cambio di un impegno concreto e preciso da parte del partito che asseconda un suo interesse particolare.
  • Voto fluttuante o di opinione: è ciò che sarà oggetto di trattazione specifica nell’articolo. Il cosiddetto “elettorato mobile” sposa i meccanismi di una società flessibile legata a doppio filo con la realpolitik. Se più elettori esprimono il voto fluttuante le elezioni sono influenzate notevolmente, e il voto non è malleabile perché l’elettore lo esprime dopo aver ponderato la situazione attuale, senza tenere conto di eventuali voti dati in precedenza. Tra questi tipi di voto confluisce anche quello di protesta.
  • Voto astensionista: rappresentato da coloro che non si recano al seggio o che consegnano una scheda bianca o nulla. Le motivazioni di questo voto sono varie e vanno dall’indifferenza alla disillusione politica, fino all’apatia. In Italia, in particolare, questi tipi di sentimenti sono favoriti dall’eccessiva frequenza di appuntamenti elettorali3.

Renato Mannheimer, sociologo, saggista e accademico italiano, inserì nel 1992 due nuove categorie di elettori all’interno di un articolo che argomenta e illustra la mobilità elettorale durante le elezioni:

  • Elettori monopartitici: “Si tratta di coloro che dichiarano di scegliere un solo partito ed escludono di prendere in considerazione, neppure lontanamente, altre forze politiche. Li abbiamo suddivisi in a1) «monopartitici forti» e a2) «monopartitici deboli».
  • Elettori pluripartitici: “Si tratta di coloro che sono disponibili a più di una scelta. Anch’essi sono stati suddivisi in b1) «forti» e b2) «deboli»”4.

Si è notato come la quota di elettori monopartitici cresceva con l’avanzare dell’età, trovando la sua espressione maggiore negli elettori più anziani. Mentre, al contrario, la popolazione più giovane si attestava su opzioni pluripartitiche. Altre differenze si potevano trovare con i titoli di studio, anch’essi correlati all’età; mentre a livello sociale il Sud si attestava su scelte monopartitiche.

L’indecisione

Nella politica di oggi uno dei retroscena quanto mai problematici e preponderanti è l’indecisione dell’elettorato che sta all’origine del problema della mobilità degli elettori. A fomentarlo è certamente il senso di sfiducia e, talvolta, di delusione originato da un panorama politico ormai confusionario, incapace di dare risposte concrete e convincenti al diffuso clima di incertezza. Recarsi alle urne non è più sentito come un “diritto e un dovere civico”, quanto piuttosto un contributo minimo che serve a risolvere un dilemma passeggero. L’indecisione ha origini sia interne che esterne alla politica e si rivela o come disagio nei confronti di una politica priva di chiarimenti o alternative o come indice di insoddisfazione verso una specifica offerta politica (che sia il partito, il leader, i problemi trattati, lo stile comunicativo, ecc.). Da qui si sono suddivisi gli indecisi in tre tipologie: gli indecisi antipolitici, gli indecisi per disaffezione e gli indecisi per conflitto strategico/identitario. I primi costituiscono un’ala di elettori segnata dalla rassegnazione e da una radicale sfiducia, che ormai si è allontanata dalla politica. La maggior parte di loro rappresenta gli indecisi inter-area, ossia coloro che sono incerti tra aree politiche differenti, e poi c’è un buon numero di indecisi che alla fine si astiene. Gli indecisi per disaffezione provano invece un forte risentimento o una forte delusione, tanto da non essere in grado di decidere con serenità se dare nuovamente fiducia a un determinato progetto politico. Anche in questa ala troviamo numerose persone che si astengono per protesta; altri che pur essendo stati incerti poi si recano alle urne; e altri ancora che sono tra gli indecisi intra-area: non sanno quale partito scegliere in una specifica area. L’astensione è motivata dalla sfiducia delle persone nei confronti della politica attuale. Le schede bianche o nulle incarnano un preciso valore: se l’eventualità di subire un rischio è alta, gli elettori restii a scegliere preferiscono non esprimersi; spesso, però, l’elettore sceglie ciò che per lui è il male minore.

In generale, gli astenuti esprimono con il non-voto la precisa volontà di allontanarsi da una politica che non li rappresenta e nei confronti della quale nutrono una profonda e radicale diffidenza.Vi sono infine gli indecisi per “conflitto strategico/identitario” il cui dubbio deriva dal contrasto tra la volontà di contribuire alla vittoria elettorale di un progetto politico maggioritario e la volontà di votare il partito che meglio rappresenta i propri ideali. In quest’ala si inserisce la maggioranza degli indecisi intra-area, che hanno spesso partecipato a manifestazioni o simpatizzato per partiti politici, e caratterizzati da uno sbiadito desiderio di partecipazione civica, ma col tempo trasformatosi attraverso un progressivo allontanamento dalla politica e un notevole senso di scetticismo. Rimangono non collocati gli elettori che sono spesso in dubbio sul se recarsi oppure no alle urne, e la loro posizione è definita “indecisione in entrata”. Dai sondaggi è emerso sia che gli elettori molto spesso non reputano il voto come qualcosa di realmente incisivo per la vita del Paese sia di aver votato di volta in volta partiti differenti; andare a votare è per loro solo il residuo di un senso civico duramente messo alla prova e spesso attuato alla fine della campagna elettorale. In questo modo mostrano come la loro non sia una rinnovata fiducia verso la politica. I cosiddetti “incerti a un passo dal voto” dichiarano di aver adempiuto sempre al loro diritto di voto negli appuntamenti elettorali più importanti, ma di essere stati indecisi molte volte, tanto da saltare alcune votazioni ritenute di importanza minore. Si è riscontrato una maggiore indecisione negli elettori del centro-sinistra: secondo alcuni per mancanza di riferimenti ideologici nei simboli e nei valori di quest’area politica. Questa disaffezione, almeno negli elettori anziani, sarebbe dovuta alle trasformazioni che ha subito negli ultimi anni dando vita a soggetti politici senza ideologie. Molti decidono comunque di votare pur non credendo nel reale potere della politica di rispondere ai problemi reali del Paese. Secondo Notano, Marcellini e Rizzuto “Gli anziani votano di meno non per motivi fisici, ma perché i valori centrali della loro socializzazione politica vengono privati di senso o perché rifiutano di adattarsi al cambiamento del sistema elettorale”5. Una delle conseguenze dell’indecisione politica è proprio l’elettorato mobile, poiché le coalizioni devono cercare sia di riportare al voto i propri elettori sia di strappare all’avversario quelli che, stanchi di vedere governi fallire e di recarsi continuamente ai seggi, non ostacolano nessun partito – ad eccezione di quelli che giudicano più “estremisti” e la Lega –.
Quando gli elettori vedono che i programmi degli schieramenti sono simili e non percepiscono più il voto come opportunità di cambiare schieramento, puntano a chi, in quel preciso momento, sembra offrire più garanzie. Anche perché la politica non viene più percepita come missione o visione del mondo, ma come lotta tra punti di vista su temi differenti. Per di più, notano come le promesse dei vari candidati siano state molto spesso disattese in passato da partiti che rimpallavano tra loro problemi e responsabilità senza mai riuscire a risolvere qualcosa. Pertanto, gli elettori che danno il proprio voto in base al programma di governo ritenuto più valido, sono coloro che richiedono ai politici di trovare una soluzione ai problemi del paese e di portare a termine i programmi prefissati. Importanza cruciale sul tema dell’indecisione l’hanno i media mainstream che l’hanno fatto circolare abbondantemente, per esempio in vista delle elezioni del 2008. I media spesso lo enfatizzano e maggiore è l’indecisione dell’elettorato, tanto più gli opinionisti televisivi e i giornalisti si sentono in dovere di esercitare il ruolo di mediatori dell’offerta politica.

Elettorato mobile

Quello che conosciamo specificatamente come “elettorato mobile” si è attestato nella maggior parte degli stati occidentali tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, ed è stato fenomeno favorito dalla nascita di nuove alternative partitiche e dai grandi cambiamenti sociali di quegli anni. Stefano Bartolini e Peter Mair parlavano di incentivi istituzionali, dati dal bisogno di cambiamento e dal mutato contesto elettorale, opposti invece alle radici socio-organizzative che legano gli elettori ad un’identità specifica. Questi due fattori sono costantemente messi alla prova dai cambiamenti del mercato politico che, per esempio, può offrire nuovi candidati, creando una situazione di ancora estrema mobilità. Molto interessante è, tuttavia, una delle conclusioni a cui i due autori sono giunti: “la mobilita elettorale è tanto più alta quanto minore lo spazio politico/programmatico che separa i partiti in competizione6. Situazione confermata dallo studio sulla mobilità elettorale negli anni Ottanta, a firma Biorcio-Natale:

“Le forme che assume il passaggio da una scelta di voto ad un’altra dipendono sia dalle modifiche di posizionamento dei partiti nell’ambito della competizione elettorale, sia dalle modalità secondo cui i cittadini-elettori si rapportano ad essi e, più in generale, vivono il proprio rapporto con la sfera politica e le istituzioni.”7 Questa affermazione è motivata attraverso lo studio di alcune logiche:

  • Logica dell’identificazione: l’elettore è portato a sceglierla quando riconosce in una determinata offerta politica una peculiarità comune alla propria collettività. Questo tipo di scelta è molto meno soggetta al cambiamento proprio per il suo carattere identitario, e quando arriva è in genere un evento traumatico poiché è sintomo di un cambiamento esistenziale che, ovviamente, coinvolge anche l’aspetto politico.
  • Logica dell’utilità: l’elettore mette in primo piano i propri interessi attraverso un “calcolo dei vantaggi”. Questo tipo di voto è soggetto a svariati cambiamenti proprio perché è conseguenza degli interessi particolari inerenti ad una determinata congiuntura.
  • Logica della protesta: di solito arriva quando i partiti in gioco non riescono a rispondere alla domanda di identificazione o di utilità. Può accadere che una nuova forza politica rappresenti il sentimento comune di protesta e che sposti dalla propria parte i voti, oppure può portare all’astensionismo.

Queste logiche, come spiega Guido Legnante8, sono favorite dal cambiamento di modus operandi dei partiti stessi: negli ultimi decenni hanno rinunciato alla logica del partito di massa favorendo una politica del “pigliatutti”. A differenza del passato, il clima politico è ora più rilassato tra partiti e forze organizzate, e quest’ultime sono portate a voler condizionare più partiti possibili creando una maggiore flessibilità, e per l’appunto, una mobilità elettorale. La conseguenza di questo meccanismo è il minore peso di queste associazioni sul voto dei propri affiliati, data la debolezza del legame con il partito che si sceglie di appoggiare in una determinata circostanza. Roberto De Luca9 fa notare che la mobilità elettorale è diffusa indifferentemente al Sud e al Nord, come testimoniato dallo studio dei risultati delle ultime consultazioni elettorali e dal sempre minor grado di vicinanza tra questi e i sondaggi, nonostante le migliori tecniche di quest’ultimi. Il voto è sempre più espressione di un’opinione favorita anche dalla stessa legge elettorale, il cui sistema maggioritario porta l’elettorato – che in Italia apparterrebbe in maggioranza al centro moderato – a dover scegliere tra due poli, lontani o vicini, a seconda della congiuntura in atto.

Note

[1] Foglio, Antonio. Il marketing politico ed elettorale: politica, partiti e candidati a servizio dei cittadini-elettori. Italia, Franco Angeli, 1999. figura 4 pag. 61.

[2] Ivi, figura 6, p. 65.

[3] Ivi, pp. 72-74.

[4] Renato Mannheimer, «Mercato elettorale e competizione tra i partiti (1992)», Quaderni di Sociologia [Online], 26/27 | 2001, online dal 30 novembre 2015, consultato il 07 mai 2022. URL: http://journals.openedition.org/qds/1623; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.1623

[5] Lorenza Parisi, Gli elettori indecisi alla prova del voto: percorsi e motivazioni della scelta, in Gli indecisivi. La campagna elettorale per le Politiche 2008 vista dai cittadini, Mario Morcellini, Gabriella Fazzi, Laura Iannelli (a cura di), 2010, p. 111

[6] Renato Mannheimer, «Mercato elettorale e competizione tra i partiti (1992)», cit., p. 271

[7] Biorcio, R., & Natale, P. (1989). LA MOBILITÀ ELETTORALE DEGLI ANNI OTTANTA. Italian Political Science Review/Rivista Italiana Di Scienza Politica, 19(3), 385-430. doi:10.1017/S0048840200008649

[8] Legnante, Guido. Alla ricerca del consenso: il “mercato elettorale” visto dai parlamentari italiani. Italia, FrancoAngeli, 2004.

[9] Roberto De Luca, «La partecipazione elettorale nel Mezzogiorno: dalla clientela politica alla sfiducia sistemica», Quaderni di Sociologia [Online], 15 | 1997, online dal 30 novembre 2015, consultato il 28 avril 2022. URL: http://journals.openedition.org/qds/1549; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.1549