La dislessia non è una malattia

La dislessia non è una malattia: perché è difficile imparare?

Un disturbo non ancora totalmente riconosciuto

“Mamma, perché le lettere ballano? Perché non riesco a scrivere? Perché la maestra mi sgrida? Dice che sono lenta, che sono un asino e non voglio studiare. Mamma, gli altri bambini non vedono le lettere muoversi, tutti mi prendono in giro perché non riesco a imparare l’alfabeto, perché non riesco a leggere. Non voglio avere la maestra di sostegno, posso farcela da sola!”

“Mamma, lo sai che le professoresse di musica e arte mi hanno fatto i complimenti? Dicono che sono brava, che ho delle doti molto sviluppate, ma tutti gli altri insegnanti non la pensano come loro”.

“Mamma, che cos’ho? Perché sono diversa?”

Lei mi rispondeva sempre così:

“Sulla Terra sono spuntate delle piccole stelle che con la loro luce hanno illuminato il mondo perché sono riuscite a farci guardare le cose con i loro occhi. Quelle stelle pensavano in maniera diversa, le persone non le accettavano e le hanno ostacolate. Ma loro ne sono uscite vincenti, al punto che il mondo è rimasto a bocca aperta”.

Questa frase è tratta da un vecchio film che faceva sempre emozionare mia madre. Racconta la storia di un bambino dislessico che nonostante tutte le difficoltà è riuscito ad affermarsi. Questo bambino ha però scelto di reagire per sé stesso, non per gli altri o per la società. La dislessia non è una malattia o una maledizione, ma un pregio, un dono che solo poche persone hanno e che devono riuscire a sfruttare al meglio.

La dislessia è classificata come un disturbo dell’apprendimento che compromette essenzialmente la capacità di leggere e scrivere, due atti che risultano semplici e automatici alla maggior parte dei bambini, mentre per altri possono costituire dei compiti complessi e di difficile comprensione.

Secondo alcuni studiosi “la dislessia è una disabilità dell’apprendimento di origine neurobiologica. Essa è caratterizzata dalla difficoltà ad effettuare una lettura accurata e/o fluente e da scarse abilità nella scrittura (ortografia). Queste difficoltà derivano tipicamente da un deficit nella componente fonologica del linguaggio, che è spesso inattesa in rapporto alle altre abilità cognitive e alla garanzia di una adeguata istruzione scolastica. Conseguenze secondarie possono includere problemi di comprensione nella lettura del testo scritto e una ridotta crescita del vocabolario e della conoscenza generale, conseguente ad una ridotta pratica nella lettura[1]”.

Ad oggi, l’eziologia dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) è ancora sconosciuta. In passato si pensava che la dislessia potesse essere collegata a fattori di origine genetica o a un deficit cognitivo e biologico che ostacolava il normale apprendimento delle abilità accademiche nei bambini. Malgrado sia passato del tempo e siano stati condotti diversi studi, non si può ancora dire con certezza se questo disturbo sia causato da problemi ambientali o psicologici oppure da un deficit sensoriale o neurologico. Il bambino dislessico non riesce a leggere e scrivere in maniera automatica e sistematica, è per questo che impegna al massimo tutte le sue capacità e le sue energie. Ciononostante, si stancarapidamente, commette degli errori, rimane indietro e si distrae facilmente. La difficoltà nella lettura può essere più o meno grave e spesso è accompagnata da problemi nella scrittura e nel calcolo. Ogni volta è come la prima volta. Ogni parola letta suona sempre come se fosse nuova. È per questa difficoltà ad abituarsi agli stimoli ripetitivi che il cervello delle persone dislessiche inscena una “guerra con le parole”, i vari termini vengono infatti percepiti come estranei e considerati di difficile lettura. Mentre leggono, molti bambini che soffrono di questo disturbo non riconoscono le lettere, le alternano fra di loro o le vedono addirittura ballare. Queste “lettere ballerine” generano un enorme senso di confusione nella testa degli apprendenti, che nella maggior parte dei casi si rivelano anche piuttosto intelligenti, vivaci e creativi.

 Nella Guida alla dislessia per genitori si legge che “riteniamo importante iniziare a riferirci alla dislessia come ad una neurodiversità, ovvero come ad uno sviluppo neurologico atipico, che rappresenta però una manifestazione delle normali variazioni nello sviluppo umano. Possiamo facilmente asserire che tutti siamo diversi, o neurodiversi. Questa neurodiversità in alcune culture e società può determinare una disabilità ed in altre no. Quindi, una neurodiversità non determina una disabilità di per sé, ma solo ed esclusivamente all’interno della società in cui si manifesta. Se ci pensiamo, la dislessia in una cultura orale resterebbe una neurodiversità, ma non rappresenterebbe una difficoltà, né un disturbo, né una disabilità, poiché non si manifesterebbe neanche! In questo senso i Disturbi Specifici di Apprendimento rientrano nelle differenze individuali tipiche della neurodiversità umana, secondo cui ogni individuo si comporta in modo differente dagli altri. Conseguenza più importante di questa considerazione è quella di darci la possibilità di respingere l’idea che le differenze nell’apprendimento di lettura, scrittura e calcolo siano necessariamente disfunzionali e da correggere, ma piuttosto che, in quanto espressione della neurodiversità dell’individuo, siano da riconoscere e rispettare[2]”.

Una delle teorie più accreditate sostiene che la dislessia sia causata da una carenza del processamento fonologico: “il fonema è la più piccola unità di suono nella parola. Per leggere occorre avere la capacità di associare velocemente le lettere, che rappresentano i fonemi, con i corrispondenti suoni orali. Gran parte degli autori riconoscono la competenza metafonologica, cioè la capacità di percepire e riconoscere i fonemi che compongono le parole, come uno dei requisiti necessari per l’apprendimento della lingua scritta[3]”.

Per accedere al codice scritto il bambino deve infatti riflettere su:

 • quanti sono gli elementi all’interno della parola;

• quali sono gli elementi all’interno della parola;

• l’ordine sequenziale in cui sono posti gli elementi all’interno della parola;

• come vengono rappresentati gli elementi all’interno della parola.

Dato che il processo di lettura si alimenta di informazioni visuo-percettive, anche gli aspetti legati a possibili disturbi nei processi visivi possono infine avere un ruolo determinante nella diagnosi della dislessia.

È generalmente intorno ai 6-7 anni di età che viene diagnosticata la dislessia nei bambini. Se il bambino è dislessico tenderà a confondere le parole, a omettere o aggiungere lettere, a non comprendere subito il significato del testo che sta leggendo e ad avere difficoltà nella decifrazione dei singoli segni linguistici. In alcuni casi farà anche fatica a comunicare verbalmente il suo pensiero o a organizzare in maniera sistematica e concreta ciò che lo circonda. Oltre a questi sintomi potrebbe avere anche dei problemi nel riconoscersi nel tempo e nello spazio, nel distinguere la destra dalla sinistra, nell’imparare le tabelline, le stagioni e i mesi dell’anno. Tutto ciò genera un grande senso di frustrazione e disorientamento nel bambino, che si sente costantemente diverso dagli altri. Non essere accettati dai compagni o dagli insegnanti aumenta quindi il suo senso d’incapacità, che potrebbe sfociare in violenti attacchi di ira.

La dislessia non riguarda però solo i bambini e gli adolescenti, in quanto questo disturbo continua anche nella vita adulta ma è solito manifestarsi in maniera diversa. Per gli adulti, infatti, non riuscire a leggere o a scrivere non costituisce un grosso problema, dal momento che hanno ormai imparato delle strategie per aggirare questa difficoltà. Essi devono però fare i conti con altri tipi di sintomi, quali la difficoltà di memoria, di linguaggio e lo scarso vocabolario. Dal punto di vista lavorativo può invece diventare molto difficile mantenere la concentrazione per un lungo periodo di tempo, per questo gli adulti dislessici preferiscono dedicarsi a lavori più manuali, nel tentativo di mascherare le proprie difficoltà. Generalmente, essi sono infine delle persone molto emotive e talvolta con poca autostima, che tendono a nascondersi dagli altri se non vengono capiti o a sperimentare forti emozioni di frustrazione se non riescono a portare a termine un compito. Ne consegue, quindi, che la dislessia non smette mai di esistere, ma si modifica e si adatta insieme alla persona che ne soffre; può essere infine superata soltanto attraverso i giusti strumenti.

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP)

La Legge n. 170 dell’8 ottobre 2010 riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento, denominandoli con la sigla DSA.

Il diritto allo studio per i soggetti affetti da tali disturbi è garantito attraverso numerosi strumenti compensativi promossi dal MIUR, atti alla realizzazione di specifici percorsi in ambito curriculare. Tra questi, il più noto risulta essere il PDP, vale a dire il Piano Didattico Personalizzato. Il PDP è un documento ufficiale redatto dagli insegnanti per agevolare l’apprendimento dello studente con DSA. In tale piano vengono definiti i rapporti che il singolo avrà con la scuola e le figure di riferimento, al fine di raggiungere gli stessi obiettivi didattici dei suoi compagni.

Le indicazioni ufficiali riguardo tali interventi compensativi vengono fornite nel Decreto Ministeriale 5669, Linee Guida 2011, che sancisce:

‘(…) l’azione formativa individualizzata pone obiettivi comuni per tutti i componenti del gruppo-classe, ma è concepita adottando le metodologie in funzione delle caratteristiche individuali dei discenti, con l’obiettivo di assicurare a tutti il conseguimento delle competenze fondamentali del curricolo, comportando quindi attenzione alle differenze individuali in rapporto ad una pluralità di dimensioni[4]’.

Nella redazione del suddetto documento sono coinvolti tutti coloro che esercitano un ruolo attivo nella vita dell’individuo soggetto a DSA, sebbene il più importante responsabile decisionale sia il consiglio di classe, previa consultazione con il soggetto stesso, che ha il diritto di essere interpellato non soltanto di subire le linee istituite. Oltre alle figure scolastiche ne vengono consultate delle altre di fondamentale importanza (esperti esterni che hanno seguito il caso di DSA), al fine di fornire informazioni rilevanti sui punti di forza e di debolezza che potrebbero essere riscontrati nello studente. Una volta redatto, il piano viene presentato alla famiglia, che procede con la revisione e l’eventuale modifica di alcune direttive o semplicemente con la sottoscrizione del progetto. Nelle linee guida viene inoltre chiarito il ruolo che i familiari eserciteranno in questo percorso, essendo chiamati a formalizzare un patto educativo-formativo che applichi ogni strumento compensativo ritenuto idoneo.

Tale documento viene solitamente redatto entro il primo trimestre dell’anno scolastico, non appena viene confermata la diagnosi e consegnata la documentazione necessaria alla struttura scolastica. Il piano potrà essere modificato in qualsiasi momento, in maniera da applicare di volta in volta la strategia più adatta per la completa realizzazione del potenziale individuale dello studente. Occorre tuttavia sottolineare che il PDP può essere stilato anche in assenza di documenti attestanti la dislessia, qualora il consiglio di classe lo ritenga utile e necessario, nel rispetto delle ‘diversità individuali’ del singolo, come indicato nella legge 53/2003.

Rilevazione della dislessia

Come detto, la dislessia comporta alcune difficoltà per il soggetto che riguardano prevalentemente la sfera della lettura di testi e numeri, nonché la comprensione e la memorizzazione di termini specifici. È quindi facile immaginare che le ricadute possano presentarsi su numerose sfere in ambito scolastico, come ad esempio l’apprendimento di vari insegnamenti o la comprensione di calcoli matematici, di grado più o meno severo a seconda della gravità del disturbo. In generale, il rapporto del soggetto con l’apprendimento è particolarmente complesso, necessita dunque di esempi concreti e spiegazioni contenenti sperimentazioni o mappe concettuali. La dislessia non complica tuttavia soltanto la lettura, ma causa anche problematiche sul piano del linguaggio nei primi tre anni di vita. Per questo motivo l’uso scorretto o non fluente del linguaggio segnala spesso difficoltà sottese.

Il trattamento dei DSA attraverso la tecnologia

Nonostante l’individuo affetto da DSA presenti numerose difficoltà nell’apprendimento, bisogna tuttavia sottolineare come grazie agli strumenti compensativi attualmente esistenti sia ugualmente possibile formulare una didattica inclusiva che miri a valorizzare le abilità personali. Nello specifico, le risorse messe a disposizione – in particolare quelle tecnologiche – forniscono diversi canali d’accesso alle informazioni come ausilio per un apprendimento significativo. La tecnologia utilizzata consapevolmente permette quindi di conseguire una significativa modificazione dell’evoluzione naturale del disturbo, contribuendo al successo formativo del soggetto. Il principale obiettivo è rendere l’innovazione una vera e propria risorsa per l’alunno all’interno del progetto che condivide con le proprie figure educative. Di seguito sono quindi riportate alcune delle migliorie che i mezzi della tecnologia avanzata possono apportare agli studenti affetti da DSA:

  • maggiore rapidità nella scrittura e lettura;
  • miglioramento dell’apprendimento attraverso il senso visivo delle immagini;
  • esperienza dinamica e stimolante mediante un’elevata interattività;
  • facilitazione del processo di accesso alle informazioni;
  • sviluppo della capacità di creare collegamenti;
  • migliorie nella correttezza ortografica.

Integrazione degli adulti con DSA nel mondo del lavoro

Ogni anno si stima che circa 12.000 persone con SLD (Specific Learning Disorders) comincino a lavorare. Il mondo del lavoro è spesso difficile, spietato e a volte poco inclusivo nei confronti delle persone con delle difficoltà. Fino a poco tempo fa, infatti, gli individui con dei disturbi specifici dell’apprendimento incontravano sul loro percorso professionale un numero maggiore di ostacoli perché venivano considerati “inadeguati” per certi incarichi. Spesso, inoltre, una persona con DSA, non riuscendo a integrarsi e a esprimersi al meglio, tende ad auto-isolarsi e in alcuni casi arriva persino a licenziarsi. A causa dei problemi che questi soggetti possono avere nella lettura o nella scrittura dei testi, per molti di loro può inoltre risultare difficile trovare un’occupazione o entrare nel mondo del lavoro. Nonostante questo, le persone con dei disturbi specifici dell’apprendimento hanno delle caratteristiche molto richieste dal mercato del lavoro: sono eccezionali nell’elaborazione di informazioni visive e spaziali, riescono a risolvere i problemi più facilmente, appaiono più intuitive e creative. Questi lavoratori possono dunque disporre di risorse significative per il mondo del lavoro e avere successo, ma solo se adeguatamente supportati e guidati durante il loro sviluppo professionale.

Nell’ambito del progetto 2021 “DSA: lavoro, orientamento, tutela, ricerca” è stata effettuata un’indagine sull’accesso al mondo del lavoro delle persone affette da DSA, con l’obiettivo di comprendere meglio i quadri normativi nazionali e regionali, e sviluppare strategie e proposte volte a favorire l’integrazione e l’avanzamento professionale di queste persone. L’indagine ha coinvolto 482 persone,sia maschi che femmine, a partire dai 19 anni, provenienti per la maggior parte da Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Veneto. Di queste 482 persone, il 43,9% era diplomato, il 21,1% possedeva una laurea specialistica, il 21,1% una laurea triennale, il 7% era in possesso della licenza media e il 6,4% di una qualifica professionale. Da questa indagine è emerso che il 65% delle persone coinvolte ha un lavoro e che una buona parte è in possesso di una laurea triennale e magistrale. I lavori più comuni vengono svolti nel settore dell’amministrazione, della programmazione e del controllo produzione, e riguardano la tutela ambientale, i trasporti, le telecomunicazioni, la grafica, i servizi socio-sanitari, il commercio e la distribuzione, la pubblica amministrazione, la difesa e la sicurezza. Un dato scoraggiante indica tuttavia che ben il 61,1% dei lavoratori con DSA coinvolti ha un’esperienza professionale inferiore a 5 anni per le seguenti motivazioni: ricerca di migliori condizioni lavorative ed economiche, insoddisfazione nei confronti del posto di lavoro, impossibilità di una crescita professionale e difficoltà del lavoro stesso. Ancora più scoraggiante è che per l’accesso al posto di lavoro, il 56% ha affermato di aver dovuto superare un test, e ben il 36,6 % sostiene che durante la prova non era consentito l’uso di eventuali strumenti compensativi né tantomeno veniva riconosciuto il disturbo di cui si soffriva.

Questo cosa vuol dire? Vuol dire che sul posto di lavoro le persone con DSA non sempre vengono tutelate né possono usufruire degli strumenti compensativi per loro necessari. Proprio per questo, quindi, alle persone con disturbi specifici dell’apprendimento risulta difficile e talvolta impossibile fare carriera e raggiungere posizioni professionali di alto livello. Ma dopo anni di speranze e aspettative, il 24 marzo 2022 la Camera dei deputati ha finalmente approvato la Legge n. 25 del 20 marzo 2022. L’articolo 7 della legge (commi 2 bis e seguenti) aggiunge infatti dei diritti fondamentali ai lavoratori con DSA.

7.56 RIFORMULAZIONE LAVORO-PA

Dopo il comma 2, aggiungere, in fine, i seguenti:

«2-bis. Alle persone con disturbi specifici di apprendimento, di cui alla legge 8 ottobre 2010, n. 170, sono assicurate uguali opportunità di sviluppo delle proprie capacità e uguale accesso al mondo del lavoro, evitando ogni forma di discriminazione. 2-ter. In attuazione delle disposizioni di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), della legge 8 ottobre 2010, n. 170, l’inserimento lavorativo delle persone con Disturbi Specifici di Apprendimento, in ambito privato, a partire dalle attività di selezione, è garantito senza alcuna forma di discriminazione e assicura condizioni di pari opportunità mediante modalità di esecuzione di prove e di colloqui che permettano di valorizzare le loro competenze, con la garanzia di utilizzo di strumenti e misure di supporto adeguati al profilo funzionale e alle necessità individuali. 2-quater. Al fine di favorire l’inclusione professionale di persone con DSA, che liberamente vogliono essere riconosciute come tali, presentando la relativa certificazione, le imprese prevedono che il responsabile dell’inserimento lavorativo aziendale, adeguatamente formato in materia di persone con Disturbi Specifici di Apprendimento, crei l’ambiente più adatto per l’inserimento e la realizzazione professionale delle medesime prevedendo l’applicazione di misure analoghe, o comunque che assicurino una tutela non inferiore a quelle previste per la selezione per l’accesso nel pubblico impiego . . 2-quinquies. Le misure compensative e dispensative di cui ai commi 2-bis, 2-ter e 2-quater sono applicate in ogni occasione di valutazione per l’accesso o il completamento di percorsi formativi finalizzati all’esercizio di attività e professioni, nonché in ambito sociale.».

Si tratta di una legge essenziale, che consente ai lavoratori affetti da dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia di avvalersi, nel lavoro e durante le selezioni, di strumenti compensativi che li aiutino a superare le difficoltà provocate dal loro disturbo e a esprimere appieno il loro talento. Questa legge rappresenta dunque un traguardo significativo per l’Associazione Italiana Dislessia, paragonabile alla Legge 170 sulla scuola del 2010.

Sitografia


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