Il problema della cancel culture contro la Russia

Il valore della cultura e della letteratura nel conflitto russo-ucraino

A cura di: A cura di Dinale Ilaria, Fragale Antonio, Marexiano Mattia, Poli Michele, Valente Vanessa.

Il 24 febbraio 2022 è il giorno in cui le truppe russe invadono l’Ucraina, dando inizio a una guerra che è tutt’oggi in corso. Non ci sono dubbi su chi sia la vittima – chiaramente l’invaso – ma questo non significa che non ce ne siano altrettanti nel paese invasore. Non si tratta certo di persone che vedono saltare in aria la propria abitazione o di gente che ogni volta che esce di casa deve guardarsi le spalle per evitare che un cecchino le uccida all’istante, ma la stragrande maggioranza della popolazione russa sta comunque vivendo sulla propria pelle le scelte scellerate della propria classe politica. Il prezzo da pagare riguarda senza dubbio la scarsità di risorse e materie prime, la chiamata a un fronte distante migliaia di chilometri, nonché la privazione delle più basilari libertà personali. L’Occidente punisce inoltre la Russia con sanzioni pesantissime, nella speranza che l’aggressione ai danni dell’Ucraina cessi il prima possibile ma – ancora una volta – queste misure sembrano ledere soprattutto la classe sociale più povera. E non si tratta solo di una faccenda economica ed energetica, perché il rifiuto nei confronti di tutto ciò che è russo riguarda ormai un’intera nazione e coinvolge persino sportivi, artisti e scrittori che, come Dostoevskij, sono vissuti oltre un secolo prima rispetto a Vladimir Putin. Come se il semplice fatto di essere russi incrementi questa ignobile guerra, come se si debba necessariamente cancellare dalla faccia della Terra tutto ciò che è anche solo lontanamente collegato a Mosca.

Eppure non tutta la Russia è filoputiniana, così come settant’anni fa non tutti i russi erano filostaliniani, anzi. Basterebbe aprire una qualche enciclopedia o manuale per scoprire non solo che la Russia è stata la culla e il vivaio di movimenti artistico-letterari capaci di incantare il mondo intero, ma che queste correnti si sono sempre basate sulla dissidenza, sul rifiuto della dittatura e dei suoi rigidi binari, traendo proprio da questa ribellione la loro scintillante linfa vitale. I libri di scuola arrivano generalmente al futurismo di Majakovskij, o accennano tutt’al più a Nabokov, dimenticando o trascurando un secolo di straordinario fervore per gli intellettuali russi.  

Mario Caramitti, docente di letteratura russa presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha cercato di rendere giustizia a quel mare magnum che è stato il panorama letterario russo dalla caduta di Stalin in poi redigendo per Laterza un libro intitolato Letteratura russa contemporanea. La scrittura come resistenza.

Il principale fenomeno letterario dissidente che occorre menzionare non riguarda una precisa corrente artistica ma un modo di produrre ogni genere di testo: si tratta del samizdat, che letteralmente significa “edito in proprio”. «In Unione Sovietica per trent’anni, orientativamente tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Ottanta, si sono prodotti con mezzi artigianali e diffusi illegalmente milioni di testi di pubblicistica e propaganda politica, di filosofia, religione, pornografia, ma in cospicua e a tratti preponderante percentuale anche d’invenzione, in prosa e, molto più spesso che altrove nello stesso periodo, in versi»[1]. In Russia, la censura si è tuttavia diffusa ben prima della rivoluzione, per cui gli intellettuali sono sempre stati abituati a cercare degli escamotage per far circolare le proprie opere – trasmesse specialmente per via orale in epoca staliniana. Lo sviluppo del samizdat è dunque quanto di più naturale ci possa essere. Sotto Chruščev sono inoltre fioriti moltissimi circoli intellettuali in ambito universitario e non solo, che abitualmente si riunivano in appartamenti privati o caffè letterari. Chruščev però non era Stalin, era perciò necessario un cambio di rotta rispetto al suo predecessore: una lieve e flebile apertura che sarebbe tuttavia scomparsa dalle scene assieme al segretario stesso nel 1964.

Al samizdat si affianca presto il tamizdat, che letteralmente significa “edizione fatta di là”. Si tratta di un fenomeno che indica tutti quei testi pubblicati in lingua russa o in traduzione oltrecortina: la letteratura russa spesso nasce e si diffonde, paradossalmente, al di fuori dei confini sovietici, dove moltissimi intellettuali hanno scelto più o meno volontariamente di emigrare, mantenendo però vivo il rapporto con le proprie radici.

Tra i più celebri esponenti precedenti al samizdat e al tamizdat occorre ricordare Iosif Brodskij, un autore prolifico e sovversivo sin dalla giovane età, vincitore del premio Nobel nel 1987. Costretto ai lavori forzati ed esiliato, viene fatto rientrare in patria per mezzo di una grandissima mobilitazione internazionale, ma a seguito di questi episodi è costretto a emigrare prima in Italia e poi negli Stati Uniti. Tra le sue opere vale la pena citare Gorbunov e Gorčakov, un poema incentrato sul dialogo tra due pazienti di un ospedale psichiatrico. Si tratta di un luogo evocato con estrema cura e realismo in tutto il suo squallore, dal momento che lo stesso Brodskij vi trascorre del tempo per ragioni politiche, ma che fa soltanto da sfondo a una conversazione che verte invece sui massimi sistemi. Del resto, i temi filosofici ed esistenzialisti calati nel surrealismo di contesti folli o sognanti emergono spessissimo nelle opere russe, probabilmente incoraggiati da quel senso di alienazione e straniamento che caratterizza la vita sotto dittatura.

Ben più noto a livello mondiale – anch’egli insignito del premio Nobel nel 1970, ritirato solo quattro anni più tardi – è Aleksandr Solženicyn. Dopo aver vissuto sulla propria pelle l’esperienza dei gulag, nel 1962 pubblica, con il beneplacito dello stesso Chruščev, Una giornata di Ivan Denisovič. Non viene però concessa la stessa indulgenza ad Arcipelago gulag, che trova invece pubblicazione soltanto oltreconfine. Inviso al regime, nel 1974 Solženicyn viene espulso dalla Russia, dove farà ritorno solo vent’anni dopo, diventando uno dei più conosciuti e apprezzati scrittori del XX secolo. La sua fervente attività di testimonianza e denuncia ha fatto conoscere a tutto il mondo la brutalità delle deportazioni e dei campi di concentramento istituiti dalla dittatura sovietica.

Vale poi la pena citare l’esperienza concettualista di Genrich Sapgir, che nel 1975 partecipa a una mostra clandestina esponendo dei sonetti trascritti su due camicie, dal titolo Corpo e Spirito, cui poi se ne aggiungerà un terzo, Anima. E ancora, negli anni ’80 domina Vladimir Sorokin, definito da Caramitti «il nemico pubblico numero uno, della decenza, del buon gusto, della fede ortodossa e della gioventù putiniana, che organizzando pubblici roghi dei suoi libri gli si offre come sponsor ideale»[2]. In Occidente, la sua opera più nota è La coda (1985), un testo di difficile definizione che descrive ininterrottamente ciò che accade per tre giorni lungo una fila sovietica. Questa coda si snoda tra i cortili e viene registrata in ogni sua parte, masticazione e dialoghi inclusi, in un impasto linguistico estremamente realistico

La lista di esperienze sovietiche potrebbe continuare per pagine e pagine. Qui si è semplicemente cercato di fare degli esempi tra loro estremamente differenti, nel tentativo di trasmettere al lettore il loro valore letterario, nonché il loro contributo avanguardistico a livello mondiale, al fine di rappresentare una resistenza tutt’altro che silenziosa e asservita, un coraggio culturale che nasce molto prima di Putin e Zelensky e che a loro sopravvivrà senza ombra di dubbio.

Fra novità e controllo: la storia contraddittoria della Russia post-rivoluzionaria

In Russia, il ‘900 si apre all’insegna della contraddizione: spinte innovatrici a livello culturale ed economico si intrecciano a una forte stasi e arretratezza politica.

L’ondata rivoluzionaria del 1917, la stessa che costrinse lo zar ad abdicare, fu solo il primo passo verso il cambiamento. Fu instaurato un governo provvisorio, affiancato dai soviet, che mirava all’abolizione del potere centrale mediante la creazione di un movimento di massa. Ma pochi mesi più tardi si verificò un’insurrezione ad opera dei bolscevichi: ebbe inizio la Rivoluzione d’ottobre. Eventi alterni fatti di proteste e lotte civili condussero, contro ogni previsione, alla vittoria bolscevica. Fu quindi istituito un regime unipartitico autoritario e antidemocratico, considerato l’antesignano dei regimi autoritari che caratterizzeranno la storia dell’Europa degli anni a seguire.

Lo stampo dispotico del nuovo governo si evinse da alcuni provvedimenti specifici come l’istituzione della Ceka, la polizia politica, e di un Tribunale Rivoluzionario Centrale, che aveva il compito di giudicare e condannare i nemici. Furono anche eliminati i partiti all’opposizione e reintrodotte la pena di morte e l’esecuzione dei nemici di classe, la stampa fu invece sottoposta a un severo sistema di censura. A tali provvedimenti si contrapposero tuttavia scelte più liberali, soprattutto in ambito economico. In questi anni venne messa a punto la NEP, la nuova politica economica, con la quale sono stati liberalizzati l’industria e il commercio ed è stata possibile la vendita del surplus agricolo, a condizione che parte delle derrate per la redistribuzione fossero consegnate allo Stato. La modernizzazione è anche passata per il riconoscimento del ruolo fondante dell’istruzione. La scuola fu resa obbligatoria sino ai 15 anni e furono creati percorsi di studio a fini lavorativi. La dottrina marxista fu inoltre oggetto di insegnamento non solo nelle scuole, ma anche fra operai e contadini.

In questo periodo, la discreta libertà d’espressione ha favorito –  in Russia ma soprattutto a Mosca – la diffusione di echi relativi alle innovazioni artistiche europee: i fauves, i cubisti, Paul Cézanne e Henri Matisse divennero un’eccezionale fonte d’ispirazione per gli artisti russi, permettendogli di prendere finalmente le distanze da un ingombrante passato all’insegna del realismo ottocentesco. Il raggismo nacque proprio come sintesi di futurismo, cubismo e orfismo. Si tratta di un movimento artistico fondato da Larionov e Gončiarova, la cui attenzione non era più focalizzata sulla realtà ma sul colore, sulla sua resa cristallina, netta e inequivocabile. È per questo motivo che le tele di questi artisti si colorano di strutture geometriche scintillanti che evocano cristalli e quarzi.

Dipingere per la Chiesa o per lo Stato, raffigurare il reale e imitare la natura non aveva più senso. Bisognava concentrarsi sull’ispirazione dell’artista, sulla sua sensibilità e libertà. È su queste basi che si fonda il suprematismo, il cui nome indica la supremazia della sensibilità pura. L’oggetto scompare e sparisce anche la realtà, considerata il ritratto del vero. Tutto ciò è portato a estreme conseguenze da Kazimir Malevič che, nel 1915, disegna un quadrato nero su una tela bianca. Quadrangolo, così si intitola l’opera, era semplicemente una forma geometrica, la più semplice che l’uomo avesse mai concepito, ed era nero, un colore piuttosto ambiguo. Questo dipinto segna il tramonto della forma, dell’arte utile a uno scopo. Da questo momento infatti l’arte diventa fine a sé stessa, una pura ispirazione in cui le regole vengono dettate dallo stesso artista e restano ignote allo spettatore. Proprio per confondere e stupire il pubblico, durante la mostra futurista di San Pietroburgo del 1915, Malevič colloca l’opera nell’angolo della stanza, in un luogo che in Russa era tipicamente riservato alle icone religiose. In questo modo, un semplice quadrato, oscuro e incomprensibile, diventa un varco fra reale e sovrannaturale, mistico e religioso.

Come detto, questa temperie innovativa, in linea con il panorama artistico internazionale, fu accolta e mantenuta in auge già nei primi anni post-rivoluzionari. Lenin non impedì mai questo tipo di libera espressione, affidando agli artisti anche incarichi ufficiali: lo stesso Malevič, nel 1917, insegnò presso l’Accademia di Belle Arti di Mosca. Tuttavia, con il passare degli anni, si sentì sempre più l’esigenza di un’arte nuova, diversa, che riuscisse a incarnare il processo rivoluzionario, le sue ideologie e le sue istanze. La rivoluzione russa non aveva infatti portato alla sola destituzione dello zar, ma aveva rappresentato il primo passo verso un profondo cambiamento sociale. Perché esso potesse avvenire era stata necessaria la creazione di un uomo nuovo, che non fosse più borghese, cristiano e individualista, ma di massa.

Un movimento che incarnò appieno queste esigenze fu il Lef, il fronte di sinistra delle arti, che comprendeva non soltanto pittori, ma anche registi teatrali e uomini di cinema. Questi artisti credevano fermamente che in quel preciso momento storico l’arte dovesse abbandonare il gioco e fare spazio a una ricerca egoistica e individualista volta alla rappresentazione fedele e veritiera dell’esperienza rivoluzionaria. Il proletkult panrusso considerava l’arte un mezzo di controllo nelle mani della borghesia: era quindi necessario che il proletariato se ne riappropriasse e ne facesse un vessillo di lotta di classe. L’arte doveva quindi essere parte intrinseca della vita quotidiana[3], ma per poterne fare veramente parte era necessario che fosse utile alla società. Per fare ciò Tatlin, un artista costruttivista, volse la sua attenzione verso quei campi artistici che potessero risultare materialmente proficui dal punto di vista sociale: pubblicità, tipografia, architettura, industrial design e arredamento.

In questo periodo le città furono inoltre arricchite di statue in gesso che rappresentavano gli eroi della patria, i modelli ufficiali del sentore ideologico marxista.Vi era dunque l’esigenza di un’arte che arricchisse le città e inculcasse i valori marxisti a tutti i cittadini, di un’arte pedagogica e di facile comprensione. C’era bisogno di un’arte che ritraesse la realtà, vi fu quindi un ritorno al realismo, inteso non come atto nostalgico di un passato glorioso, ma come atto doveroso e necessario per istruire un popolo nel migliore dei modi. Raffigurare il mondo così com’era, era il modo migliore di spiegarlo.All’indomani della rivoluzione convivevano quindi due differenti filoni artistici: c’erano coloro che concepivano l’arte come un frutto proveniente direttamente dall’ispirazione dell’artista – fine a sé stessa e denotata da precise regole interne – e coloro che facevano arte con lo scopo di insegnare.

A partire dagli anni ’30, con la morte di Lenin e l’ascesa di Stalin, le cose cambiarono profondamente, dal momento che i piani quinquennali di quest’ultimo contemplavano un solo tipo di arte, quella pedagogica. Coloro che decidevano di non aderire ai dettami dello Stato venivano considerati dei dissidenti politici, dei veri e propri nemici della patria. L’arte era dunque diventata uno strumento politico. In quest’atmosfera di repressione iniziarono ben presto le fughe verso l’Occidente: Gabo, Pevsner e Chagall sono solo alcuni degli artisti che abbandonarono la Russia.

Col passare degli anni, la politica di Stalin fu inoltre caratterizzata da una chiusura nei confronti dell’Occidente. Questa condizione ebbe immediate conseguenze anche in ambito artistico, con il divieto di qualsiasi imitazione e influenza proveniente dall’esterno. Malevič fu arrestato già nel 1930 per i suoi rapporti con gli artisti tedeschi, tutti i suoi appunti e bozzetti furono distrutti e fu costretto a dedicarsi al neorealismo per gli ultimi anni della sua vita. A questo punto della storia, le avanguardie russe non potevano più esistere, sia per il loro linguaggio che per il forte legame con l’arte europea. Sono proprio questi i principi fondanti del realismo socialista. Andrej Ždanov, uno dei teorici di questo movimento, afferma che:

«Il compagno Stalin ha chiamato i nostri scrittori gli «ingegneri dell’animo umano». Che cosa significa ciò? Che obbligo vi impone questo titolo? Ciò vuol dire, da subito, conoscere la vita del popolo per poterla rappresentare verosimilmente nelle opere d’arte, rappresentarla niente affatto in modo scolastico, morto, non semplicemente come la «realtà oggettiva», ma rappresentare la realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. E qui la verità e il carattere storico concreto della rappresentazione artistica devono unirsi al compito di trasformazione ideologica e di educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo. Questo metodo della letteratura e della critica è quello che noi chiamiamo il metodo del realismo socialista[4]».

In questi anni i controlli sull’arte si fecero più stringenti e la macchina della censura – in moto già dal 1917 – divenne più restrittiva e coinvolse la cultura in toto: coloro che non rispettavano le regole non venivano solo censurati, ma anche redarguiti a rettificare le loro posizioni. La censura russa, quindi, non era solo prescrittiva ma anche creativa. Chi vi si opponeva al regime andava incontro a punizioni corporali, condanne ed epurazioni. Quello che Stalin aveva creato era un vero e proprio regime culturale, in cui l’artista diveniva un mero operaio dell’arte, dal momento che realizzava un prodotto perfettamente allineato al volere delle autorità. Fecero carriera solo coloro che vi obbedirono ciecamente, che misero da parte lo spirito, la sensibilità e l’individualità per dedicarsi a un’arte celebrativa e propagandistica. La critica fu presto incaricata di individuare i dissidenti, gli eversivi, coloro che avevano ancora il coraggio di ribellarsi al pensiero unico.

Strumentalizzazione del pensiero intellettuale

I classici

Come disse Umberto Eco[5], i grandi classici sono dei sopravvissuti, hanno cioè superato la dura fase di selezione del tempo e creato le radici su cui si è formato il pensiero delle epoche successive. György Lukács, nell’opera intitolata La distruzione della ragione[6], cerca invece di comprendere quale sia il ruolo della filosofia classica tedesca nella formazione dell’estrema reazione hitleriana. Il suo scritto è certamente prezioso perché si pone l’obiettivo di individuare i criteri oggettivi di una tendenza di pensiero che ha contribuito al sostegno di un programma politico così estremo e disumano. Con l’espressione “criteri oggettivi” non si vuole scoprire l’intenzionalità degli autori, ma le caratteristiche intrinseche del loro pensiero, che collateralmente hanno preparato il terreno per l’ascesa del partito nazionalsocialista nella Germania degli anni ‘30. Riguardare il lavoro di Lukács consente quindi di fare una distinzione che torna spesso utile per interpretare la storia e il presente: il pensiero filosofico tocca diversi ambiti e ognuno di essi è parte di un sistema che l’autore ha costruito in virtù di un ideale di ordine e coerenza a cui ogni grande mente aspira. Ciò significa che il pessimismo schopenhaueriano, la teoria della religione e della politica hegeliana e il superuomo nietzschiano sono una componente del pensiero che occorre analizzare tenendo conto di specifici fattori. Un programma di studio scientifico è quindi volto a indagare un pensiero e a collegarlo con quello di uno determinato autore, per contestualizzarlo con l’epoca in cui lo scrittore è vissuto e trattare le sue idee alla stregua di un oggetto materiale di cui si esaminano tutte le particolarità in laboratorio, ma con una differenza: in genere, il pensiero conserva un potenziale inespresso, una vitalità nel tempo che, se lasciata libera di esprimersi, può far sopravvivere l’autore, facendolo diventare un classico.

La mistificazione o il controllo delle opere

Tuttavia, capita spesso che certi pensieri diventino – in modo frammentato e parziale – pane per il popolo o per i politici. Si è infatti soliti prendere la parte per il tutto pur di ottenere una maggiore velocità di comprensione ma, così facendo, si finisce per mistificare e appiattire la complessità di tale processo. Per presentare una nuova fase dell’umanità, libera dai valori tradizionali, ci si può quindi riferire a Nietzsche[7], mentre per sostenere il maschilismo e l’inferiorità della donna si può fare appello ad Aristotele[8]. Operazioni di questo tipo tendono a mostrare un modo demagogico e populista di fare politica, e si fondano sul cosiddetto principio di autorità[9], l’ipse dixit, secondo cui non si può dubitare di una verità proferita da un uomo considerato superiore. Questo genere di appello è stato utilizzato soprattutto nel Medioevo in riferimento a ciò che è stato detto da Aristotele. Un’esemplificazione di questa strategia si può trovare anche nella comunicazione cattolica: dato che la rivelazione è stata compiuta dalla massima autorità, i suoi contenuti non possono essere in alcun modo contestati. Secondo Schopenhauer, tutto ciò ha da sempre ostacolato il progresso scientifico e la libertà d’espressione: «dov’è mai stata la libertà di pensiero? Ce ne siamo vantati parecchio, ma appena si vollero fare deviazioni più radicali dalla religione di Stato, che non fossero quelle relative a dogmi secondari, i predicatori della tolleranza furono colti da un sacro orrore per quella presunzione e fu detto: Nessun passo avanti![10]». É per questo motivo che non è stato possibile accettare proposte di eliocentrismo, di sfericità della Terra o di mondi infiniti. Con la caduta del potere della Chiesa, il controllo intellettuale è poi passato in mano alla politica, che ha spesso permesso una maggiore libertà di espressione e in certe occasioni ha assunto un potere oscurantista e censurante, mentre in altre ha invece mostrato delle posizioni ascientifiche e infondate. Se oggi la libertà di stampa e di espressione è un diritto occidentale di cui andare orgogliosi, la libertà di interpretazione è invece qualcosa di estremamente pericoloso. Poter interpretare a piacimento è un’operazione soggettiva, ascientifica e – se operata per fini politici – può persino apparire demagogica e mortificante, perché si corre il rischio di disperdere il potenziale del pensiero dei grandi classici e, distruggendo la loro vitalità, di non farli sopravvivere nel tempo. Come afferma François Jullien, il potenziale della risorsa non è conoscibile, richiede perciò una responsabilità: «dal momento che conserva in sé una parte di potenziale, che conta su un futuro per svilupparsi, la risorsa non è immediatamente circoscrivibile e definibile. Non se ne conosce da principio la natura né il limite. Perché una risorsa in tanto esiste nella realtà in quanto la si è sviluppata. Anche per questo essa fa appello a una responsabilità. Perché o la si attiva o non la si attiva[11]».

Operazioni oscurantiste o strumentalizzanti possono rendere anche il pensiero di certi autori che sulla politica non si sono mai pronunciati direttamente o fare da supporto a posizioni estremiste che questi stessi autori non sostenevano minimamente. A tal riguardo sono celebri le strumentalizzazioni di Hitler e Mussolini su Nietzsche. Di seguito, una citazione in cui Mussolini dimostra l’ispirazione della sua ideologia al filosofo tedesco:

«Il “superuomo” ecco la grande creazione nietzschiana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell’Università di Basileaquesta superba nozione? … Nietzsche suona la diana di un possibile ritorno all’ideale. Ma è un ideale diverso fondamentalmente da quelli di cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo verrà una nuova specie di “liberi spiriti” fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il vento, i ghiacci, le nevi delle alte montagne e sapranno misurare con occhio sereno

Degli abissi – spiriti dotati di un genere di sublime perversità –  spiriti che ci libereranno dall’amore per il prossimo, della volontà del nulla, ridondando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze – spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla! Ma di questi “liberatori” non v’è pur anco traccia nel seno delle nostre società. Anche quelli che si credono liberi da “ogni ideale ascetico” come gli atei, g1i anticristiani, gli immoralisti, i nichilisti, sono per Nietzsche gli “ultimi idealisti” della conoscenza. Essi non sono “spiriti liberi” perché credono ancora nella verità e la verità li riporta a Dio …

Nulla è vero tutto è permesso! Questa sarà la divisa dellanuova generazione. L’apoteosi dell’egoismo – ecco l’opera cuidedicheranno ogni energia gli “spiriti molto liberi” di FedericoNietzsche»[12].

Casi del genere sono tuttavia innumerevoli. Da ultimo si potrebbe citare il leader della Lega Matteo Salvini, che ha ricevuto una diffida da Luciano Ligabue, Stefano Accorsi e Stefano Procacci[13] per aver utilizzato un brano presente nel film Radiofreccia a scopi propagandistici, oppure Giorgia Meloni[14], capogruppo di Fratelli d’Italia, che più volte ha fatto riferimento – totalmente a sproposito –  alle canzoni di cantautori di sinistra. Si potrebbero citare tanti altri autori, tradizioni ed epoche storiche in cui il pensiero è stato manipolato per fini politici. Tuttavia, è possibile mistificare anche lo stesso personaggio. In questo senso, D’annunzio[15] e Heidegger[16] sono due autori di cui sono maggiormente celebri le scelte politiche rispetto alle produzioni letterarie.

L’onestà intellettuale

A complicare il quadro, sono le voci spesso fuori luogo di intellettuali corrotti, che rinunciano alla loro onestà intellettuale in virtù della fama o di una rivincita su una comunità che li ha traditi. Troppo vicini sono i riferimenti agli scienziati no-vax perché non sia chiaro l’allusione.

Quel che è certo è che studiare un argomento, un autore o un’opera richiede tempo, onestà e umiltà. Solo così si può smascherare il gioco di quegli uomini che, per conferire autorità al proprio pensiero, richiamano fantasiosamente autori o opere che con loro non c’entrano nulla; o, al contrario, solo così si può diffondere quella passione per l’arte e la cultura che nessun autocrate o debole politica potrà mai cancellare dalla storia. Di questi tempi, chi ha amato e studiato sinceramente Fëdor Dostoevskij rappresenta una vera risorsa per la sua sopravvivenza. Vladimir Putin sostiene che in Europa è in atto un processo di cancellazione della cultura russa, altri invece sostengono che sia lo stesso Putin ad appropriarsi inopportunamente del pensiero di giganti come Dostoevskij[17]. Alcuni vedono nel celebre scrittore il baluardo del nazionalismo russo, altri un pensatore già da tempo occidentale. Di nuovo, la grandezza dei classici è quella di saper essere ricchi, fluidi e vivi. La loro potenza è quindi data dalla loro espressività, dal loro essere svincolati dalla proprietà individuale. Di un autore si può dire tutto e il contrario di tutto a patto che venga studiato in modo scientifico e che la sua interpretazione non contraddica in modo diretto il suo pensiero. Studiare un classico significa quindi studiarne l’umanità, perché è proprio lì che risiedono le radici del nostro pensiero. Come diceva Freud[18], la rimozione è un processo secondo cui si rimuove un contenuto psichico a causa del suo legame con una pulsione inaccettabile. Nel caso della cancellazione di un classico come Dostoevskij la situazione è pressoché la stessa: un’azione folle, un rigetto impulsivo con cui si cerca di dimenticare del passato. Se si lascia invece decidere alla memoria darwiniana quale autore possa sopravvivere, si potrà guardare con devozione e rispetto quelle opere che hanno saputo superare le insidie del tempo e degli uomini, diventando dei classici. Solo così è possibile continuare a vedere le nuove generazioni come nani sulle spalle di giganti. In caso contrario, si corre solo il rischio di essere nani sulle spalle di nani, perché i giganti sono stati volutamente oscurati o dimezzati.

Il caso Paolo Nori

Alcuni mesi fa, proprio durante le prime fasi del conflitto russo-ucraino, si è verificato un episodio di grande spessore politico e sociale. Il professor Paolo Nori, scrittore e docente emiliano, avrebbe dovuto tenere un corso su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano. Questo corso, “vista la situazione”, è prima stato cancellato e poi, a seguito di numerose proteste, ripristinato, a patto di affiancare a Dostoevskij un autore ucraino. Questo compromesso ha tuttavia portato il docente a rinunciare all’incarico. Le reazioni sono state subito molto accese e gli stessi studenti si sono detti scandalizzati dalla situazione, affermando che fosse stata messa in atto una vera e propria censura. Le motivazioni che hanno spinto un’istituzione a cancellare un corso su un autore russo appiano superficiali ma anche discriminatorie perché eccedono nel giudizio, nel pregiudizio, nella paura, nella pavidità, nell’ignoranza.

Qualche anno fa ho trovato un appunto in cui Roman Jakobson, il celebre linguista, citava un aforisma di «un grande poeta russo mai esistito, Koz’ma Prutkov: “Nessuno abbraccia l’inabbracciabile”» […] si può essere esperti di tante cose, di cinema, di meccanica, di elettronica, di statistica, di raccolta differenziata, di agricoltura, di calcio, di pallacanestro, di sport estremi, di pattinaggio in linea, di tutto, tranne forse che di letteratura perché i grandi scrittori, i grandi libri, sono, forse, come diceva quel grande poeta russo mai esistito, Koz’ma Prutkov, inabbracciabili[19]”.

Da questa affermazione di Paolo Nori si evince l’eccessività della decisione dell’Università di Milano: la fruizione, lo studio e il messaggio della letteratura non possono essere limitati a un unico contesto, a una sola visione, a un singolo momento storico, a una sola sensibilità, perché “scrivere, secondo Šklovskij, vuol dire sforzarsi di vedere il mondo come lo si vedesse per la prima volta[20]”. Per la prima volta, come quando si è bambini e non si hanno pregiudizi, con gli “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” direbbe il cantautore Francesco Guccini. Non si tratta quindi di decidere se Dostoevskij sia pericoloso o meno, né di dare spazio a diverse posizioni, giuste o sbagliate che siano, perché non si vuole fare politica ma letteratura. La letteratura è politica ma non nel senso limitato della politica di governo, lo è nel momento in cui parla di ciò che la circonda e riesce, anche a distanza di anni, e in alcuni casi di secoli, a toccare l’animo dei suoi lettori. A distanza di mesi è ancora possibile riflettere sulla decisione dell’Università milanese per cui Dostoevskij non era pericoloso nel suo messaggio ma in quanto russo. Seguendo lo stesso ragionamento, non si dovrebbe più leggere Goethe perché connazionale di Hitler o Dante perché italiano come Mussolini?

“…in Viaggio Sentimentale Viktor Šklovskij scrive: «Se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli. Non la storia si deve fare, ma una biografia […]. E se dovessi riassumere in una frase quel che mi sembra di aver capito, del rapporto tra noi e il potere, in quarant’anni di letture dei classici russi, direi che la cosa principale che mi hanno detto, quei libri lì, è che si può decidere che vita fare. E che il potere, dopotutto, significa, molto semplicemente, quello che uno è capace di fare. E che si può essere molto potenti anche senza aver nessun ruolo preciso dentro un organigramma[21]».

Il caso dell’Università Bicocca traduce il potere di un’istituzione che decide di non diffondere le idee di determinati letterati perché le polemiche, la politica e il dibattito pubblico potrebbero intaccarne la staticità che le fa sopravvivere. La letteratura però non è fatta per chi vuole sopravvivere, ma per chi coraggio, per quelle istituzioni sicure del proprio messaggio, del proprio modo di essere e di stare al mondo.

La censura nel panorama russo contemporaneo

Negli ultimi vent’anni, gli intellettuali russi sono stati sottoposti a un progressivo inasprimento delle norme contro la libertà di parola, ma con l’inizio della guerra in Ucraina le cose non hanno fatto altro che peggiorare. Secondo lo scrittore Sergej Lebedev, l’URSS, anche se ridimensionata, rinacque in seguito alla guerra in Cecenia, che riaprì odi e desideri imperialisti favorendo l’elezione di Putin. Ciò ha portato alla perdita di tutte le conquiste democratiche ottenute nei primi anni ’90 e ha dato inizio a un ventennio in cui il nuovo governo ha cercato di rimuovere ogni tipo di opposizione, soffocando la libertà di parola, mettendo a tacere i media indipendenti e, negli ultimi anni, oscurando social media come Facebook. Gli intellettuali russi non avrebbero fatto altro che tenere gli occhi chiusi di fronte a questo regime di censure.

Lo scoppio della guerra ha reso inoltre impossibile diffondere informazioni veritiere riguardanti azioni belliche o militari, a causa dell’introduzione di una legge contro la diffusione di informazioni false, con la quale i trasgressori – o per meglio dire le persone che cercano di dire la verità – vengono punite con pene che possono arrivare anche a quindici anni di reclusione. Questa situazione ha generato una vera e propria guerra sociale nella quale le guardie russe tentano di reprimere chiunque si schieri contro le azioni governative.

Sempre secondo Lebedev, la cultura russa ha ormai smesso di parlare di libertà, diritti umani e lotta alla repressione come faceva in passato, eccetto in rari casi. Nei romanzi di Vladimir Sorokin o Svjiatlana Aleksievic si avverte infatti la speranza di una rinascita, della letteratura russa e della volontà di difendere verità e diritti umani. La guerra in Ucraina è un abominio di cui la Russia potrà fare ammenda solo con la giustizia, la chiarezza e punizioni esemplari contro chi ha commesso crimini contro l’umanità. Quella di Lebedev non è tuttavia l’unica voce che si erge contro il governo di Putin: un caso molto recente è quello di Vladimir Kara-Murza, un giornalista, scrittore e politico russo, che ha criticato i leader occidentali per aver sempre voltato lo sguardo dalla progressiva scomparsa delle libertà russe. Karma-Murza ha inoltre parlato di crimini di guerra perpetrati dalla sua nazione, motivo per cui è stato arrestato e accusato di “diffusione di informazioni false”. Attualmente si trova ancora in stato di fermo.

Un’azione molto importante volta alla difesa di questi intellettuali è stata svolta dal PEN, un organismo che mira a difendere chiunque venga perseguitato per ciò che dice o scrive, nel tentativo di salvaguardare la pace e i legami culturali. Grazie al PEN è stato quindi possibile diffondere importanti comunicati e far sopravvivere la letteratura russa nella sua dimensione umanistica, lottando contro l’oppressione. La scrittrice e traduttrice Ljubov Summ ritiene che, a causa di una mancanza sempre più lampante di una vera e propria istruzione per il suo paese, non ci siano grandi speranze per il futuro.

In questo periodo, un ruolo fondamentale è stato dunque svolto dall’informazione indipendente: giornalisti e reporter come Tat’jana Fel’gengauer, Lilia Yapparova e Michael Nacke hanno portato avanti le proprie battaglie in difesa della verità attraverso social media come YouTube, rischiando talvolta di essere incriminati. Nacke ha invece discusso di come i carri armati russi abbiano sparato su una centrale nucleare a Zaporizhzhia.

Uno degli articoli più interessanti è certamente quello di Dmitri Trenin, intitolato “Come la Russia deve reinventarsi per sconfiggere la ‘guerra ibrida’ dell’Occidente: l’esistenza stessa della Russia è minacciata”. In passato, Trenin è stato uno dei più forti sostenitori della cooperazione con l’Occidente e dell’occidentalizzazione della Russia, ma pare abbia poi cambiato opinione. Nell’articolo fornisce  infatti delle prove riguardo al consolidamento delle élite intellettuali russe a sostegno della guerra in Ucraina. Secondo l’autore, gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare questo evento bellico per paralizzare o distruggere lo stato russo. Ogni cittadino che ama la propria patria ha quindi il dovere di sostenerne il governo. Gli USA e gli alleati starebbero dunque cercando di escludere Mosca dalla politica mondiale, minando alla sua economia e arrivando a favorirne la vittoria contro la Cina. Afferma sia anche necessario ristabilire la Federazione Russa su basi più sostenibili dal punto di vista politico, più efficienti in campo economico, socialmente giuste e moralmente solide, al fine di rafforzare l’indipendenza della civiltà russa. Contrariamente a quanto affermava in passato, difende inoltre l’idea che i russi debbano rafforzarsi come civiltà separata, in modo da resistere agli influssi occidentali. Trenin è uno degli esempi più lampanti di come una parte dell’intellighenzia russa sia bruscamente cambiata nel corso degli anni. Se subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’autore del suddetto articolo nutriva una cieca ammirazione per l’Occidente, dopo eventi come l’espansione della NATO o il sostegno alla rivoluzione ucraina del 2014, lui e tanti altri intellettuali russi hanno gradualmente cambiato modo di pensare. Secondo Trenin, infatti, il potere russo sarà fermo e determinato nei confronti della guerra finché non si raggiungerà un accordo che soddisfarà le sue condizioni. L’Ucraina è in definitiva divenuto il campo di lotta sul quale l’élite russa sta cercando di far sopravvivere gli interessi vitali del proprio paese.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA


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