Il grido della trasparenza

Il grido della trasparenza

Nonostante le premesse effettuate, il quadro sociale destinato alle persone di origine africana è sempre oggetto di continue revisioni e, soprattutto, dibattiti. Numerose sono le legislazioni[1] dirette a combattere il fenomeno discriminatorio in esame[2], trovando un riscontro non sempre favorevole, almeno nella pratica. Esperienze di violenza razzista, sottese ad un immancabile atteggiamento discriminatorio[3] trovano terreno fertile in tutte le realtà, restando impermeabili alle numerose legislazioni repressive[4] .

In molti Paesi, addirittura, la pratica discriminatoria trova terreno fertile in attività da parte degli organi di controllo, fuori dai tipici schemi meritevoli di tutela. I fattori sono numerosi: dalla semplice disinformazione alla ricerca di veri e propri posti di lavoro. Il rigido schema di regole si scontra con le discriminazioni, come abbiamo analizzato, da sempre presenti in ogni Paese, in costante lotta, il cui esito non sempre risponde agli stessi principi regolatori originari. Nonostante l’avanzamento del legislatore, il fenomeno discriminatorio trova costantemente scorciatoie per mostrarsi in tutte le sue sfaccettature; l’integrazione di cui spesso si parla nella pratica, trova un forte limite nell’esperienza concreta, o almeno così sembrerebbe. Una sana informazione di base, e un atteggiamento di curiosità potrebbero essere l’arma vincente contro la trasparenza – rappresentata dall’indifferenza –. A tal fine ci poniamo il primario obiettivo di esaminare situazioni caratterizzate da un contesto storico-giuridico differente, ma tuttavia connesse dallo stesso, indifferente, atteggiamento discriminatorio, impermeabile all’ascolto.                        

Lo scorso luglio 2021, a Pavia, un assessore italiano sparò e uccise un trentanovenne di origini marocchine. Davanti a un bar, il ragazzo con precedenti di spaccio e reati contro il patrimonio, sembrava stesse “disturbando” una coppia di giovani, e a quel punto, l’assessore poco distante decise dapprima di intervenire chiamando la polizia e, dopo poco, a causa di un contatto diretto con il ragazzo straniero, sparando un colpo[5]; un solo proiettile colpì il ragazzo marocchino e lo uccise[6]. Si tratta di un terribile avvenimento, di cronaca, di cui quasi tutti abbiamo sentito menzionare. La veridicità del racconto, l’intenzionalità delle parti e la relativa colpevolezza spettano alla competenza della magistratura, ma un’attenta analisi del fenomeno proposto, ricco di spunti riflessivi, potrebbe aiutarci a comprendere le generali dinamiche che ruotano attorno ai fenomeni discriminatori. Sappiamo essere un caso che oltrepassa, di gran lunga, la semplice cronaca in quanto incorporato di una fitta rete di circostanze, discriminatorie e non, in grado di schierare un intero Paese; nonostante ciò, ci limitiamo ad evidenziare l’oggettività dell’accaduto, sulla base di quanto stabilito dalla magistratura competente. L’estrema ratio dell’uso delle armi si scontra con l’esigenza pressante di tutela contro la forma più grave di discriminazione, la violenza; una violenza che, se fosse inquadrata in questo contesto, porterebbe alla morte del ragazzo straniero.        

Le riflessioni di carattere etico-giuridiche sono state numerose, e la circostanza che l’iter giudiziario abbia tempi “opinabili[7]incita maggiormente a riflettere. La circostanza della nazionalità straniera del defunto ragazzo spicca in ogni fonte; se il problema di fondo dovesse coincidervi, la soluzione dell’assessore si mostrerebbe totalmente in linea con quell’atteggiamento di indifferenza trasparente che si cela dietro ogni forma di discriminazione. Un virus mai estinto, cui si cerca di trovare continuamente un vaccino adeguato ma che, per nostra sfortuna, non tutti accettano di somministrarsi[8].

Se il caso in analisi rappresenta una mera ipotesi circa la discriminazione del comportamento, sottoposto ad indagine, non sembrano sorgere dubbi in merito all’accadimento che ha stravolto il mondo intero. Si tratta della dinamica statunitense che vede come protagonista, purtroppo, il quarantaseienne George Floyd[9]. Il caso rappresenta l’emblema dell’odio, ma non solo; il trattamento riservato a Floyd risponde alla medesima cornice discriminatoria che abbiamo sopra evidenziato. In questo caso non esistono ipotesi, né circostanze che schierano; l’oggettività della dinamica e l’obiettività dell’atteggiamento discriminatorio urlano a squarcia gola.

Nonostante George Floyd sia uno dei tanti afroamericani a essere vittima di odio incondizionato, tutto il mondo ha saputo togliere la maschera dell’apparenza, scegliendo di schierarsi. Uno schieramento, stavolta, di massa che urla la spietata frase: “i can’t breathe[10] e che ha avuto il grande supporto del movimento “Black Lives Matter”[11], con impatto sociale e mediatico al quanto pressante, grazie alla condivisione, da ogni parte del mondo, di manifestazioni contro ogni forma di odio.

Marciare per le strade di tutto il mondo con un pugno alzato[12] e gridare contro il razzismo di ogni genere ci rende vicini, eliminando ogni distanza.

Il persistere delle discriminazioni si scontra con la compattezza delle folle, in un mix bilanciato che ogni giorno ci propone nuove sfide; nonostante l’esito sia rimesso agli stessi protagonisti, ogni movimento rappresentativo antidiscriminatorio non può restare indifferente. Stiamo diventando, probabilmente, più degni di saper riconoscere la trasparenza.

AUTRICE: Chiara Panella


[1] europee e non.

[2] l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce il diritto di non subire alcuna forma di discriminazione, tra cui quella fondata sulla razza, l’origine etnica o sociale, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura.

[3] intrinseco/estrinseco

[4] le esperienze di violenta razzista hanno un impatto del 14% in Italia

[5] Calibro 22

[6] quanto riportato dalla cronaca.

[7] Il processo è soggetto a numerosi rinvii.

[8] Scegliendo un linguaggio a noi più “udito” negli ultimi tempi.

[9] La sera del 25 maggio 2020, George Floyd va a comprare un pacco di sigarette nel solito negozio di Minneapolis ma rivolge all’impiegato del negozio una banconota da 20 dollari falsa; l’impiegato, accorgendosene, chiama il 911. La polizia arriva. Uno dei poliziotti, Derek Chauvin, ferma l’uomo, lo blocca, si accanisce e per otto minuti spinge il suo ginocchio contro il petto di Floyd che ripete “non riesco a respirare”; il poliziotto non si ferma, Floyd muore.  

[10]non riesco a respirare” – frase ripetuta da G.Floyd durante l’aggressione.

[11]le vite dei neri contano” – Il movimento è salito agli onori della cronaca nella primavera del 2020, ma le sue origini risalgono a qualche anno fa; nel 2013 il cittadino americano George Zimmerman è stato assolto dalle accuse di omicidio nei confronti di un giovane afro-americano morto in uno scontro a fuoco nel 2012. Ben presto, in quello stesso anno, sono apparsi sui social media i primi tweet con

l’hashtag#blacklivesmatter, lanciati per iniziativa di tre donne di colore. Successivamente, nelle principali città americane, hanno avuto inizio le prime proteste pacifiche a seguito di aggressioni a danno delle persone afro-americane.

[12] Il pugno nero è il simbolo del movimento in oggetto.

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