Arte e Politica

Arte e Politica

Prendendo in mano un qualsivoglia manuale scolastico o universitario che tratti di letteratura, arte o architettura, ci si renderà presto conto che quasi mai esso affronta, senza alcun preambolo, un certo autore o un determinato movimento. Al contrario, ogni capitolo è solito aprirsi con un cappello introduttivo di natura storica, che aiuta lo studente a collocare temporalmente l’argomento in oggetto. Questo è perché ogni scrittore, poeta, pittore, scultore… è sempre e inevitabilmente figlio del proprio tempo, e da quest’ultimo non può essere avulso. Insomma, gli avvenimenti storici – e dunque anche politici – relativi a un determinato periodo influenzano necessariamente chi in quello stesso periodo è nato e vissuto. C’è però da domandarsi se non sia possibile rendere reciproco questo rapporto: l’artista può condizionare la propria epoca storica, la società che lo circonda, la stessa politica da cui sembra dipendere?

Letteratura e politica

Per quanto concerne la letteratura, gli autori passati alla storia per il proprio legame stretto con la politica del proprio tempo sono tanti e illustri. Il primo nome a far capolino è probabilmente Dante, che fu coinvolto nell’attività politica tra il XIII e il XIV secolo e, proprio a causa della sua personale esposizione, nel 1302 fu esiliato da Firenze, dove non mise mai più piede. Risulta in questa sede superfluo ribadire il valore letterario di Dante, mentre sembra più opportuno sottolineare la massiccia quantità di elementi politici presente nei suoi testi, in special modo nella Commedia. I protagonisti della vita pubblica del Trecento – dunque papi e nobili, ma anche piccoli borghesi altrimenti dimenticati – diventano personaggi letterari, con una precisa valutazione in termini politici ed etici a seconda della cantica in cui sono inseriti. Difficile dire se ciò abbia potuto influenzare, anche solo in minima parte, gli avvenimenti storici dell’epoca; di certo è che la visione dantesca ha profondamente condizionato nei posteri l’opinione e la conoscenza riguardo a molte delle personalità presenti nell’opera.

Altro testo chiave in questo ambito è senz’altro Il Principe di Machiavelli, in cui il ruolo della letteratura si fa sempre più deciso e influente; il trattato «costituisce una novità assoluta nella letteratura italiana e può essere considerata l’atto di nascita della letteratura politica. L’autore, infatti, non descrive il principe ideale, fondando il suo ritratto sulla disciplina morale, ma il principe adatto a uno specifico tipo, a ogni specifico tipo, di contingenza storica, rendendo, di fatto, per la prima volta la politica autonoma rispetto ai dettami della morale, soprattutto religiosa»[1].

Spostandoci in tempi più recenti, gli autori che nel corso del Novecento hanno avuto stretti legami con la politica sono numerosissimi; nel panorama italiano, basti pensare ad esempio a tutti coloro che furono membri del PCI, come Ignazio Silone, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Eppure, come viene osservato all’interno dell’Enciclopedia Treccani alla voce “Politica e letteratura”, «sono i fermenti politici […] a influenzare lo scrittore, molto più che viceversa. Lo inducono a prendere posizione, ma anche a cercarsene una tutta propria, dalla quale esercitare un’azione di dissenso. È il caso, per es., di A.I. Solženicyn in Russia, ma anche di tutti gli autori latino-americani che, nell’epoca peggiore delle dittature militari, trovarono nella vocazione letteraria uno strumento di resistenza all’ingiustizia, pagando in molti casi con la vita […] la propria protesta»[2]. Ciononostante, «sarebbe riduttivo limitare la relazione tra politica e letteratura a una forma di retaggio. […] La dialettica tra lo scrittore e la politica si schiude a una nuova prospettiva, attraverso la quale la posizione dell’intellettuale può ribaltarsi, trasformandosi da più o meno ascoltato portavoce delle istanze politiche già in atto a profetico anticipatore dei fermenti sociali che sono alla base del cambiamento politico. Prospettiva nuova ma, nello stesso tempo, antica ed enormemente impegnativa, dal momento che, volgendosi indietro, sembra rimandare direttamente ad alcuni dei maggiori scrittori europei dell’Ottocento, come Ch.J.H. Dickens, H. de Balzac ed É. Zola, o allo stesso G. Flaubert»[3].

Sarebbe a questo punto interessante valutare se e come, grazie proprio a questa capacità di interpretare la società prima ancora che lo faccia la politica, l’autore possa, seppur in maniera indiretta, incidere sullo sviluppo dei processi storici. Un esempio può essere qui rappresentato da Gabriele D’Annunzio che, convinto interventista, il 5 maggio del 1915 tenne un accesissimo discorso per il 55° anniversario dello sbarco dei Mille; in questa occasione, forte della sua enorme fama agli occhi del pubblico italiano, riuscì ad infiammare gli animi delle migliaia di persone presenti. «Se probabilmente i leader di governo videro in tutto ciò un semplice episodio, in realtà la cerimonia allo scoglio di Quarto inaugurò quella fase del processo di ingresso in guerra dell’Italia che sarebbe stata poi definita con l’espressione maggio radioso, con il manifestarsi non solo dell’intervento delle piazze nelle scelte di politica estera, ma anche con una grave crisi politica e istituzionale che avrebbe lasciato un segno indelebile sul carattere dell’intervento del paese nel conflitto mondiale»[4]. Insomma, non fu D’Annunzio in persona a determinare l’entrata in guerra dell’Italia, ma si può immaginarlo come una fondamentale tessera all’interno di un processo a domino.

Architettura e politica

Per quel che riguarda l’architettura, essa nel corso dei secoli è stata usata molto spesso, e con strategie piuttosto evidenti, come strumento di potere. In questo caso, riesce difficile pensare che l’architettura abbia potuto in qualche misura influenzare la politica – se non innescando una certa competitività tra potenze concorrenti –, mentre è piuttosto chiaro quanto la presenza di una particolare forma di governo o di un determinato potente abbia indirizzato lo sviluppo architettonico in una precisa direzione. Non c’è nulla di innovativo in questo: se si pensa alle civiltà antiche, le prime immagini che vengono alla mente sono edifici monumentali quali ziqqurat, piramidi e fori, proprio perché da sempre le opere pubbliche e gli elementi artistici sono espressione di personalità e grandezza.

Nonostante l’ovvietà di questo rapporto, anche in tempi recenti molti governanti – nella maggior parte dei casi dittatori – hanno fatto ricorso ad architetti illustri per esaltare la propria persona e il proprio operato. In epoca moderna, si può individuare nell’anno 1867 un momento di svolta in questo ambito: «A partire dall’Esposizione di Parigi del 1867 si invitano i paesi partecipanti a costruire edifici che rappresentino il loro carattere nazionale, in un momento in cui cambia sostanzialmente l’evoluzione di questi eventi: gli edifici espositivi, precedentemente concepiti come contenitori di oggetti da mostrare al mondo, diventano essi stessi oggetti da esporre agli Stati partecipanti»[5]. Ma è nell’Esposizione di Parigi del 1937 che il binomio architettura-potere si mostra con chiarezza, con la partecipazione di tre Paesi totalitari: Germania, Unione Sovietica e Italia. «L’architettura dei Padiglioni di questi Paesi, si appropria dei luoghi legittimando l’ideologia di regime attraverso l’esibizione del potere, proponendo una logica custodita nella tradizione e nella storia, esibite come immagini durature della continuità tra passato, presente e futuro. L’architettura prende le sue distanze dalle influenze del Movimento Moderno, per consolidare l’ideologia e l’architettura di Stato»[6].

In genere, la costruzione di edifici monumentali viene pubblicizzata come occasione per creare lavoro (anche in questo caso, nessuna novità: nell’antica Grecia, questa era una delle motivazioni di Pericle per l’abbellimento architettonico di Atene), quando le finalità primarie sono evidentemente altre. Nel contesto novecentesco italiano, il fascismo è prova lampante di queste dinamiche: ne rimangono a testimonianza, ad esempio, il quartiere EUR e il Foro italico nella capitale, con tanto di iscrizioni e bassorilievi celebrativi della “Terza Roma”. Nella Germania nazista, invece, Hitler si avvalse del contributo di Albert Speer per realizzare il proprio palazzo della cancelleria: ogni singolo elemento architettonico aveva qui lo scopo di impressionare e incutere timore, attraverso giochi sonori e di luci e dimensioni ciclopiche. O ancora, in tempi ben più recenti, Saddam fece realizzare una moschea denominata Madre di tutte le battaglie con l’obiettivo di celebrare la vittoria irachena nella prima guerra del Golfo – che, nei fatti, era stata invece una disfatta.

Insomma, più che celebrare una grandezza effettiva, nei regimi l’architettura tenta di ostentare una grandezza sperata, cercando di creare consenso nelle masse; ciò si realizza anche con la costruzione di edifici funzionali e servizi. Nel caso delle colonie, infine, l’esaltazione del potere si fa intimidatoria e l’architettura è uno dei tanti strumenti repressivi in campo.

TV e politica

Il discorso tra arte e politica ha incontrato, nella stretta attualità, le vicissitudini del popolo ucraino e, in particolare, del suo presidente, Volodymyr Zelensky. La stampa e l’opinione pubblica internazionali sono stati conquistati dalla figura di questo presidente, eletto nel 2019, nato comico, famoso per una serie comica in cui interpretava un insegnante liceale eletto presidente grazie alla viralità di un suo video in cui denunciava il governo in carica, vincitore di un programma popolare, la versione ucraina di “Ballando con le stelle” e ora leader carismatico di un paese vittima di una guerra inaspettata. È importante sottolineare che, prima dell’attacco russo, Zelensky stava attraversando un periodo di calo del consenso, come conferma anche l’interessante articolo di Jeremy Cliffe[7], verso il suo operato e la sua leadership, e che, grazie alle sue doti comunicative, già dai primi giorni di guerra ha saputo risollevare la popolazione e dimostrarsi credibile verso i paesi alleati, fino ad essere considerato eroico. Frasi persuasive e battute, come quelle riportate da un articolo de “il Post”:

Zelensky ha anche gestito le relazioni diplomatiche con i paesi alleati con grande attivismo e insistenza, dispensando peraltro qualche battuta, come quella con cui ha rimproverato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi per un passaggio del suo discorso alla Camera di venerdì («la prossima volta proverò a spostare l’agenda della guerra per parlare con Draghi a un orario preciso») o quella con cui ha rifiutato l’offerta americana di aiuto per lasciare Kiev: «La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio». «Questa è l’ultima volta che potreste vedermi vivo»[8]

Proprio la serie televisiva, “Servitore del popolo”, di cui Zelensky, come detto, è il protagonista, spiega come questo leader abbia preparato la base del suo futuro elettorato puntando sul superamento delle divisioni interne alla popolazione tra quelli che parlano ucraino e i russofoni. Questi temi furono messi in secondo piano durante la campagna elettorale del 2019, puntando sulla stanchezza della popolazione verso la guerra nell’est del paese, e sul malcontento verso i governi assoggettati alle popolazioni straniere e agli oligarchi. Inoltre, durante la campagna elettorale furono evitate manifestazioni politiche o discorsi politici, puntando sui social, con, per esempio, video divertenti che sfidavano quindi le convenzioni e puntavano sull’allegria come arma per vincere sull’avversario Poroshenko[9]. Atteggiamento poi, cambiato, totalmente, durante la guerra, che Cliffe, nel suo articolo, arriva a paragonare a quello di Winston Churchill (indifferent peacetime politicians can make superb wartime ones). Come sappiamo, tutto l’atteggiamento, anche simbolico, del popolo ucraino, oltre che del suo presidente, ha raccolto da subito grande consesso di commozione e partecipazione nell’audience straniero e non bisogna sottovalutarne la forza. Simbolismo che parte, in primis, dal linguaggio usato da Zelensky: risoluto, commovente e ispirante, che ha saputo creare una narrazione eroica della resistenza ucraina che, in qualsiasi modo termini il conflitto, non sarà dimenticata. Secondo Cliffe, l’atteggiamento di Zelensky, ebreo di madrelingua russa che si rivolge alla sua popolazione, prevalentemente di lingua ortodossa, confuta quello distruttivo di Putin, costruendo, col linguaggio, visibilmente una nazione in carne ed ossa, che si forma davanti ai nostri occhi.

Molti ucraini sono rimasti sorpresi dal cambio di passo del loro presidente che, all’inizio del suo governo e, ancor di più, all’alba della guerra, come detto, non godeva di un forte consenso. Così come racconta Yulia McGuffie:

“Il pieno sostegno e rispetto sono arrivati, penso, dopo che la Russia ha iniziato la sua guerra – tutti gli ucraini hanno stretto i ranghi attorno a Zelensky. Sta giocando un ruolo unificante e direi ispiratore, in parte grazie al suo stesso esempio. Sta guidando un governo che sta respingendo l’esercito di Putin, e per questo molti lo ammirano e lo rispettano sinceramente[10]“.

Il simbolismo della guerra in Ucraina ha raggiunto il suo picco mediatico sicuramente in occasione dell’Eurovision Song Contest di Torino, vinto proprio dall’Ucraina, per giunta grazie al voto deciso del pubblico che ha espresso un parere totalmente politico. In realtà non è la prima volta che le scelte politiche confluiscono nella kermesse europea, l’Ucraina era già stata protagonista recentemente di canzoni politiche: nel 2007 con “Dancing Lasha Tumbai”, che in ucraino suona come una sorta di “Russai goodbye”, e poi già nel 2014 aveva conquistato il primo posto con la canzone “1944” che trattava il tema dei deportati di Crimea. Insomma, l’Eurovisione è nato, dopo la seconda guerra mondiale, per favorire un clima di cooperazione e sana competizione tra le nazioni europee e mediterranee ed ha sempre avuto un contesto “politico” nel senso più alto del termine.

In Italia abbiamo assistito ad una parabola contraria, e in un contesto molto meno tragico, per nostra fortuna, di quella di Zelensky: il Movimento 5 Stelle. Purtroppo, è difficile bilanciare e trovare qualche fonte autorevole e attuale che ne parli in modo positivo, proprio perché il consenso molto positivo riscosso nei primi anni di formazione e di espressione politica è via via scemato. Sono ben lontani i tempi in cui il blog di Grillo veniva classificato, dall’Observer, al nono posto tra quelli più influenti al mondo. Il nostro, partito anch’esso come comico, non ha saputo entrare adeguatamente nei meccanismi della politica e la sua debacle è attestata anche dal crollo delle visualizzazioni del suo strumento principe, il blog, che nel 2015 raggiungeva il misero 171° posto tra i siti mondiali (7.495º posto nel mondo[11]).

Teatro, oratoria e politica

Creonte cade in terra, le sue gambe non lo reggono più, il tremore della disperazione lo percuote: è un uomo senza famiglia, vessato, sconfitto dal destino ma soprattutto da se stesso; è un re che ha commesso innumerevoli errori: ha sfidato la legge divina impedendo il rito funebre dei nemici assediatori di Tebe; ha fatto imprigionare la promessa sposa di suo figlio, Antigone, rea di aver dato sepoltura a suo fratello Polinice; non ha prestato ascolto alla famiglia né a nessun altro, geloso del suo potere, timoroso di essere messo in dubbio nella sua autorità. Quando tuttavia egli si rende conto dei suoi errori è ormai troppo tardi: suo figlio, disperato per aver perso l’amata Antigone, si suicida innanzi ai suoi occhi e, poco dopo gli giunge anche notizia della morte di sua moglie. Il sipario mestamente cala su di lui, la sua esistenza sulla scena si conclude in quell’istante, all’apice del suo dramma, mentre la lezione da lui impartita rimarrà impressa ai cittadini ateniesi del 442 a.C., anno in cui viene messa in scena l’Antigone di Sofocle.

Il pubblico ateniese, quindi, aveva assistito inerme alla disfatta di chi era stato causa dei suoi stessi mali. Creonte, prima che uomo era re e le sue scelte pubbliche sbagliate erano state punite sul piano privato. Sofocle delinea il ritratto del despota e mostra, senza remora alcuna, il nefando destino del cattivo governante che paga sulla sua pelle lo scotto della sua incapacità politica: il suo messaggio deve passare chiaro dal palcoscenico, dall’area della finzione, al pubblico, a coloro che, secondo le regole della democrazia ateniese potrebbero un domani andare al governo. Infatti, la legge prevedeva che un ristretto gruppo di cittadini potesse accedere alle cariche pubbliche proponendo disegni di legge da sottoporre all’assemblea. Questo accadeva ogni anno, mediante sorteggio: chi era chiamato al ruolo pubblico doveva lasciare il proprio lavoro per quell’anno e dedicarsi in toto al ruolo di governo.

Il legame fra teatro greco e vita politica non è, quindi, solo di tipo tematico ma passa per la via pratica: lo spettatore non è semplicemente divertito dallo spettacolo teatrale ma, grazie alla mimesis, ne è coinvolto: si instaura un processo psicologico di immedesimazione e comprensione tale da permettergli di avere mezzi concreti per apprendere una lezione e, un domani, poterla anche mettere in campo, quando egli stesso sarà chiamato al governo della polis.

Ancora più esplicito era il riferimento alla vita politica nella commedia i cui i protagonisti erano proprio i privati cittadini, le figure di spicco della città che divenivano oggetto di satira. Aristofane, nella commedia I Cavalieri, mette in scena l’Atene del suo tempo e sotto il personaggio di Pafaglone cela Cleone, uomo politico di fine V secolo che, tramite mezzi poco leciti, si era ingraziato una grossa fetta della popolazione. La commedia, quindi, diviene se non una denuncia politica, un invito a riflettere, una maniera per gli autori di esprimere il proprio punto di vista politico accompagnando nel ragionamento sulla società anche gli spettatori.

L’intreccio fra teatro e politica è suggellato anche a livello economico: nell’antica Grecia, infatti, era lo Stato a farsi carico delle spese per le performance teatrali, aiutato, però, anche da alcune famiglie più possidenti che potevano farsi fregio di questa forma di finanziamento, assumendo ruolo preminente all’interno della vita pubblica cittadina.

Nell’organizzazione delle manifestazioni teatrali dell’Impero Romano di epoca repubblicana, invece, l’onere economico era esclusivamente dello Stato e non poteva spettare al privato cittadino non coinvolto nella cosa pubblica. I magistrati che se ne occupavano erano gli edili che avevano il compito di trovare la compagnia teatrale, retribuirla e finanziare i banchetti per la plebe.

Era dovere dei censori vigilare sui testi da mettere in scena poiché vi era esplicito divieto di nominare sul palco, persone esistenti, sia che fosse per lodarli, sia che fosse per schernirli.

È chiaro, allora, che il teatro romano avesse una connotazione politica sicuramente meno accentuata. Questo non va letto come disinteresse per il tema ma come presa di posizione da parte del partito conservatore romano che vedeva nel teatro una possibile arma di sovvertimento dello Stato.

In poche parole, Roma temeva il teatro. Per comprendere meglio, si pensi che il 240 a.C. è stato sancito quale anno di inizio della letteratura latina. Tale esordio è fatto corrispondere con la redazione e messa in scena della prima tragedia in lingua latina ad opera di Livio Andronico. Pertanto, la letteratura latina nasce nel solco del teatro; eppure, prima che ne fosse eretto uno in muratura passarono ben due secoli. Il primo fu, infatti, costruito nel 55 a.C.: prima di questa data gli spettacoli si svolgevano su delle strutture lignee removibili che venivano smantellate al termine delle feste religiose e dei trionfi.

Nel corso di quei due secoli innumerevoli erano state le proposte per la costruzione di teatri stabili ma il partito conservatore tendeva a lasciarle cadere poiché reputava il teatro pericoloso in quanto fonte di assembramento: la plebe riunita a guardare uno spettacolo organizzato da un singolo benefattore o uno spettacolo incentrato sull’elogio di un privato cittadino era una minaccia, era una situazione potenzialmente disgregante. Lo stato romano era Senatus Populusque Romanus e, per preservare se stesso, doveva evitare l’emergere del singolo, di una figura preminente. Non è, infatti, un caso che si erigerà un teatro stabile solo negli anni di crisi della repubblica che condurranno all’instaurazione del principato di Augusto.

A ciò va aggiunto che, se in Grecia gli attori godevano di onori e gloria, a Roma era vero il contrario. L’attore latino era solitamente uno schiavo o un liberto. Sebbene il popolo avesse molta stima degli attori, un po’ come accade oggi nel rapporto celebrità-fans, si attesta un netto sfavore nei lori confronti da parte delle istituzioni statali che li bollavano di infamia. L’infamia procurava delle vere e proprie limitazioni a livello di diritto giuridico come, ad esempio, l’impossibilità a testimoniare in tribunale. Sicuramente le cause alla base di tale fenomeno sono molteplici. In primis la professione di attore era paragonata alla prostituzione poiché si metteva a disposizione, si vendeva, per una cifra di danaro pattuita, il proprio corpo. Ma, è anche vero che limitare giuridicamente le possibilità degli attori significava impedire loro di avere un seguito a livello politico, cioè si precludeva loro la possibilità di ricoprire cariche istituzionali.  Dunque, se anche questi personaggi fossero riusciti a sobillare le masse popolari non avrebbero potuto ottenere il potere materiale.

In conclusione, la classe dirigente romana aveva costruito un sistema di regole e leggi che andasse a disinnescare il potenziale politico del teatro, facendo emergere più la componente spettacolare che quella di introspezione e riflessione.

Tuttavia, comprendendone le potenzialità, erano gli stessi politici a servirsi del teatro. Nel De Oratore, Cicerone racconta che preparava i propri discorsi provandoli di fronte al comico Sesto Roscio Amerino; questi gli indicava quali fossero le giuste movenze, la gestualità, il tono della voce, l’actio. Quindi il ruolo dell’oratore diveniva più efficace grazie alla recitazione, poiché con la recitazione era possibile convincere gli altri: un principio, questo, che ha attraversato i secoli divenendo peculiarità di molti politici finanche ai giorni nostri. Si pensi al discorso tenuto il 26 gennaio 1994 da Silvio Berlusconi per la sua candidatura in vista delle elezioni politiche di quell’anno. Lo studio in cui il cavaliere sembra trovarsi è in realtà una scenografia costruita ad arte in uno sgabuzzino; Berlusconi scandisce le parole con attenzione, i movimenti sono pacati e simmetrici con lo scopo di esprimere sicurezza; una calza di nylon è posta sull’obiettivo per dare un’atmosfera più calda; il discorso sarà provato ben 12 volte e la revisione, oltre che ai colleghi di partito, spetterà anche a Mike Bongiorno, uno dei più illustri presentatori della televisione italiana. Tutti espedienti presi in prestito dal mondo televisivo e cinematografico: l’arte della recitazione in tutte le sue sfaccettature è sfruttata per risultare convincente, rassicurare il popolo, fare politica.

Fonti

È evidente che, anche se con canoni diversi, arte e politica continuano ad inseguirsi, intrecciarsi in un rapporto di reciproco scambio. L’oratoria politica è anche recitazione e, molti attori sembrano trovarsi a loro agio nel ruolo di politici. Quello che accomuna questi due ambiti all’apparenza molto lontani è lo scopo che condividono: la volontà di capire la società e cambiarla laddove è necessario. Arte e politica, cioè, si incontrano, si uniscono, si alimentano a vicenda, in nome del comune impegno sociale.

  • Harald Bodenschatz, Urban design for Mussolini, Stalin, Salazar, Hitler and Franco (1922-1945), in «Planning Perspectives», vol. 29, n° 3, 2014, pp. 381-192.
  • Guido Cimadoro, Renzo Lecardane, Il potere dell’architettura. L’ideologia di regime all’Esposizione Internazionale di Parigi 1937, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», n° 18, 2 | 2014 Le esposizioni: propaganda e costruzione identitaria.
  • Carlo D’Amicis, Politica e letteratura, Enciclopedia Italiana Treccani – VII Appendice (2007), consultabile al link <https://www.treccani.it/enciclopedia/politica-e-letteratura_%28Enciclopedia-Italiana%29/&gt;.
  • Machiavelli. L’invenzione della letteratura politica, Treccani, consultabile al link <https://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/lingua_e_letteratura/MACHIAVELLI_lezione.pdf&gt;.
  • Arianna Pupi, Le arti figurative al servizio del potere. Il ruolo svolto dalle immagini all’interno dei programmi di propaganda nel corso dei secoli.
  • Deyan Sudjic, Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo, Editori Laterza, Roma-Bari 2012.
  • Antonio Varsori, Radioso maggio. Come l’Italia entrò in guerra, Il Mulino, Bologna 2015.
  • Alessandra Brambilla, Teatro e Democrazia. Intervista a Edith Hall, Leussein, rivista di studi umanistici; consultabile online al link http://www.leussein.eurom.it/intervista-edith-hall/
  • Francesco Piazzi, Hortus Apertus, Autori, testi e percorsi, Cappelli Editore, 2010
  • Enrico Bianchi, Appunti minimi in tema di “infamia” dell’attore nel regime pretorio, 2013
  • Emilio Pianezzola, Gian Biagio Conte, Lezioni di Letteratura latina, Mondadori Education, 2010
  • Francesco Oggiano, Il discorso della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi: analisi e spiegazione, Will Media, consultabile al link https://www.youtube.com/watch?v=JT-hiqFGWeE

[1] Machiavelli. L’invenzione della letteratura politica, Treccani, consultabile al link <https://www.treccani.it/export/sites/default/scuola/lezioni/lingua_e_letteratura/MACHIAVELLI_lezione.pdf&gt;.

[2] Carlo D’Amicis, Politica e letteratura, Enciclopedia Italiana Treccani – VII Appendice (2007), consultabile al link <https://www.treccani.it/enciclopedia/politica-e-letteratura_%28Enciclopedia-Italiana%29/&gt;.

[3] Ibid.

[4] Antonio Varsori, Radioso maggio. Come l’Italia entrò in guerra, Il Mulino, Bologna 2015, p. 133.

[5] Guido Cimadoro, Renzo Lecardane, Il potere dell’architettura. L’ideologia di regime all’Esposizione Internazionale di Parigi 1937, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», n° 18, 2 | 2014 Le esposizioni: propaganda e costruzione identitaria.

[6] Ibid.

[7] https://www.newstatesman.com/international-politics/2022/02/the-exemplary-resilience-of-volodymyr-zelensky

[8] https://www.ilpost.it/2022/02/27/zelensky-carisma-leadership-ucraina/

[9] https://www.bbc.com/news/world-europe-47769118

[10] https://www.bbc.com/news/world-europe-59667938

[11] https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/il-blog-la-creatura-di-grillo-passata-dalle-stelle-al-rischio-di-liquidazione-1.7261912

AUTORI: Ilaria Dinale, Antonio Fragale, Mattia Marexiano, Vanessa Valente

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