Successo senza laurea

In Italia vale ancora la pena laurearsi?

Autori: Barbera Rebecca, Fragale Antonio e Poli Michele.

Qual è la situazione italiana rispetto all’università, ai laureandi e ai laureati? Nonostante i numeri stiano aumentando, restano comunque inferiori rispetto ai paesi dell’Unione Europea e a molti dell’area OCSE, a causa della bassa quota italiana sui titoli terziari, ossia su quelle qualifiche ottenute attraverso la frequentazione di un’università, di un’università applicativa (che offre corsi più brevi e pratici, con stage in azienda e docenti che vengono direttamente dal mondo del lavoro) o di un corso di formazione post-diploma (che mira a formare profili tecnici o impiegati qualificati). Questi ultimi in Italia sono pochissimi, a differenza di Spagna o Francia dove rappresentano circa 1/3 della forza lavoro. Ma diamo uno sguardo ad alcuni numeri riguardanti i titoli di studio e, in particolare, le lauree. Analizzando i dati del 2020, è stato registrato che i diplomati italiani costituivano il 62,9% rispetto al 79% europeo; i laureati tra i 25 e i 64 anni erano invece circa il 27,5%, sotto la media europea del 41% e con una crescita – tra il 2014 e il 2018 – del 2,4%. In quell’anno ci sono stati 345.000 nuovi laureati, per la maggior parte di sesso femminile (dato che non si è però tradotto in un maggiore vantaggio lavorativo). La situazione dei laureati in Italia può essere osservata da molte altre prospettive. I cittadini stranieri con titoli terziari rappresentano, ad esempio, solo l’11% del totale. In generale si è assistito a un calo della loro istruzione, il cui livello scolastico si differenzia molto a seconda della provenienza: tra i rumeni, la comunità più diffusa nel nostro paese, solo l’8% è laureato, mentre agli ucraini spetta la percentuale più alta dei laureati, circa il 23%. Nel resto d’Europa, al contrario, l’istruzione degli stranieri ha registrato importanti aumenti. Nel Bel Paese è invece diminuito anche il numero di persone straniere con titolo di studio secondario, probabilmente a causa degli incessanti flussi migratori. Vi è poi una sostanziale disomogeneità di genere, dal momento che il numero di donne laureate è nettamente superiore a quello degli uomini. La percentuale varia tuttavia a seconda dei percorsi di studio: nell’area delle lauree in discipline scientifiche e tecnologiche (le cosiddette STEM), ad esempio, i ragazzi laureati sono uno su tre, le ragazze una su sei. Altro dato fondamentale è la disuguaglianza geografica, che vede il 21.3% dei laureati al nord, il 24.2% al centro e solo il 16.2% al sud, con divari in aumento negli ultimi anni. Questo dato si lega a un grosso problema dell’istruzione universitaria italiana: l’abbandono della carriera. Si è infatti osservato che, nonostante l’Italia sia quarta in Europa per numero di studenti universitari, solo 1 su 5 riesce a laurearsi. Questo fatto ha posto il Bel Paese al penultimo posto di una classifica che vede protagonisti i laureati tra i 30 e i 34 anni. Al nord, gli abbandoni hanno una media del 10%, al sud del 15%. Sono molti i fattori legati all’abbandono universitario: un gran numero di studenti, ad esempio, si immatricola subito dopo aver conseguito il diploma e, non avendo a disposizione efficaci programmi d’orientamento, nella scelta del proprio percorso di studi viene generalmente influenzato da genitori, amici o professori. Nel 2018, uno studio condotto da Sodexo ha rivelato che in Italia solo uno studente su due è contento della propria carriera universitaria. Tra i motivi di tale insoddisfazione vi è lo smodato carico di lavoro, l’impossibilità di conciliare studio e impegni lavorativi e la paura di non riuscire a trovare una valida occupazione dopo la laurea. Tra i motivi dell’abbandono non bisogna tralasciare il fattore economico: molti studenti temono di non riuscire ad affrontare le spese universitarie e al contempo denunciano gli scarsi aiuti ricevuti dai loro atenei. Un gran numero di studenti è inoltre influenzato dalle condizioni socioeconomiche della propria famiglia. In molti casi, infatti, i genitori hanno conseguito soltanto la licenza media, esercitano una professione non qualificata o risultano addirittura disoccupati. Occorre sottolineare anche il disinteresse economico e culturale dello stato italiano nei confronti dell’istruzione, dal momento che solo l’8% della spesa pubblica è destinato all’addottrinamento, con circa 8.514 euro a studente, una cifra che evidenzia il 15% di investimenti pro capite in meno rispetto alle grandi economie europee e ad alcuni paesi dell’OCSE come Giappone, Canada, Stati Uniti e Brasile. Questa situazione ha certamente favorito, oltre alla tendenza all’abbandono, anche il fenomeno dei cervelli in fuga, in particolare nelle regioni dell’Italia meridionale. L’arrivo della pandemia ha ulteriormente peggiorato le cose, impattando negativamente lo studio e la vita accademica. Le lezioni sono diventate più difficili da seguire, la qualità dell’insegnamento è calata, ma il carico di studio è rimasto sostanzialmente invariato. La quarantena ha poi aggravato le problematiche legate alla salute mentale, spesso sottovalutata o non considerata. L’Europa ha cercato di escogitare delle strategie per combattere l’abbandono universitario, elargendo stanziamenti per aiutare gli studenti in difficoltà e progettando un potenziamento dei programmi orientativi e di tutoraggio. Ha quindi inserito nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza idee atte a consolidare il rapporto tra studenti, università e scuole di secondo grado. Ha anche previsto un investimento per rafforzare gli ITS-Academy, istituti d’educazione terziaria incentrati sul panorama aziendale e considerati una valida alternativa alla classica laurea. La Commissione Europea ha poi sottolineato quanto sia importante attuare strategie coerenti e globali, basate sull’osservazione di dati concreti e attuali. Ha perciò consigliato di rafforzare quei progetti che accostano istruzione ed esperienza sul campo. Resta tuttavia il problema della salute mentale, che in Australia – ad esempio – è stato fronteggiando potenziando la rete di servizi di consulenza on e off line. In Italia, l’accesso, la carriera e il post università sono da sempre oggetto di discussione. Si tratta però di dibattiti confusi e strumentalizzati. La realtà dei fatti è che probabilmente la laurea sta perdendo il fascino che aveva per le generazioni passate, nutrite a pane e “prenditi un pezzo di carta!”. Questa situazione è il frutto di diverse contingenze storiche, ma anche di molte – forse troppe – responsabilità politiche e sociali. L’accesso all’università è ancora una questione elitaria, mentre le carriere universitarie sono spesso organizzate con piani di studio disordinati, che spesso diventano un ostacolo talmente insormontabile da demoralizzare e far desistere molti studenti dal continuare il loro percorso. Altre “soluzioni” trovate dagli atenei per consentire un maggiore accesso e una maggiore riuscita delle carriere sono state quelle di abbassare il livello dei piani di studio e delle materie insegnate, favorendo un circolo vizioso di laureati che, una volta catapultati nel mondo del lavoro, scoprono di dover frequentare nuovi corsi, acquisire certificazioni e altre infinite trovate dai nomi altisonanti e dal prezzo esorbitante, che hanno la stessa qualità di un corso motivazionale su YouTube. Questa situazione è ormai nota anche nel mondo del lavoro, dal momento che nessuno chiede più titoli ma competenze ed esperienze. La laurea quindi non è più quel titolo nobilitante che “apre tutte le porte” del paradiso borghese, come immaginano invece le generazioni dei nostri genitori. Eppure, viviamo in una società popolata da tante persone che hanno avuto successo e mostrato di essere competenti pur non potendo esibire l’ambito titolo:Roberto Benigni, premio Oscar ed esperto della Divina Commedia, non è andato oltre il diploma di ragioneria; Enrico Mentana, stimato giornalista, non ha mai concluso la facoltà di Scienze Politiche alla quale era iscritto. Piero Angela, il padre dei divulgatori culturali moderni, non completó l’università. Dario Fo, maestro della cultura teatrale italiana e premio Nobel, non ha mai conseguito nessuna laurea, così come Eugenio Montale. Fino ad arrivare agli esempi più famosi e internazionali di Bill Gates, che abbandonò Harvard al secondo anno per fondare la Microsoft, Steve Jobs e Mark Zuckerberg. Insomma, la laurea non è fondamentale o, quanto meno, non è l’unico modo per dimostrare la propria passione e il proprio talento, le uniche cose che – per fortuna – ancora nessuno può scegliere di possedere.

Fonte

I laureati in Italia

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/10/08/istat-in-italia-solo-il-201-di-laureati contro-il-328-ue_51620548-b30a-4657-b347-2b6cb60348e1.html

https://corriereuniv.it/piu-di-uno-studente-su-dieci-abbandona-luniversita-al-sud-si-arriva-al-15/https://compassunibo.wordpress.com/2021/09/17/universita-e-lotta-contro-tasso-di-abbandoni%ef%bf%bc/

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/universita-per-tutti-ecco-perche-non-e-stato-un-bene/https://www.ilfoglio.it/cultura/2015/09/10/news/no-luniversita-non-e-per-tutti-87363/

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-italia-si-fabbricano-laureati-inutili-le-imprese-e-quanto-pesa-scelta-scuola-e-universita-AB8dNwXB

Conviene andare all’università?

https://www.repubblica.it/tecnologia/blog/stazione-futuro/2020/09/03/news/l_universita_non_serve_piu_almeno_non_per_trovare_lavoro-299509704/

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