Discorsi d’odio

La necessità di un cambiamento interno

Il dibattito sul c.d. hate speech si mostra particolarmente evidente in Italia, in cui la tematica in oggetto deve fare, necessariamente, i conti con esigenze costituzionali pressanti, meritevoli di tutela.Attestato che le dinamiche d’odio in analisi comportano non poche preoccupazioni in termini di agevolazione/manipolazione di comportamenti suscettibili di violenza, le reazioni del nostro ordinamento richiedono un’opera al quanto complessa di bilanciamento. Si tratta del fondamentale diritto di libertà di manifestazione del pensiero che rischierebbe di essere schiacciato, sempre più, a fronte di esigenze penali imminenti. Un classico del costituzionalismo moderno afferma: «la sovranità del popolo e la libertà di espressione sono due cose del tutto correlate: la censura e il suffragio universale sono, al contrario, due cose che si contraddicono reciprocamente».Nonostante la matrice costituzionale americana della citazione, anche il nostro ordinamento sancisce i medesimi caratteri; la sovranità popolare comporta, necessariamente, un collegamento con la libertà di espressione, in ogni sua forma. «Non c’è democrazia senza pluralismo e imparzialità dell’informazione». Dunque, la pietra angolare del principio in oggetto impone e, in qualche misura, ci assicura il valore del c.d. pluralismo informativo. Sono state, in questo modo, proposte soluzioni capaci di integrare la salvaguardia del principio costituzionale con la lotta alle discriminazioni preferendo, da parte del legislatore interno, una strategia di contrasto all’odio sul fronte penale.

Dalla legge Scelba al ddl Zan: il percorso legislativo italiano

Con la legge 645 del 1952 il legislatore ha introdotto il crimine di apologia del fascismo, ed ha proibito la riorganizzazione del dissolto partito fascista; sanzionando chiunque promuova la costituzione di un gruppo con finalità antidemocratiche, la legge Scelba soddisfa quel particolare tipo di percorso garantistico delineato dalle libertà costituzionali. E’ l’art. 3 della legge a disciplinare lo scioglimento di questi gruppi, come accaduto nel 1973 per Ordine Nuovo, un movimento di estrema destra sciolto a seguito di un processo in cui i dirigenti furono accusati di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista. Da allora, la legge Scelba ha superato più volte il vaglio costituzionale, in virtù della contemperata esigenza di bilanciamento della stessa con il concreto pericolo, di ordine democratico, di cui all’art. 21 Costituzione. Successivamente, nel 1975, il parlamento italiano ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, con la legge n. 654. La previsione dell’art. 3 ha costituito la base della futura legge Mancino, “Conversione in legge, con mo- dificazioni, del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa, che ha segnato un’importante svolta in termini di criminalizzazione, nonché repressione, dei reati d’odio. Attraverso l’obiettivo di reprimere ogni forma di manifestazione d’odio, la legge ha introdotto nuove autonome fattispecie di reato con aumento progressivo della pena, riprendendo ed, in questo modo, ampliando l’intero impianto della precedente legge Reale. Un contesto meritevole di attenzione è rappresentato dal disegno di legge Zan che prevede specifiche aggravanti per i crimini d’odio, nonché discriminazioni contro omosessuali, transessuali, donne e disabili. Andiamo con ordine; il 4 novembre 2020 la Camera dei Deputati approva il disegno di legge, un breve testo composto da 10 articoli che mira a modificare l’articolo 604-bis del Codice Penale prevedendo “la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” aggiungendo le seguenti parole:“fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.” Inoltre, il ddl Zan avrebbe assunto il successivo scopo di amplificare l’area di estensione della summenzionata legge Mancino anche ai crimini d’odio per i motivi citati in precedenza. A causa di discussioni, rinvii e pressanti dibattiti, il disegno di legge rimane per interi mesi in stallo, fino a fine aprile in cui, con 13 si e 11 no, viene calendarizzato a Palazzo Madama. Nonostante le accese discussioni circa la sua approvazione, nonché di eventuali modifiche, il ddl Zan arriva in Senato a fine luglio dove lunghe settimane di dibattito si sarebbero previste, al fine di una sua concreta approvazione con/senza modifiche aggiuntive. Nonostante le premesse, arriva la tagliola in Senato, con il blocco della discussione sugli articoli; la proposta di non passare all’esame degli articoli, giudicata ammissibile, termina il percorso del ddl Zan, con grande approvazione parlamentare. Sei mesi dopo la sua bocciatura, il provvedimento sarà ripresentato in Parlamento; si tratterà di effettuare una concreta opera di mediazione politica, con l’obiettivo di arrivare ad una legge in grado di difendere dai crimini d’odio.

Il collocamento del fenomeno

L’obiettivo connesso all’hate speech si traduce in un concreto collocamento del fenomeno sociale all’interno di normative già esistenti; i nuovi scenari offerti dalla modernità richiedono, ormai da troppo tempo, interventi legislativi adeguati ai complessi schemi eterogenei in cui l’odio può, liberamente, manifestarsi. All’interno del quadro europeo ed internazionale, sono stati numerosi i riferimenti di hate speech, che emergono senza timori; ci troviamo dinanzi ad una disparità di definizioni e contenuti che, sul piano pratico, si concretizza in un disordine giuridico. Nel contesto dell’Unione Europea, le disposizioni maggiormente rilevanti sono contenute nella decisione quadro 2008/913/GAI in cui, attraverso il diritto penale, vengono sanzionati specifici comportamenti d’odio; nonostante il dibattito europeo in costante aumento, la normativa in esame sembrerebbe costituire il punto cardine, di riferimento, di una prospettiva generale. A fronte di ciò, le istituzioni europee si sono adoperate attraverso l’uso di forme di co-regolamentazione con soggetti privati, al fine di negoziare regole basi, di comportamento, la cui violazione diventerebbe oggetto di eventuali sanzioni. Stiamo trattando proprio gli ultimi interventi legislativi, europei, posti alla base del contrasto d’odio, evidenziando il forte impatto mediatico della modernità, che ben potrebbe contrastare la sensibilità e l’efficacia di un tema così inglobante.

La dimensione europea

Attestato che attraverso la comunicazione digitale le problematiche d’odio hanno trovato una dimensione più “comoda” in cui abitare, non sembrano esserci perplessità circa la sussistenza di interventi legislativi, sul fronte europeo, destinati a colmare la lacuna mediatica. Le caratteristiche comuni ai social network infatti sono tali da ingenerare una notevole moltiplicazione delle informazioni; a fronte di ciò, si palesa un significativo aumento di discorsi d’odio nella comunicazione online. Il 30 maggio 2016, la commissione europea ha adottato il Codice di condotta sulla lotta all’odio illegale online che, richiamando la co-regolamentazione di cui trattavamo prima, richiede l’adozione di norme comportamentali interne al fine di contrastare il fenomeno d’odio. In realtà, analizzando alcune disposizioni si evince che il testo sia molto più improntato sulla tempestiva rimozione social dei discorsi d’odio, piuttosto che sull’attitudine a garantire quel corretto bilanciamento, a noi molto caro, tra la categoria in esame e l’articolo Costituzionale. Una pronta risposta è arrivata, recentemente, dal Consiglio d’Europa che, in concomitanza con la riunione dei ministri degli esteri, ha incitato ogni stato membro dell’Unione ad operare leggi specifiche in grado, concretamente, di agire nei confronti del fenomeno, così tanto eterogeneo, dell’odio. A seguito di un crescente aumento del fenomeno in rete, coinvolgente ogni Stato membro, “i governi devono unire le forze per far fronte a questa complessa minaccia per le nostre società con misure che siano effettive e proporzionate”.La Raccomandazione prevede un giusto equilibrio giuridico tra diritto e divieto di discriminazione; azioni concrete verso espressioni non sufficientemente gravi da essere perseguite legalmente, e comportamenti, al contrario, suscettibili di condanna. L’ultimo orientamento che ci permette di idealizzare una concretizzazione verso una forma di proibizionismo, quella dei discorsi d’odio, tanto attesta e desiderata da ogni Stato, sempre in virtù della fondamentale opera di bilanciamento cui ogni ordinamento richiede.

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