Censura

Censura: tutela dell’utente o veicolo del pensiero unico?

A cura di Giulia Deledda, Vanessa Valente, Mattia Marexiano, Ilaria Dinale

Origini e storia

La censura – secondo il dizionario Treccani – è una forma di controllo sociale che limita la libertà di espressione e di accesso all’informazione, basata sul principio secondo cui determinate informazioni possono minare la stabilità dell’ordine sociale, politico e morale vigente. Attraverso questo meccanismo viene quindi esercitato un controllo autoritario sulla creazione e diffusione di idee e informazioni.

La censura può essere suddivisa in:

  1. censura religiosa, definita anche “blasfemia nelle religioni monoteiste. Nel mondo cattolico, l’esempio per antonomasia di questa pratica è l’Indice dei libri proibiti (1564), redatto in seguito al Concilio di Trento e abolito solo successivamente. Questo caso specifico ha cercato di limitare la libertà d’espressione in forma scritta mediante le sanzioni e le scomuniche attuate direttamente dal Sant’Uffizio.
  2. censura politica, che prende il via a partire dal XVII secolo nei regni dell’assolutismo francese e inglese che istituiscono tale pratica per tenere sotto controllo le opinioni contrarie a quelle del potere esecutivo. Questo tipo di censura può essere preventiva o a posteriori.

Nel corso del tempo, la censura e la libertà d’espressione sono state protagoniste di un continuo rapporto di negoziazione attraverso il quale le autorità hanno deciso ciò che può essere detto e ciò che invece deve essere represso. Quando questo controllo non viene esercitato dai tribunali preposti, la censura rischia di assumere forme sottili e sfumate. Il termine “censura” deriva dal latino censere, ossia dichiarare solennemente qualcosa e secondo le forme all’interno di un contesto religioso. In prima istanza è stata coniata l’espressione “censore” per indicare il magistrato responsabile del controllo dei censimenti dei cittadini e dei loro possedimenti. Questi dati hanno permesso di amministrare meglio l’intero sistema. Tali cariche – considerate estremamente rispettabili ai tempi dell’antica Roma – avevano il compito di operare su più fronti, ma l’incarico di controllo più significativo riguardava probabilmente la cura morum, ovvero i costumi e la moralità della collettività. A seguito di queste ispezioni sono stati inferti dei provvedimenti ai trasgressori mirati a punire lo sfarzo.

Si può quindi affermare che il termine “censura”sia il risultato di un giudizio molto severo che ai temi dell’antica Roma partiva dall’ufficio del censore e mirava a giudicare qualcuno in modo imperatorio. Ancora oggi, all’interno del panorama giuridico si possono trovare frammenti di questa pratica, in relazione agli interventi sui comportamenti scorretti che possano minare il buoncostume.

Citando la Costituzione (Art. 21 – Diritto di Espressione):

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“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

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A seguito dell’invenzione della stampa a caratteri mobili ad operadell’artigiano tedesco Johann Gensfleisch pur Laden (meglio noto comeGutenberg, dal nome della casa che gli diede i natali), la circolazione del sapere e delle idee è diventata un fenomeno pubblico e ha cambiato profondamente l’apparenza del mondo moderno. Tale rivoluzione ha però avuto delle ricadute pericolose nel contesto degli emergenti Stati Nazionali, che si sono ritrovati a fare i conti con una rivoluzione di portata incontrollabile, che ha rappresentato un grosso pericolo sia per il potere religioso che per quello politico.

La prima Legge organica sul copyright di cui si ha testimonianza è lo Statute of Anne (1710), emanato nel Regno Unito a controllo delle pubblicazioni e a garanzia dell’interesse economico delle autorità vigenti.

Tale statuto prevedeva[1]:

  1.   la concessione agli autori dellesclusivo diritto di stampare e pubblicare i propri libri per un termine di 14 anni incrementabile di altri 14 per le opere non pubblicate; di un termine di 21 anni per le opere già pubblicate prima dellentrata in vigore dello statuto.
  2.  lesclusivo diritto degli stampatori e degli editori (spesso lo stesso soggetto) di stampare e vendere i libri dei quali avessero acquistato i diritti dagli autori;
  3.  sanzioni per coloro che avessero contravvenuto alle regole dello statuto;
  4. la tutela era subordinata alla registrazione del titolo del libro nel registro della Stationers Company;
  5. i prezzi dei libri, se irragionevolmente alti, potevano essere calmierati;
  6. il deposito obbligatorio in alcune biblioteche.

World Press Freedom Index: la classifica mondiale sulla libertà di stampa

Reporters sans frontières (RSF) – 2022 Reporter Senza Frontiere – un’organizzazione non governativa nota al pubblico per il World Press Freedom Index, la classifica annuale sulla libertà di stampa nel mondoha portato avanti tale studio nell’anno 2022, analizzando lo stato attuale dell’informazione in 180 paesi. Per stilare i punti di tale approfondimento viene sottoposto un questionario di 123 domande divise in cinque contesti: politico, giuridico, economico, socioculturale e materia di sicurezza. I punteggi vanno da 0 a 100, dove 100 è chiaramente il risultato massimo ottenibile. Dal 2022, il funzionamento prevede inoltre la presa in considerazione della media dei punteggi ottenuti per ognuno dei cinque parametri. A seguito della definizione dei criteri cardine, dei 180 paesi censiti ben 12 paesi risultano sulla lista rossa – tra i quali spicca la Russia (155º posto). In cima troviamo invece il trio dei paesi nordici –Norvegia, Danimarca e Svezia.

La situazione in Italia

Nel 2022, l’Italia è risultata al 58° posto della classifica per la libertà di stampa: prima di lei la Macedonia del Nord, subito dopo la Nigeria e il Ghana. Il dato italiano, di per sé non confortante, è aggravato dal fatto che il Paese ha perso ben 14 posizioni rispetto all’anno precedente. Occorre tuttavia analizzare la classifica nel suo complesso per comprendere appieno le criticità del giornalismo italiano. Innanzitutto, è bene ricordare che i paesi partecipanti sono 180. Questo dato pone l’Italia ben al di sopra della metà della classifica. In secondo luogo, è indispensabile tenere presente il ruolo giocato dalla pandemia all’interno del circuito d’informazione. Difatti, il principale fattore che ha provocato lo scivolone in classifica dell’Italia è stato la sicurezza sul lavoro: nel Belpaese, la stampa e l’editoria sono ancora pesantemente influenzate da gruppi estremisti e mafiosi. Questo è ancor più vero alla luce degli attentati condotti da gruppi negazionisti o che militavano contro i provvedimenti anti-Covid adottati dallo Stato. Così, tacciati di cieco servilismo, molti giornalisti sono stati minacciati, insultati se non anche aggrediti. Questa è la principale causa della disfatta italiana in materia di libertà d’espressione. Nel complesso però, i dati raccolti disegnano uno scenario non idilliaco ma comunque abbastanza confortante. Non mancano tuttavia delle criticità, che è bene analizzare caso per caso:

  • Una pluralità conquistata da poco: un dato molto favorevole per il giornalismo italiano è la pluralità d’espressione, ossia la presenza di varie testate. La ricchezza dell’offerta giornalistica italiana non riguarda solo la carta stampata ma anche la televisione. Per quest’ultima però, si è raggiunta una vera molteplicità solo negli ultimi anni, grazie al passaggio al digitale terrestre: i cittadini hanno infatti potuto accedere ad altri canali d’informazione come, ad esempio, Sky Tg24 o Discovery, che hanno scalfito il decennale duopolio Rai-Mediaset. Proprio la Rai e la Mediaset rappresentano, per certi versi, il fardello giornalistico italiano. Da un lato c’è la Rai, una Tv di Stato parzialmente sovvenzionata dal canone che i cittadini italiani pagano annualmente. Proprio questo tipo di finanziamento induce molti a sostenere che questa emittente debba essere indipendente da fattori di audience: i programmi cioè, non dovrebbero essere tanto legati al gradimento del pubblico quanto a un’etica e a una linea editoriale di alto livello. Tuttavia, nella realtà dei fatti, la Rai – come qualunque altra emittente televisiva – ha sempre tenuto presente la risposta del pubblico, promuovendo programmi che rispondessero al gusto degli italiani, come ad esempio i talk show. Ed è proprio a causa di un talk show, Cartabianca, che è emersa la contraddizione di fondo dell’emittente televisiva pubblica. Nell’aprile del 2022, il programma ha ospitato Alessandro Orsini. Il professore della Luiss di Roma ha destato non poco scandalo per le sue posizioni critiche nei confronti della NATO  e della gestione europea del conflitto tra Russia e Ucraina, innescando una riflessione su ciò che fosse lecito dire in TV, ma soprattutto su ciò che fosse lecito dire in una TV pubblica, finanziata dai soldi dei cittadini. Dunque, da un lato si ha l’esigenza di fare audience, ma dall’altro si deve rispondere alla necessità di non sperperare i soldi pubblici in programmi poco curati ed edificanti. A tale proposito, derimenti sono state le parole di Alberto Barachini, Presidente della Commissione di Vigilanza Rai: “Per troppo tempo i talk sono stati realizzati in una sorta di finto contraddittorio fatto per rialzare gli ascolti. Il servizio pubblico non deve essere schiavo degli ascolti, è sul mercato ma non nel mercato. Gli ascolti devono essere di qualità, anche perché valgono di più[2]”. Dall’altro lato vi è poila Mediaset, una rete privata che deve vendere il suo prodotto e regolarsi in base alle leggi di mercato, all’audience e agli indici di gradimento. Tuttavia, soprattutto negli anni ’90, quest’emittente televisiva è stata protagonista di un palese conflitto di interessi, dato dal fatto che l’azienda fosse nelle mani dell’allora capo del governo Silvio Berlusconi. Lo scenario che si prospettava era dunque quello di una TV pilotata non solo dal mercato ma anche e soprattutto dal volere di un capo politico che aveva le facoltà, tramite le proprie reti, di “vendere” un’informazione parziale e faziosa.
  • Una linea editoriale troppo stringente: ogni giornale ma anche ogni programma televisivo segue una propria linea editoriale. Si tratta di una serie di norme che regolano la produzione dei contenuti e conferiscono un certo stile alla testata. Un qualsiasi giornalista, quindi, deve seguire tali regole per poter far parte di un gruppo, conformandosi alla linea seguita dal proprio giornale. Si tratta di una sorta di tacito contratto a cui, chi è assunto, aderisce e si impegna a rispettare. Tuttavia, questa è anche una forma di limitazione della libertà del giornalista, che dovrà adeguarsi al modus operandi della sua azienda.
  • Un’autocensura preventiva: uno dei problemi fondamentali del giornalismo italiano non è rappresentato da una censura arbitraria e calata dall’alto, bensì dall’autocensura. Molti giornalisti, infatti, si muovono in un’intricata rete di argomenti tabù e cercano di evitare determinate tematiche per due motivi principali: 1. Le leggi contro la diffamazione: i giornalisti aspettano ormai da anni una modifica delle leggi in materia di diffamazione, ad oggi molto severe: tale reato, oltre che con un’ingente ammenda pecuniaria, può essere punito con la reclusione. Va da sé che ogni giornalista preferisce evitare di pubblicare determinati contenuti piuttosto che incappare in lunghi e farraginosi processi. A ciò si aggiunge la precaria situazione economica di molte testate giornalistiche, che non si prendono più l’onere di imbattersi in processi e multe. Questo è ancora più vero per i giornalisti freelance, che vengono abbandonati dalla propria testata nel momento in cui vengono denunciati; 2. Minacce e querele intimidatorie: negli ultimi anni, le minacce e le aggressioni nei confronti dei giornalisti sono aumentate del 41%, un dato talmente preoccupante da mettere l’Italia sotto l’osservazione speciale dell’UE. Proprio da quest’ultima arriva una proposta di legge che rende illegali e punibili le querele temerarie. La querela temeraria è uno dei mezzi principali dei gruppi mafiosi per denunciare tutti quei giornalisti che trattano di argomenti scomodi. Denuncia che, giunti a processo, risulta totalmente infondata ma che nel frattempo procura non pochi problemi all’imputato. Si tratta di una vera e propria forma intimidatoria nei confronti del giornalista ma anche dei suoi stessi colleghi, che sono portati a scansare certe questioni.
  • Un giornalismo che non fa notizia: il problema della censura, dell’autocensura, delle minacce e dell’esistenza di gruppi eversivi e mafiosi che limitano la libertà di stampa dovrebbe di per sé fare notizia, invece in Italia questo non accade. Vi è infatti un certo disinteresse da parte della popolazione riguardo a quei temi legati alla libertà di stampa, forse perché non vi sono grosse limitazioni, o perché non provenendo dallo Stato, esse non costituiscono una forma grave di censura. Di conseguenza, non esiste una letteratura di denuncia che mette al corrente il cittadino sulle difficoltà radicate nel mondo del giornalismo.

La querelle sul caso Lavrov: cosa è giusto dire in tv?

Riguardo alla libertà d’espressione e di stampa nel panorama italiano, la puntata di domenica 1° maggio di Zona Bianca, il programma di Rete 4 condotto da Giuseppe Brindisi, ha presentato un caso emblematico. È stato infatti intervistato, per la prima volta in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina, il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Quest’intervista ha suscitato diverse critiche sia in Italia che nel resto d’Europa, non solo per la scelta da parte della trasmissione di invitare uno dei fedelissimi di Putin nonché una figura chiave del suo governo, ma anche per la metodologia con la quale questo colloquio è stato condotto. Nel corso del suo intervento, durato quaranta minuti, Lavrov ha fatto delle affermazioni piuttosto gravi: ha detto che le forze armate russe «hanno attaccato esclusivamente le infrastrutture militari», che le immagini di Buča non sono altro che una «messa in scena» e che il presidente ucraino Volodymyr Zelensˈkyj è a capo di un governo «nazista», ma anche l’artefice di un vero e proprio «genocidio». A queste forti affermazioni non è seguita alcuna replica, così Lavrov ha potuto esprimere le sue tesi senza troppe difficoltà o riserve, arrivando perfino a dire: «potrei sbagliarmi, ma anche Hitler aveva origine ebraiche». Le presunte origini ebraiche del Führer fanno riemergere un tema molto caldo, affrontato per la prima volta nei primi decenni del ‘900 dai suoi oppositori politici e considerato dagli studiosi assolutamente infondato. Oggigiorno, questa questione viene ripresa solo quando si vuole alludere al fatto che siano stati gli ebrei i principali responsabili dell’antisemitismo.

Le reazioni

Anche il premier Mario Draghi ha criticato l’intervista andata in onda su Rete 4. Per prima cosa ha detto che in Italia vige la libertà d’espressione anche laddove quest’ultima viene esercitata mediante affermazioni «aberranti», come quelle del ministro Lavrov, o addirittura «oscene», come la parte su Hitler. Al contrario, il Ministro degli Esteri russo appartiene a uno Stato in cui non esiste questo tipo di libertà. Ha poi continuato dicendo che non si può parlare di un’intervista, semmai di un comizio, dal momento che l’intervistato ha potuto discorrere per quaranta minuti senza essere mai contraddetto. È lecito, quindi, invitare in una trasmissione televisiva una persona che chiede di essere intervistata per un lungo periodo di tempo senza nessun contraddittorio? La domanda di Draghi fa emergere una questione molto spinosa: posto che il diritto alla libertà d’espressione è motivo d’orgoglio per il Bel Paese, in virtù di essa è consentito lasciar dire tutto e il contrario di tutto anche quando si cade in affermazioni oscene e aberranti? O sarebbe il caso di impedire alle televisioni di trasmettere questo genere di «comizi»? La Mediaset ha difeso il suo giornalista sostenendo che, per quanto le affermazioni di Lavrov siano state deliranti, hanno fatto conoscere al pubblico italiano le intenzioni del governo russo. Ma, come sempre, per assumere un punto di vista critico bisogna guardare agli altri, o per meglio dire, ai giudizi esteri relativi all’intervista-comizio andata in onda su Rete 4. Ed ecco che dalla Francia alla Spagna, dall’agenzia di stampa britannica Reuters alla Finlandia, vengono unanimemente criticate le scelte dei palinsesti televisivi e le modalità di conduzione delle trasmissioni di intrattenimento-informazione italiane. I punti comuni di queste contestazioni riguardano la scelta degli ospiti, la condiscendenza dei presentatori a opinioni spesso molto discutibili e, nel caso specifico della questione russa, i rapporti di certi partiti politici italiani con Mosca. Quest’ultimo punto mette in luce un argomento decisivo, quello della corruzione politica e giornalistica: a causa di scarse competenze sul tema della politica estera, nella maggior parte delle trasmissioni politiche italiane si crea un vuoto che si prova a colmare con ondate di disinformazione, talvolta determinate da giochi di partito.  Per indagare più a fondo su certe dinamiche legate all’intervista a Lavrov è intervenuto il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), al fine di ritracciare le ragioni per cui l’Italia offre a certe personalità la possibilità di inquinare il dibattito pubblico. Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir, interviste come quella di Lavrov mettono in pericolo la sicurezza del Paese, sia per il contenuto di certe affermazioni che per alcune dinamiche che vengono inevitabilmente messe in atto. Ad alimentare i timori riguardanti un piano d’intervista accuratamente stabilito dalla trasmissione di Rete 4 è stata invece la portavoce di Lavrov, Maria Zakharova, la quale ha dichiarato che «l’iniziativa di condurre l’intervista non è venuta dal Ministro degli Esteri russo, ma dai giornalisti italiani». Tuttavia, è ormai noto che le parole provenienti da Mosca possono essere soggette a manipolazioni continue, come dimostra l’intervista a Igor Volobuev, manager di Gazprom fuggito dalla Russia, il quale sostiene che le fake news sono dettate direttamente dal Cremlino e che i giornalisti russi sono pagati per diffonderle. Per questo, anche le parole della Zakharova potrebbero essere state manipolate. Quel che è certo è che interviste di questo tipo recano un grosso vantaggio alla Russia, patria della disinformazione, e che la qualità dell’informazione italiana oltre a essere molto discutibile, diventa sempre più pericolosa nel riscontro che ottiene sull’opinione pubblica e potrebbe creare molti problemi alla democrazia.

Conclusioni

Queste premesse non devono necessariamente portare a un tipo di informazione monolitica, parziale e sbilanciata su posizioni mainstream. Tuttavia, come hanno dimostrato i numerosi esperimenti condotti a partire dal 1985, esiste una sindrome chiamata hostil media effect per cui il soggetto attribuisce più peso e dedica un’attenzione maggiore ai dati che generalmente mirano a confutare la sua tesi. Diffondere tesi diverse da quelle popolarmente accreditate è quindi una strategia per attrarre il pubblico. Il rischio è certamente quello di cadere in un’informazione dettata da soli ragioni economiche, che diffonde notizie contrarie a quelle reali, non in ragione di dati più esaustivi ma semplicemente più attraenti. Quindi, posto che la libertà di stampa e di parola siano qualcosa di cui andare orgogliosi e che un esercizio pubblicamente incontrastato potrebbe diventare pericoloso, la responsabilità si trasferisce alla libertà dell’ente televisivo o dei vari giornalisti che definiscono il programma della trasmissione. Da lì passa poi ai cittadini e alla loro scelta sul tipo di informazione che intendono perseguire per costruire la propria opinione. Se le notizie venissero accuratamente filtrate, il pubblico seguirebbe meno i propri istinti e probabilmente qualcosa cambierebbe. Ne va della democrazia italiana, quindi vale la pena sforzarsi.

Censura e social network

In un mondo caratterizzato dall’iperconnessione, è quasi scontato che il tema della censura vada a toccare in molti punti il grande universo dei social network, sia perché essi sono non soltanto uno strumento di libera espressione e di comunicazione tra gli utenti, ma anche perché costituiscono una fonte d’informazione, coinvolgendo una vetrina di persone dalla fama più o meno estesa. Questo significa, sostanzialmente, che in un ambiente immateriale si ricreano le stesse dinamiche, virtuose o viziose, che caratterizzano la realtà. Hate speech, fake news, spam, materiale pornografico, truffe… sono moltissimi gli ambiti in cui i social network si fanno veicolo di contenuti spiacevoli o illegali, e altrettanti quelli in cui si vedono costretti a intervenire. Ecco che entra in gioco la censura, sacrosanta in moltissimi casi. È opinione verosimilmente condivisa che sia necessaria una politica di tolleranza zero nei confronti di insulti, discriminazioni, diffamazioni, ecc. Meno netto è invece il giudizio in merito a situazioni limite, che rappresentano purtroppo la stragrande maggioranza dei casi e in cui cade la scure della censura social. È in questi casi che iniziano a sorgere domande e dubbi: Chi è che stabilisce cosa è giusto o sbagliato? Come si traccia un confine netto tra black humour e razzismo? Quant’è facile verificare la veridicità di un’informazione? A questo proposito, Marco Martorana su Agenda Digitale spiega che:

«Anche i social fanno i conti con l’eterno confronto tra la necessità di bloccare contenuti offensivi o violenti e quella di tutelare la libertà di parola degli utenti che vedono queste piattaforme come luoghi in cui poter esprimere qualsiasi opinione in qualunque forma. In questo contesto, occorre partire da una premessa fondamentale che rende la questione della censura su Facebook o YouTube un argomento complesso: i social network sono gestiti da società private con un proprio regolamento e proprie condizioni. Questo significa che anche se lo strumento viene utilizzato dal cittadino di un paese di per sé libero, democratico e garantista, può comunque incorrere nella censura per le condotte tenute sul web. Le regole statali subentreranno tuttalpiù in caso di contenuti che integrano ipotesi di reato o facciano sorgere a vario titolo un diritto al risarcimento del danno causato a un determinato soggetto. Escluse queste ultime ipotesi, l’unico interlocutore in caso di cancellazione di post o account è il gestore del social stesso[3]».

Ma sono proprio le strategie di censura applicate dai social network a far discutere, perché spesso appaiono fumose o inefficaci. È intervenuta in merito la sociolinguista Vera Gheno:

«Le policy delle piattaforme sono molto grossolane per forza di cose, particolarmente per quanto riguarda lo hate speech. Per esempio, bloccano a livello lessicale senza tenere conto di contesto, intenzioni comunicative e interlocutori; se ricevono una marea di segnalazioni, prima bloccano e poi casomai controllano[4]».

La studiosa aggiunge poi che si tratta di una metodologia nel complesso molto poco democratica, ma questo non la stupisce affatto:

«Anche io sono spaventata dal fatto che la decisione di cosa far vedere e cosa no dipenda dalle superpotenze della rete, ma del resto, cosa ci aspettavamo? Rimango dell’idea che sia ora di educare seriamente all’uso della rete, perché non sarà vietando e nascondendo che ci sbarazzeremo dei complottismi vari e assortiti. Del resto, abbiamo permesso che si creassero queste superpotenze della rete (forse perché i governi hanno continuato a pensare ai social come un giochetto per lungo tempo); ora è oggettivamente un po’ difficile intervenire»[5].

Il dibattito, ampliatosi con l’aumentare del numero di utenti sui social network e, di conseguenza, della quantità di segnalazioni e ban, è stato protagonista delle pagine dei quotidiani in occasione di due recenti episodi di portata mondiale. In entrambe le situazioni si parla di Twitter, dal momento che è la piattaforma a maggior vocazione informativa e la più sfruttata dagli esponenti politici di ogni Paese per comunicare con il pubblico.  Il primo caso in ordine cronologico è quello che ha riguardato l’ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Nel gennaio 2021, il suo account @realDonaldTrump è stato definitivamente chiuso a seguito degli eventi di Capitol Hill. La decisione è stata comunicata dal profilo ufficiale di Twitter sulla piattaforma stessa, spiegando che si è scelto di procedere in questo modo «a causa del rischio di ulteriori incitamenti alla violenza[6]». A titolo esemplificativo sono stati riportati due tweet particolarmente controversi che avrebbero potuto «ispirare altre persone a replicare gli atti violenti che hanno avuto luogo il 6 gennaio 2021[7]». La reazione di Trump si è presto fatta sentire attraverso l’account ufficiale del presidente USA @Potus, paventando la possibilità di realizzare un proprio personale social[6], ipotesi diventata realtà il 21 febbraio 2022 con il lancio della piattaforma Truth. In questa occasione, la censura di Twitter ha assunto più che mai – sebbene questo potesse non essere il suo obiettivo principale, essendo l’incitamento alla violenza una violazione delle regole della community – una precisa connotazione politica, spaccando l’opinione pubblica fra i sostenitori della libertà d’espressione n’importe quoi e gli oppositori dell’esponente repubblicano. Ad ogni modo, la risposta di Trump – consistita nell’apertura di una propria piattaforma – non ha fatto che confermare la preoccupazione secondo cui i canali social si trovino nelle mani di superpotenti con interessi politici ed economici in grado di influenzare le opinioni o violare la privacy degli utenti. L’aspetto più preoccupante è che, nell’accettare le linee guida, sono gli stessi utenti a prestarsi volontariamente a questo rischio. Analoga la vicenda che ha interessato Vladimir Putin e altre 300 cariche istituzionali russe nei primi mesi del 2022. Twitter ha deciso di limitare i loro account in reazione alle restrizioni applicate dalla Russia «all’accesso a Internet mentre il Paese è coinvolto in un conflitto armato[9]». Già nelle settimane precedenti, il social network era intervenuto sui canali mediatici e politici filorussi bollando come fake la comunicazione dell’Ambasciata Russa in Regno Unito secondo cui il bombardamento del reparto maternità dell’ospedale di Mariupol sarebbe stato solo una messinscena.

Se da un lato Facebook e Twitter si fanno strumento di censura, dall’altro sono una risorsa informativa importante poiché riportano articoli e notizie eterogenee provenienti da ogni parte del mondo. È proprio questa la ragione che ha spinto la Russia a porre severe limitazioni o, in certi casi, a bloccare la fruibilità dei social network poco dopo l’inizio dell’”operazione militare speciale” in Ucraina[10].

Insomma, una questione tanto attuale quanto spinosa e controversa. Quelle stesse piattaforme, nate come la massima espressione della libertà di parola, in molti casi si fanno filtro o sbarramento. Se lo facciano a torto o a ragione è difficile stabilirlo.

Bibliografia e Sitografia

Alberto Barachini, Intervento sulla Relazione annuale Auditel, https://www.spreaker.com/user/4655942/barachini

BBC, https://www.bbc.com/news/world-us-canada-55597840

Alessandro Cappelli, Farsi riconoscere Come i giornali stranieri raccontano la propaganda filorussa nei media italiani, Linkiesta, 1 giugno 2022, https://www.linkiesta.it/2022/06/giornali-stranieri-propaganda-tv-italia/

Alessandro Cappelli, Masha e Orsini. Anche i finlandesi criticano la propaganda russa nella tv italiana, Linkiesta, 8 giugno 2022, https://www.linkiesta.it/2022/06/finlandia-propaganda-russia-tv/amp/

Caso Lavrov, Mosca attacca Draghi: “Intervista voluta dai giornalisti, i politici italiani prendono in giro i cittadini”, La Stampa, 3 maggio 2022, https://www.lastampa.it/esteri/2022/05/03/news/caso_lavrov_mosca_risponde_a_draghi_intervista_voluta_dai_giornalisti_i_politici_italiani_prendono_in_giro_i_cittadini_-3225375/

Censura, in GDLI, UTET. (https://massimedalpassato.it/censura-s-f/#:~:text=in%20GDLI%2C%20UTET.%20(-,Accessibile%20online,-).%0ACensura%2C%20Censores)

Censura sui social network: come funziona, chi colpisce e perché,  https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/social-network-e-censura-come-funziona-chi-colpisce-e-perche/

Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, L’Italia sotto osservazione per minacce e querele intimidatorie, Parlamento batta un colpo, https://www.odg.it/liberta-di-stampa-bartoli-nessuna-censura-ma-giornalisti-svolgano-il-loro-ruolo-di-mediatori/44126

Francesco Curridori, I vertici Rai condannano Orsini: ecco cosa è successo, Il Giornale, articolo dell’11 aprile 2022, https://www.ilgiornale.it/news/politica/orsini-i-vertici-rai-confermano-riprovevoli-sue-parole-2025494.html

Gloria Ferrari, Libertà di stampa: l’Italia sprofonda al 58° posto nella classifica mondiale, L’Indipendente, articolo dell’11 Maggio 2022, https://www.lindipendente.online/2022/05/04/liberta-di-stampa-litalia-sprofonda-al-58-posto-nella-classifica-mondiale/

Angela Giuffrida, Italy launches inquiry into Kremlin disinformation, 9 maggio 2022, https://www.theguardian.com/world/2022/may/09/italy-launches-inquiry-into-kremlin-disinformation

Cesare Giuzzi, La querela temeraria, l’ultima arma dei mafiosi per intimidire noi cronisti, Corriere della Sera, https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_agosto_11/querela-temeraria-ultima-arma-mafiosi-intimidire-noi-cronisti-7c018572-fa07-11eb-8ca9-234c5a5d119d.shtml

Gavin Jones, Italy launches security probe as tempers fray over Russians on TV, Reuters, 5 maggio 2022, https://www.reuters.com/world/europe/italy-launches-security-probe-tempers-fray-over-russians-tv-2022-05-05/

Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole: https://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/ruolo-social-media-liberta-parola-regole-esperti/

La censura, in Enciclopedia Treccani Online, a c. di Zaslavsky, Victor – Dizionario di Storia (2010).

Erika Lanthaler, L’Italia continua ad avere un problema con la libertà di stampa, ParmATENEO, articolo del 16 novembre 2021, https://www.parmateneo.it/?p=78117

Le molte critiche all’intervista a Sergei Lavrov, Il Post, 3 maggio 2022, https://www.ilpost.it/2022/05/03/critiche-intervista-lavrov-russia-ucraina-zona-bianca-rete-4/

David Puente, Come funziona e cosa dice la classifica sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders, Open, https://www.open.online/2022/05/05/reporters-without-borders-classifica-liberta-stampa-come-funziona/

Hanna Randall, Hitler: The Man, The Myth, The Misconceptions, 27 luglio 2021, https://holocaustlearning.org.uk/latest/the-hitler-misconceptions/

Christian Rocca, Biputinismo perfetto. La catastrofe civile e morale del dibattito pubblico italiano sull’Ucraina, 9 maggio 2022, https://www.linkiesta.it/2022/05/crimea-ucraina-russia-fake/

RSF, Index and Analyses 2022, https://rsf.org/en/country/italy

Russia vs social network, https://www.theguardian.com/world/2022/mar/04/russia-completely-blocks-access-to-facebook-and-twitter

Social network vs Russia: https://www.bbc.com/news/technology-60992373

Stop Ue alle querele temerarie contro i giornalisti: giudici potranno sanzionare gli accusatori, articolo del 2 luglio 2022, EuropaToday, https://europa.today.it/attualita/stop-ue-querele-temerarie-giornalisti.html

STATUTE OF ANNE, Jeremy Norman’s HistoryofInformation, https://www.historyofinformation.com/detail.php?entryid=3389

STORICA, National Geographic. https://www.storicang.it/a/gutenberg-rivoluzione-delle-lettere-metalliche_14678

Annamaria Testa, L’informazione neutrale non convince nessuno, Internazionale, 23 dicembre 2020, https://www.internazionale.it/opinione/annamariatesta/2020/12/23/informazione-social-network

Fabio Tonacci, L’accusa di Igor Volobuev, il manager Gazprom fuggito per combattere con gli ucraini: “Così creavamo la propaganda per il Cremlino“, la Repubblica, 8 maggio 2022, https://www.repubblica.it/esteri/2022/05/08/news/ex_manager_gazprom_fake_news_putin_guerra-348569231/

Twitter, https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/suspension

Giovanna Vitale, Lavrov su Rete4, Borghi (Copasir): “Il suo comizio in tv mette in pericolo la nostra sicurezza e aggira le sanzioni. Ora basta“, la Repubblica, 2 maggio 2022, https://www.repubblica.it/politica/2022/05/02/news/intervista_lavrov_rete4_russia_pd_enrico_borghi-347813810/

Note

[1] https://www.lapaginagiuridica.it/le-origini-del-diritto-dautore-e-la-censura/

[2] Intervento di Alberto Barachini alla Relazione Annuale Auditel dell’11 Aprile 2022, consultabile al sito https://www.spreaker.com/user/4655942/barachini

[3] Marco Martorana, Censura sui social network: come funziona, chi colpisce e perché, in «Agenda Digitale», 14 ottobre 2021, consultabile al link <https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/social-network-e-censura-come-funziona-chi-colpisce-e-perche/>.

[4] Franz Russo, Il ruolo dei Social Media nella società, tra libertà di parola e regole, in «InTime Blog», 11 gennaio 2021, consultabile al link <https://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/ruolo-social-media-liberta-parola-regole-esperti/>.

[5] Ibid.

[6] Twitter Inc., Permanent suspension of @realDonaldTrump, 8 gennaio 2021, consultabile al link <https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/suspension>.

[7] Ibid.

[8] L’intera vicenda è riassunta nell’articolo Twitter ‘permanently suspends’ Trump’s account, in «BBC News», 9 gennaio 2021, consultabile al link <https://www.bbc.com/news/world-us-canada-55597840>.

[9] James Clayton, Twitter moves to limit Russian government accounts, in «BBC News», 5 aprile 2022, consultabile al link <https://www.bbc.com/news/technology-60992373>.

[10] Maggiori informazioni sono contenute nell’articolo di Dan Milmo, Russia blocks access to Facebook and Twitter, in «The Guardian», 4 marzo 2022, consultabile al link <https://www.theguardian.com/world/2022/mar/04/russia-completely-blocks-access-to-facebook-and-twitter>.

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