Influenza della mitologia Greca nel Mondo

Influenza della mitologia Greca nel Mondo

Che io muoia cento volte, piuttosto che perdere te, mio dolcissimo sposo.
Perchè io ti amo, disperatamente, chiunque tu sia, ti amo più del mio spirito.
Amore e Psiche

Tutto ebbe inizio così: con un pensiero nato dal cuore, un sentimento diventato realtà, la continua ricerca della verità. Chi siamo? Chi ci ha creato? Perché siamo qui? Com’è iniziato tutto?

Per generazioni i popoli, alla ricerca della verità, si sono smarriti in un favoloso labirinto cosparso di poesia, fantastico e irreale. Non vi è nulla di strano nel fatto che questi popoli ne fossero affascinati se, a confermare la favola nella quale vivevano, vi erano le cose eterne e mobili della natura. Sentire nel fruscio delle foglie la dolce voce di una ninfa, scorgere nello scorrere dell’acqua un mondo incantato popolato da umide e muschiose creature, vedere nel cammino del sole la guida di un auriga immortale, non fu che il naturale evolversi della fantasia primitiva, che cercava nell’arte della propria immaginazione soluzioni a problemi spesso insolubili. Gli uomini scrissero e cantarono la meravigliosa e crudele storia del creato, ma fu principalmente la Grecia a saperne trarre la misteriosa poesia. Essa personificò il vuoto, il buio e il disordine caotico nel quale ciascun elemento giaceva inoperoso e da esso la Terra fu concretata nella forma e nella forma stessa ciascun elemento ebbe il suo ordine, la sua ragione, la sua vita. Ed ecco sorgere dagli elementi fondamentali le primordiali forze brute del mondo: giganti deformi, mostri spropositati e simboli infiniti del bene e del male. A mano a mano, nel corso di generazioni, la Terra si addolcì, si indebolì, si umanizzò. Dagli enormi giganti nacquero gli dèi, dagli dèi i semidei, dai semidei gli eroi e dagli eroi i comuni mortali, che posero fine alla favola e rimisero l’essere umano di fronte alla realtà delle cose. Sembra il ritmo di una sinfonia. La natura racconta a chi l’ascolta e con un linguaggio proprio la vita trascorsa, le lacrime versate e la gioia provata. Dal mito è nata la realtà che l’ha ucciso. Ne rimane pur sempre lo spirito, al quale ci si può accostare per cercare un balsamo alla sete d’irreale o vedere il solito vecchio mondo trasformato, come per incanto, in un teatro nel quale ciascuno degli elementi recita una parte che coinvolge e unisce tutti. Dalla Terra, attraverso l’intera gerarchia e fino all’ultimo figlio dell’uomo, si dipana un filo tortuoso che lega nella storia di un’unica immensa famiglia mari, cieli, piante, bestie, uomini e forze astratte[1].

Patria di eroi, poeti, filosofi, miti e leggende che hanno fatto innamorare, morire e glorificare i più importanti personaggi della storia, la cultura greca è diventata la culla della civiltà occidentale. La sua influenza è tale che la vita sulla Terra, nata dalla primordiale dea Gea, può essere prepotentemente ricondotta, anche a distanza di anni, alla cultura greca: la nascita del mondo, i nomi dei pianeti, la forza del vento, l’abbondanza della pioggia, la trasformazione degli esseri umani in eroi terreni sono solo una minima parte di ciò che è ormai intrinseco nella personalità e nell’interesse di migliaia di persone. Nel corso degli anni la mitologia greca è stata tramandata in forma orale e ha attraversato i libri per raggiungere le case cinematografiche e le televisioni di tutto il mondo. Ma partiamo dal mito: in principio c’era il Caos, miscuglio indeterminato di tutto ciò che esisteva. Da esso nacque in primis la Terra, che personificatasi diede vita alla sopracitata Gea. Quest’ultima creò il cielo con le stelle e le nubi: ciò in un solo essere chiamato Urano. Fra i figli del Caos vi erano anche Tartaro ed Erebo. Secondo Esiodo autore della Teogonia, l’opera che contiene questo mito – il Tartaro è il luogo più profondo della Terra, serrato da enormi cancelli di ferro, che dista dall’Ade tanto quanto la Terra dal cielo. In esso vennero esiliati peccatori leggendari o divinità indegne; da qui ebbe inizio la nascita degli dèi, che si susseguirono fino a creare una vera e propria stirpe. La maggior parte della popolazione mondiale vive oggi in metropoli caratterizzate da palazzi che sembrano toccare il cielo e nascondere, a causa dell’eccessiva illuminazione, parte dell’universo in cui viviamo: laVia Lattea. Sebbene non abbiano usufruito delle odierne tecnologie, nei secoli scorsi gli abitanti della Terra hanno avuto la fortuna di godere, nelle notti più limpide, della spettacolarità di questa galassia, considerata dagli antichi egizi “il Nilo notturno” sul quale navigavano gli dèi. Il popolo arabo, invece, considerava la Via Lattea Nhar di Nur, un “fiume di luce”, mentre i greci crearono un mito di grande bellezza sulle avventure di Zeus con belle e affascinanti donne mortali:

«Dalle sue tanti amanti Zeus aveva avuto da Alcamena un figlio [di nome] Eracle, poiché il padre degli Dei teneva […] alla sua prole, pensò ad uno stratagemma per donare al nascituro semidio l’immortalità. Mentre la moglie Era dormiva, le attaccò al seno il neonato così che il latte divino operasse in lui il miracolo. Il bimbo, tuttavia, era già miracoloso. Afferrò il seno di Era con troppa forza, svegliandola e facendo schizzare un fiotto di latte sulla volta celeste, dove da allora rimase ad indicare agli dèi e ai terrestri la strada per il palazzo di Zeus[3]».

Nei tempi antichi il latte rappresentava una delle bevande sacre: «Il latte può essere considerato una variante dell’acqua, origine prima dell’esistenza, collegato a quell’acqua vitale che è il sangue, sugo della vita; una variante del quale, a sua volta, è il seme fecondatore dell’uomo[4]».Nell’epoca in cui questo mito prese forma, il latte mescolato al miele era una bevanda usata in modo rituale dagli uomini per generare sensazioni di ebbrezza, visione e rapimento spirituale:

«Un cammino segnato dal latte è allora, in un senso immaginale, un metodo, una strategia di comprensione della realtà che rinuncia alle “certezze” più tardi fornite dalla scienza per recuperare la meraviglia e l’umiltà che per millenni hanno guidato i passi di coloro che hanno tentato di definire il proprio posto nel mondo[5]».

Nel corso degli anni, i miti dell’antica Grecia non si sono limitati a ispirare gli eroi dei comics americani ma si sono spinti fino al Sol Levante, influenzando notevolmente anche il mondo dell’editoria manga. Non è quindi un caso se in un colosso editoriale come One Piece, manga scritto e disegnato da Eichiro Oda in pubblicazione da più di venticinque anni, già si ravvisano chiare ispirazioni alla mitologia classica, a partire dalle sorelle Gorgoni, presenti nel mito di Medusa. La caratteristica di due di queste tre sorelle è infatti quella di potersi trasformare in serpenti, mentre l’ultima è in grado di pietrificare chiunque risulti attratto da lei. Vi sono poi altri riferimenti più o meno velati, come la presenza del Minotauro e della Sfinge nella prigione di Impel Down, che fungono da guardiani, il nome delle tre potentissime armi ancestrali ispirato alle divinità greco-romane (Pluton, Uranus e Poseidon) o la presenza del Re Nettuno (metà uomo e metà pesce) come sovrano dell’isola sottomarina degli uomini pesce.

Vi sono poi altre opere che molto più di One Piece affrontano e rielaborano la mitologia greca, adattandola al gusto contemporaneo e dandole spesso una nuova connotazione e dimensione. Chi può dimenticare C’era una volta…Pollon, l’anime degli anni ‘70/‘80 che ha come protagonista l’unica figlia di Apollo? Durante le sue avventure, la piccola Pollon incontra numerosi dèi dell’Olimpo, rivisitati in chiave moderna e fantastica, e viene spesso aiutata da Eros (il dio dell’amore, qui privato della sua dimensione divina ed eroica e trasformato in un personaggio comico) e dalla Dea delle Dee. L’autore, però, narra tutto in chiave umoristica, comprese le tragedie più tristi: gli dèi sono tutt’altro che perfetti e infallibili, risultano umani in tutto e per tutto, soggetti agli stessi vizi e alle stesse debolezze degli uomini: Apollo è pigro e scansafatiche, Zeus un donnaiolo alla costante ricerca di nuove scappatelle, Poseidone non sa nuotare nonostante sia il dio del mare, Era appare una donna perfida e sadica sempre intenta a spettegolare, Atena risulta antipatica e non piace a nessuno tanto da essere soprannominata la “vecchia zitella”, Ade è un uomo calvo e all’apparenza malaticcio. Il mangaka Masami Kurumada fa della mitologia greca uno dei punti fondanti del suo manga più noto, Saint Seiya (meglio conosciuto come I cavalieri dello Zodiaco), e adatta numerosi miti a questa vicenda. Tutto gira intorno ad Atena, qui mutata nella dea della giustizia (in origine sarebbe stata, invece, la divinità della guerra tattica, della sapienza e dell’intelligenza), al cui servizio ci sono alcuni dei Cavalieri di bronzo, protagonisti della storia. Questi ultimi sono protetti da particolari costellazioni, anch’esse ricollegate alla mitologia: il protagonista è Pegasus, che nel mito originale consegna lo scudo di Medusa alla dea Atena. Andromeda, figlia di Cassiopea, viene invece condannata da Poseidone a essere divorata da un mostro marino, mentre nella versione originale viene salvata da Perseo. In qualità di vittima sacrificale, la dea assume quindi una dimensione più tragica. Una delle opere che maggiormente si impegna nella ricostruzione delle figure mitologiche greche e, in particolare, in quella dell’eroe è il manga Record of Ragnarok (in originale Shūmatsu no Valkirye), che contrappone in un combattimento gli dèi, decisi a sterminare la razza umana, e gli esseri umani, pronti a difendere la propria esistenza. Questa competizione, nota come Ragnarok, fu concepita come l’ultima possibilità di salvezza del genere umano, che tuttavia non avrebbe avuto alcuna possibilità se non fossero intervenute le Valkirye, delle divinità favorevoli agli umani in grado di trasformarsi in armi mediante un patto chiamato völundr.

Gli dèi raggiungono una nuova dimensione ed è interessante notare come si riducano spesso a esseri infantili, che accettano di tenere il Ragnarok solamente per capriccio, volendo dimostrare a Brunilde, la valchiria che ha concesso agli umani un’ultima possibilità, di non avere paura dei mortali. Nell’opera compaiono molte divinità greche, ma quattro sono le più rappresentative: Zeus, il re degli dèi, è rappresentato come un vecchietto gracile che spesso si rende ridicolo; Ares è un energumeno senza cervello; Poseidone è freddo e arrogante, si considera perfetto e in grado di fare qualsiasi cosa senza l’aiuto di nessuno. Tuttavia, il personaggio greco meglio realizzato è Ercole: il più giusto fra gli dèi, pieno di onore e dignità, amante della battaglia in ogni sua forma, si mostra amorevole e altruista nei confronti degli umani, tant’è che il suo desiderio di proteggerli e salvarli supera di gran lunga la gravità dei peccati da loro commessi. In battaglia, Ercole affronta Jack lo Squartatore, è quindi interessante il confronto fra un semidio amato in egual misura da umani e divinità, e un assassino detestato e temuto da entrambe le parti. Nonostante la vittoria del secondo, l’eroismo del dio della giustizia riesce a cambiare totalmente il suo avversario e a guarire il suo inesauribile odio verso il genere umano.

Più di chiunque altro Ercole incarna la figura dell’eroe contemporaneo, così come spesso appare nelle serie manga e anime: un guerriero senza macchia e senza paura, pronto a tutto pur di difendere i suoi ideali e ciò che gli sta più a cuore. Rappresentativo è il fatto che, a differenza del mito originale, all’inizio Ercole è un comune essere umano, distintosi per le sue imprese ed elevato da Zeus al rango divino tramite l’ingestione dell’ambrosia.  Sono lontani i tempi in cui Dumas, nella prefazione al suo romanzo I tre moschettieri, teneva a precisare che «[…] nonostante i nomi in os e in is, gli eroi della storia che avremo l’onore di raccontare ai nostri lettori non hanno nulla di mitologico[5]». Robert Graves nell’introduzione alla sua opera I miti greci, già nel 1954, nota come i soggetti del suo studio siano diventati parte della nuova conoscenza contemporanea e si siano adattati alla cultura moderna anche grazie ai romanzi di Kingsley o di Hawthorne[6]. Nello stesso anno Moravia, nel suo romanzo Il disprezzo, racconta di una sceneggiatura in cui il protagonista è impegnato a scrivere su un adattamento “spettacolare” dell’Odissea:

«A questo punto, però, un dubbio sull’opportunità o meno di introdurre nel mio riassunto il consiglio degli dèi, durante il quale viene, appunto, discusso il ritorno di Ulisse a Itaca, mi fece sospendere il lavoro…Togliere il consiglio voleva dire togliere il sopramondo del poema, eliminare ogni intervento divino, sopprimere le presenze così amabili e così poetiche delle diverse divinità. Ma non c’era dubbio che Battista (il produttore) non avrebbe voluto saperne degli dèi, i quali gli sarebbero parsi nient’altro che inconcludenti chiacchieroni, indaffarati a decidere cose che potevano essere benissimo decise dai protagonisti. Quanto a Rheingold (il regista), quel suo ambiguo accenno al film psicologico non presagiva nulla di buono per le divinità: la psicologia, ovviamente, esclude il fato e gli interventi divini… Superflui, dunque, gli dèi perché né spettacolari, né psicologici…[7]».

Questo flusso di coscienza sembra molto lontano dagli occhi dell’uomo, ma col tempo è stato appurato che gli dèi sono creature spettacolari e psicologiche, e che il mito si è evoluto e adattato a nuovi canoni e forme, specialmente sotto la direzione delle aziende fumettistiche della DC e della MARVEL. Come spiega Adriano Ercolani in un interessante articolo, la presenza dei miti nel mondo supereroistico testimonia la sopravvivenza e il potere assunto dagli archetipi, dai cosiddetti “modelli originali universali” portati alla ribalta da Jung. Nello specifico, è possibile notare come l’archetipo nel mondo monomitico, seguendo il neologismo di Campbell, si sviluppi seguendo sempre il medesimo schema:

  • nascita misteriosa;
  • rapporto complesso con la figura paterna;
  • esilio e iniziazione;
  • morte e resurrezione;
  • ritorno e vittoria tramite un’arma acquisita durante il periodo di iniziazione.

Il nuovo mito è figlio del Superuomo nietzschiano e rappresenta la nuova consapevolezza umana, nata dopo la “morte di dio” (Superman), un uomo che riesce a esercitare la giustizia perché si trova al di là della stessa, ancora Nietzsche con “Al di là del Bene e del Male” (Batman). Proprio Batman, o meglio il contesto in cui il protagonista agisce, Gotham City, è paradigmatico rispetto alla figura dell’eroe moderno che, abbandonate le avventure di viaggio della mitologia greca, si inerpica tra le oscurità delle città moderne:

«Joyce anche lui interpretò l’Odissea alla maniera moderna… e nell’opera di modernizzazione… ebbe l’avvertenza di lasciare stare il Mediterraneo, il mare, il sole, il cielo, le terre inesplorate dell’antichità… Mise tutto quanto per le strade fangose di una città del nord, nelle taverne, nei bordelli, nelle camere da letto, nei cessi… Niente sole, niente mare, niente cielo… tutto moderno, ossia tutto abbassato, avvilito, ridotto alla nostra miserabile statura…[8]».

C’è poi l’archetipo femminile per eccellenza rappresentato da Wonder Woman, che richiama in primis Diana. Ancora, esistono uomini che ambiscono a diventare dèi attraverso il potere e la tecnologia, novelli Efesti come Iron Man, che nella sua “fucina tecnologica” viene coadiuvato dall’intelligenza artificiale J.A.R.V.I.S., che ricorda molto le fanciulle meccaniche costruitesi dal dio greco per farsi aiutare nel suo lavoro. I mondi comunicano, come comunicavano nel mito greco, e combattono insieme per il bene e la sopravvivenza, come Thor (ispirato agli dèi nordici), che viene scagliato sulla Terra e si innamora di una mortale che studia il cielo. Il mito, nell’accezione supereroistica, trova una sintesi nell’approccio psicologico, sviluppatosi da Jung in poi, e in quello molto più concreto, sociale, politico e finanche propagandistico, già presente nella tradizione ellenica ma anche in quella classica. L’eroe che probabilmente riveste più di tutti questo scopo è Capitan America, che fin dal suo esordio cinematografico (Capitan America. Il primo vendicatore, 2011) viene presentato come un novello Perseo munito di scudo, che deve scontrarsi con l’organizzazione terroristica nazista Hydra, che porta il nome del mostro combattuto da Eracle durante la sua seconda fatica. Capitan America e Teschio Rosso, comandante dell’Hydra, sono nati dalla stessa sperimentazione ma i due esperimenti hanno avuto esiti diversi, il primo è infatti diventato un eroe, il secondo un sanguinolento che richiama la figura di un altro Perseo, non eroe ma una sua versione mal riuscita, il Frankenstein di Mary Shelley. I supereroi del XXI secolo superano la visione pessimista verso la tecnologia e la scienza e, come raccontato dalla Shelley, possono sfuggire di mano all’uomo e porre come protagonista un Superuomo, figlio del talento scientifico di un uomo, Howard Stark, padre di colui che diventerà, come abbiamo visto, Iron Man. Com’è stato detto in precedenza, il mito greco nasce tra il IX e l’VII secolo a.C. ma si stabilizza con l’Iliade e l’Odissea di Omero, risalenti al periodo che va dall’VIII al VI secolo a.C., nel quale sono stati messi per iscritto numerose storie che prima venivano tramandate solo oralmente. Da quel momento in poi, queste due immense opere divennero i “sommi” modelli per molta della letteratura epica (e non solo) successiva. Si dice comunemente che i romani non erano culturalmente evoluti come i greci, essi infatti, a differenza dei greci, si concentravano sugli aspetti materiali per lo sviluppo della città e della civiltà, trascurando totalmente la letteratura e le arti. Una volta conquistata la Magna Grecia, però, questo popolo iniziò ad assimilarne la cultura (anche per non apparire inferiore ai greci da nessun punto di vista) e cominciò a interessarsi anche all’arte, alla poesia e alla letteratura, tanto che la prima opera letteraria scritta il latino è l’Odusia, la traduzione dell’Odissea effettuata da Livio Andronico nel III secolo a.C. Il concetto di “traduzione” di un’opera che avevano gli antichi romani era però differente rispetto a quello comune. Essi, infatti, non facevano la traduzione letterale di un testo ma traducevano riadattando e rielaborando l’opera. Utilizzavano questa strategia per due principali motivi: spesso in latino non c’erano le parole adatte per tradurre il greco e quindi si doveva correre ai ripari, inventando nuovi termini o facendo lunghi giri di parole. I romani, inoltre, non accettavano diversi aspetti della cultura greca; pertanto, il traduttore doveva rielaborare l’opera in modo che potesse essere accettata dagli stessi romani. Un esempio di questa ideologia è presente nel concetto dell’orrido e del sangue: i greci non amavano né l’uno né l’altro quindi questi elementi non venivano mai menzionati nelle loro opere letterarie. I romani, invece, amavano molto sia la violenza che il sangue, di conseguenza il traduttore era solito reinterpretare l’opera aggiungendo quello che assecondava il gusto romano.

Gli stessi romani, quindi, facevano dei “retelling del mito” senza saperlo!

Altri esempi di retelling del mito greco sono Le metamorfosi di Ovidio, Le metamorfosi di Apuleio e l’Eneide di Virgilio. In tutte queste opere viene ripreso il mito greco e rielaborato in modo da renderlo utile alla narrazione degli eventi di quel determinato periodo storico, così come avviene per i retelling contemporanei. Prendendo in esame La canzone di Achille di Madeline Miller (insegnante di greco e latino, nata a Boston nel 1978), uno dei romanzi che più sta spopolando tra i giovani e non solo, il libro racconta la storia d’amore fra Ettore e Achille seguendo fedelmente le vicende dell’Iliade di Omero. Leggendo il romanzo ci si rende immediatamente conto che l’autrice conosce molto bene la letteratura greco-latina ma è anche evidente che ha messo in atto una rielaborazione, al fine di rendere il romanzo più fruibile ai lettori e assecondare il gusto dei contemporanei. Tra l’altro, la Miller non è stata la prima a realizzare un retelling del poema omerico: Già in età imperiale, Publio Papinio Stazio prese come modello l’Iliade di Omero per scrivere la sua Achilleide, un libro incentrato sulla vita di Achille del quale ci rimane solo l’episodio di quando Teti, spaventata dalla profezia riguardante la morte del figlio durante la guerra di Troia, traveste Achille da donna e lo porta sull’isola di Sciro fra le dame di corte. Non è un caso che questo fatto venga ripreso e ben trattato anche dalla Miller nel suo romanzo. Ma perché i miti e i classici greci continuano a essere ripresi e rielaborati? Il mito greco è il classico per eccellenza e pullula di eroi, cattivi, divinità e muse che lo rendono spettacolare. Ai lettori di tutte le epoche piace leggere delle loro vicende e immedesimarsi nei vari personaggi. Questo lo rende il modello per eccellenza che si presta a essere rielaborato in un’infinità di modi diversi. Il mito greco, infatti, appare in diverse opere e in modi diversi:

  1. come passato glorioso da celebrare e in cui immedesimarsi;
  2. come luogo in cui ambientare nuovi racconti;
  3. come un insieme di luoghi, eventi e personaggi che fungono da repertorio che può essere preso e inserito in racconti e opere contemporanee.

Ed è proprio per questi aspetti che il mito (e i classici in generale) continueranno a essere usati e riusati all’infinito. Non moriranno mai perché il loro destino è quello di essere reimpiegati per raccontare storie nuove e sempre diverse, che altrimenti non avrebbero alcun senso di esistere, né in ambito letterario né artistico.

Bibliografia

P. Camporesi, Le officine dei sensi. Il corpo, il cibo, i vegetali. La cosmografia interiore dell’uomo, Garzanti, 1985, p. 60.

F. D’Andrea, Un mondo a spirale. Riflessioni a partire da Michel Maffesoli, Liguori editore, 2014, p. 24.

A. Dumas, I tre moschettieri, Feltrinelli, 2016.

R. Graves, I miti greci, Longanesi, 1992.

A. Moravia, Il disprezzo, Bompiani, 2017.

C. Rossi Collevati, Leggende e tragedie della mitologia greca, Gianni Monduzzi Editore, 1998, p. 11.

Note

[1] C. Rossi Collevati, Leggende e tragedie della mitologia greca, Gianni Monduzzi Editore, 1998, p. 11.

[2] F. D’Andrea, Un mondo a spirale. Riflessioni a partire da Michel Maffesoli, Liguori editore, 2014, p. 24.

[3] P. Camporesi, Le officine dei sensi. Il corpo, il cibo, i vegetali. La cosmografia interiore dell’uomo, Garzanti, 1985, p. 60.

[4] Ivi, p. 24.

[5] A. Dumas, I tre moschettieri, Feltrinelli, 2016.

[6] R. Graves, I miti greci, Longanesi, 1992.

[7] A. Moravia, Il disprezzo, Bompiani, 2017.

[8] Ivi.

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