Il percorso “clinico” dell’omosessualità

Il percorso “clinico” dell’omosessualità…tuttora in corso

Fino all’Ottocento provare desiderio verso individui dello stesso sesso era un problema principalmente religioso, che diventava materia legale quando al pensiero si aggiungevano gli atti sessuali – specialmente nei casi maschili. Ben presto i metodi diagnostici per il riconoscimento dei sodomiti divennero materia di trattati. Infatti, in Francia vennero pubblicate diverse osservazioni, tra cui quella di Ambroise Tardieu che chiariva quali fossero i metodi utili a distinguere gli individui passivi da quelli attivi, solamente basandosi sulla valutazione delle differenze anatomiche nei soggetti. In particolare, il suo pensiero prevedeva che, tra gli individui maschili, gli attivi avessero una forma del pene più appuntita e i passivi un ano “a forma di imbuto”. In questo modo, l’attrazione verso persone dello stesso sesso veniva accertata anche tramite lo studio dell’anatomia, coinvolgendo gran parte della sfera medica. Sebbene le suddette differenze anatomiche venissero interpretate come conseguenza del diverso pensiero sessuale delle persone, altri personaggi appartenenti al mondo scientifico invece le etichettavano come causa per il differente orientamento sessuale. Ferdinando Tonini, medico italiano, definiva le malformazioni anatomiche – come, ad esempio, l’ipertrofia del clitoride – un possibile fattore predisponete all’attrazione tra due soggetti femminili. Intorno alla metà del XIX secolo, comparvero nuovi termini per l’identificazione di persone attratte da individui dello stesso sesso; tra questi, “urningo” è sicuramente uno dei più importanti dato che la sua nascita viene attribuita a Karl Heinrich Ulrichs, assistente legale del regno di Hannover e tra i primi difensori dell’omosessualità. Ulrichs, da sempre attratto dagli uomini, pubblicò dodici volumi in cui espose la sua idea di amore e attrazione fisica tra i soggetti maschili. Lui stesso dichiarò di sentirsi appartenere a un terzo sesso o di essere un “urning” (urningo), ovvero una persona con psiche femminile in un corpo maschile. Le sue idee sposavano il concetto che il feto materno contenesse dei germi fisici e mentali in grado di determinarne il sesso. Solitamente, questi germi sarebbero stati allineati nel definire lo stesso sesso, ma in alcuni casi avrebbero potuto determinarne indipendentemente uno diverso; nel caso degli urninghi si sarebbero avuti germi mentali di un sesso e germi fisici di un altro. Nel 1868, Karl Maria Kertbeny, poeta e traduttore austro-ungherese, inventò i termini “omosessualità” ed “eterosessualità” descrivendone il loro significato proprio in una lettera inviata privatamente ad Urlichs. Al contrario di quest’ultimo, Kertbeny non credeva che gli uomini attratti sessualmente da altri uomini avessero delle menti femminili, né tantomeno che fossero “effemminati” nel comportamento. Nello stesso anno, lo psichiatra Wilhelm Griesinger, associò il desiderio sessuale tra individui del proprio sesso a una condizione congenita neuropatica. L’anno successivo, un suo allievo pubblicò due casi clinici riguardanti ciò che per la prima volta veniva chiamato “istinto sessuale contrario”. Tra questi, vi era quello di N., una donna che non riportava alcuna differenza anatomica riconducibile a un’alterazione del suo orientamento sessuale, ma che sin dalla nascita risultava attratta da persone del suo stesso sesso. L’idea che non fossero più delle malformazioni anatomiche a determinare l’orientamento delle persone, bensì una condizione congenita, prendeva sempre più piede. Nel 1878, Arrigo Tamassia, medico legale italiano, pubblicò un articolo intitolato “Sull’inversione dell’istinto sessuale” all’interno della “Rivista sperimentale di freniatria”, donando così alla comunità scientifica italiana il primo caso clinico di una nuova tipologia di disordine mentale, quella dell’inversione sessuale, caratterizzandola come una degenerazione e un disturbo psichiatrico. Non solo, Tamassia ebbe la capacità di catalizzare l’attenzione della medicina su una questione che solo qualche anno prima veniva spiegata come “condizione umana diversa dal normale”. Questo passaggio fu determinante per la patologizzazione dell’omosessualità in Italia e per l’inizio di un percorso che aprì la strada allo studio delle “psicopatie sessuali”. Inoltre, Tamassia chiarì come gli psichiatri e gli antropologi affermassero che sull’istinto sessuale influivano elementi come le passioni, le idee e molti aspetti della personalità, attribuendo così un significato molto più profondo a quello che precedentemente veniva considerato solamente una mera attività funzionale volta alla riproduzione della specie. Non solo, secondo il pensiero di Tamassia, persino molteplici malattie mentali sarebbero derivate dalle perversioni dell’istinto sessuale, definendo così, un nesso tra sessualità e patologia psichiatrica. Di lì a poco, la definizione di “sesso” cambiò nettamente. Di fatto, il sesso mutava da mera pratica funzionale a strumento per l’identificazione di tipologie di individui diversi all’interno della stessa popolazione. Ovvero, ciò che una persona amava fare all’interno della propria sfera sessuale diventava strumento per la rivelazione della natura della stessa persona. A tal proposito, notevole fu anche il contributo di Arnold Davidson che oltre a confermare l’idea della sessualità come veicolo per la conoscenza della persona, dichiarò che l’introduzione del concetto di inversione sessuale avrebbe posto le basi per comprendere la sessualità in epoca moderna. Così, la classe medica degli psichiatri cominciò a concentrarsi maggiormente sulle disfunzioni dell’istinto sessuale, sull’infanzia e sullo status psicologico degli individui.  Basandosi anche sugli studi di autori precedenti, l’idea di Tamassia era che le anomalie dell’istinto sessuale potessero essere divise in quattro gruppi:

  • mancanza assoluta dell’istinto sessuale;
  • esagerazione dell’istinto sessuale;
  • manifestazione dell’istinto sessuale al di là del tempo fisiologico;
  • tendenze all’appagamento dell’istinto sessuale in modo anti-fisiologico.

Riprendendo gli studi di Westphal sull’inversione sessuale, Tamassia sosteneva che l’ultima anomalia fosse una “vera forma di alienazione mentale”, mentre il collega la considerava più una parziale alterazione del sistema nervoso. Il disgusto verso il sesso opposto e l’istinto sessuale precoce, gli organi genitali sani e non modificati, erano indici per Tamassia di una forma completa di malattia mentale, riconducibile a espressioni nervose e psicologiche dei soggetti – evidenziate da Westphal stesso, come per esempio la depressione ereditaria. Il medico italiano concentrò la sua attenzione anche sulla dualità dell’inversione sessuale: da un lato si ha l’inversione psicologica di genere dove le proprie caratteristiche psicologiche non corrispondono al proprio sesso biologico, ed è considerato come l’elemento causale dell’insorgere della patologia; dall’altro lato si ha la preferenza di individui dello stesso sesso per soddisfare i propri istinti e i desideri sessuali. L’”invertito”, infatti, secondo Tamassia, è affetto da patologia mentale poiché “non possiede il primo elemento della normalità della mente, il senso cioè della personalità, o meglio il senso generale della propria esistenza”, e con la sua personalità invertita rispetto alla sua fisiologia (sesso biologico) instaura un dualismo su cui si basa la propria individualità. Il concetto di disordine mentale legato all’omosessualità era così radicato negli studi di Tamassia che poteva utilizzarlo come attenuante in ambito giudiziario per richiedere una riduzione della pena ai soggetti interessati, in quanto “non pienamente coscienti delle proprie azioni”. Questi studi ebbero ampio seguito in Europa e negli Stati Uniti, anche se ci si concentrò non più sull’inversione di genere – e quindi sul lato psicologico – ma sulla scelta dell’oggetto sessuale e sul perché l’istinto e il desiderio guidassero i soggetti verso individui dello stesso sesso.

In tutto il mondo e anche in Italia se ne cominciò a parlare sempre più frequentemente in pubblicazioni scientifiche, divenendo un argomento molto in voga tra medici e studiosi del tempo. La prima edizione del DSM-I (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) certificava l’omosessualità come un disturbo sociopatico della personalità, mentre, successivamente venne inclusa fra le parafilie (necrofilia, pedofilia, masochismo, sadismo, voyeurismo, travestitismo, esibizionismo). Nel 1968 l’omosessualità era considerata la prima fra le “sexual deviations” all’interno del manuale dei disordini mentali. Il percorso di depatologizzazione dell’orientamento sessuale ebbe inizio solo nel 1973, quando l’American Psychiatric Association eliminò la diagnosi di omosessualità egosintonica, accompagnata, cioè, da una totale consapevolezza e accettazione del proprio orientamento sessuale dal DSM, e mantenne soltanto la cosiddetta omosessualità egodistonica, contraddistinta da una mancata accettazione del proprio orientamento sessuale, e causa di disagio sociale e psichico. Quest’ultima venne eliminata dal DSM solo nel 1987. Il 17 maggio 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità depennò definitivamente l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.  Il 23 agosto 2013 anche il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (CNOP) dichiarò che quest’ultimi non avrebbero potuto prestarsi più ad alcuna terapia riparativa dell’orientamento sessuale di una persona, ma che avrebbero dovuto collaborare con i propri pazienti in caso di disagi relativi alla sfera sessuale, a prescindere dall’orientamento.

Soltanto nel 2016 la WPA (World Psychiatric Association) ha bollato le terapie riparative come “antiscientifiche, non etiche, inefficaci e dannose”, enfatizzando i danni collaterali di questi trattamenti a chi vi si sottopone. Tuttavia, una minoranza di psicologi, psichiatri e psicoanalisti continuano a considerare l’omosessualità come un disturbo o una forma di immaturità psichica. Alcuni, più semplicemente, ritengono che sia preferibile aspirare a un orientamento eterosessuale, status di “normalità”. Nel corso del tempo, pertanto, si sono diffusi in campo medico provvedimenti di tipo “correttivo”, che mirano a intervenire sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere di un individuo, frequentemente chiamati “terapie riparative”. Si tratta di approcci derivanti da estremizzazioni ideologiche e religiose, privi di fondamento nella ricerca empirica e nella letteratura scientifica. Tali modelli terapeutici hanno preso piede negli anni ‘90 e hanno ottenuto una visibilità internazionale grazie agli scritti del noto psichiatra americano, Charles Socarides, fondatore del NARTH (National Association for the Researche and Therapy of Homosexuality). Recentemente queste teorie sono state appoggiate anche da Joseph Nicolosi, psicologo clinico americano, ex presidente del NARTH. Secondo questi psicologi l’omosessualità maschile sarebbe causata da un disturbo di identità di genere che insorge durante lo sviluppo psicologico. Per Socarides la tappa fondamentale che causa l’omosessualità sarebbe data dal fallimento sui processi di identificazione primaria che si instaurano intorno ai tre anni; Nicolosi invece crede che il disturbo insorga durante l’adolescenza e che sia causato al fallimento dell’identificazione secondaria e della costituzione dell’identità sessuale. In entrambe le teorie un ruolo fondamentale sembrerebbe essere imputato al rapporto con i genitori; in particolare, secondo il primo autore una cattiva relazione con la propria madre potrebbe condizionare l’orientamento sessuale, mentre per Nicolosi la “colpa” dell’omosessualità di un individuo sarebbe da imputare al rapporto che ha questo con il padre. Nonostante la fama di queste terapie, la comunità scientifica ha smentito la validità di questi trattamenti. Nel 2009 l’American Psychological Association ha anche pubblicato un report dove analizza i disagi vissuti dai pazienti sottoposti a tali cure. In particolare, tale report ha evidenziato che:

  • Raramente queste terapie sono state in grado di modificare l’orientamento sessuale degli individui;
  • I trattamenti presentano effetti iatrogeni che potrebbero portare l’individuo ad avere impulsi suicidi;
  • Tali cure aumentano lo stress della crescita se sperimentate su bambini e adolescenti.

È da segnalare che queste operazioni violano il “Codice Deontologico degli Psicologi” che negli articoli 3 e 4 del Capo 1 afferma che lo Psicologo «in ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stesse e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. Lo Psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto, deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza». Inoltre, l’articolo 5 prevede che il ruolo dello Psicologo sia quello di allievare i tormenti di chi soffre per il proprio orientamento sessuale, mettendo da parte il proprio sistema di valori in modo da permettere all’individuo di esprimere la complessità dei propri conflitti interiori. In Italia il 5 settembre 2016 è stata presentata una proposta di legge per vietare l’esercizio di pratiche volte alla conversione dell’orientamento sessuale nei minori. All’articolo 1 la proposta di legge specifica in via preliminare la definizione di “conversione all’orientamento sessuale”, anche denominata “terapia riparativa”, che include ogni pratica volta a modificare l’orientamento sessuale, i comportamenti e le espressioni di genere di un individuo, nonché a ridurne l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi. L’articolo 2 cita le figure professionali a cui vietato applicare le terapie in questione su minorenni, e stabilisce le sanzioni pecuniarie e accessorie da applicare nel caso in cui la norma venisse violata. In particolare, qualora per le figure professionali di cui all’articolo 2, sia richiesta una specifica abilitazione da parte dello Stato, l’articolo 3 prevede la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione da uno a cinque anni. Ma la proposta di legge non è stata tutt’oggi approvata.

Marina Mastrangelo, Virginia Caso, Leonardo Bati, Vincenzo Martorello, Piervincenzo Lo Moriello

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