Multiculturalismo

Multiculturalismo

«Pelle bianca come la cera, pelle nera come la sera, pelle arancione come il sole, pelle gialla come il limone. Tanti colori come i fiori. Di nessuno puoi farne a meno per disegnare l’arcobaleno. Chi un solo colore amerà un cuore grigio sempre avrà1».

La vecchia Europa sta diventando l’epicentro di una profonda migrazione di popoli che giungono dall’oriente o dal sud del mondo per sfuggire alla morte, al dolore, alla fame o – più semplicemente – per ritrovare una dignità di vita ormai perduta.

Per trattare il tema del multiculturalismo è innanzitutto necessario identificare la funzione dell’uomo, generalmente concepito come un animale culturale che osserva un oggetto per poi comprenderlo, valutarlo e plasmarlo in base ai propri bisogni. L’essere umano è contemporaneamente fisico, psichico, biologico, culturale e storico, «[…] un animale non ancora costituito una volta per tutte. Egli è anche un essere che ritrova in sé il compito, e proprio per questo ha bisogno di un’interpretazione di se stesso, la quale interpretazione è sempre aperta […] egli dispone delle sue proprie predisposizioni e dati per esistere, egli assume un comportamento nei suoi propri confronti per necessità vitale, come nessun altro animale fa; egli non tanto vive, quanto, come è mia abitudine dire, dirige la propria vita2».

Oggigiorno risulta difficile capire il significato dell’espressione “essere umano” perché la gente appare poco interessata all’altro o a ciò che avviene nel mondo. Ciascuno dovrebbe invece impegnarsi a prendere coscienza della propria identità e di quella che ha in comune con gli altri. A questo proposito, Edgar Morin scrive che «i prodotti del cervello umano hanno l’aspetto di esseri indipendenti dotati di corpi particolari, in comunicazione con gli umani e tra loro […], le credenze e le idee non sono solo prodotti della mente, ma sono anche esseri mentali che hanno vita e potenza. Così possono possederci3».

In questo senso, la cultura non deve essere intesa – come riportato in una vecchia definizione elaborata da Tylor – come «quell’insieme complesso che comprende la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società4» ma come il vero patrimonio genetico dell’umanità, che rende l’essere umano un unico individuo.

Confucio sostiene che la natura degli uomini sia uguale per tutti e che a dividerli siano piuttosto i costumi. I costumi – così come le abitudini – non sono innati nella natura umana ma vengono indotti, pertanto possono variare5. In generale però, la politica, le credenze e l’educazione creano diversità fra gli uomini, classificandoli come ricchi o poveri, bianchi o neri, intelligenti o ignoranti. È proprio in questa direzione che si sviluppa la figura dello straniero; gli antropologi fanno infatti riferimento alla parola inglese weird, che letteralmente significa “strano”, per riferirsi a qualcosa che viene considerato diverso, insolito o anomalo e che nella cultura d’arrivo viene percepito come una minaccia o un ospite indesiderato.

Moni Ovadia6 sottolinea la fragilità di un paese sempre più incattivito, egoista e focalizzato sulle apparenze. Racconta che «l’origine di un uomo non è genealogica: è la ricerca dei pezzi di straniero che hanno fatto la sua identità. Di conseguenza io lo posso ritrovare nel mondo slavo che l’ha fertilizzato e che mi appartiene. Questa ricerca è tipica della mia gente. Heine e Kafka erano ebrei, tedeschi ed europei nello stesso tempo, senza che questo generasse contraddizione. Chi trova dolce la sua patria è un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie si è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo7».

La diversità diventa quindi una dimensione da comprendere e con cui convivere. La parola “multiculturalismo” rappresenta appieno quel principio che riconosce la diversità culturale in tutte le aree: persone di culture, etnie, lingue e radici diverse possono infatti coesistere in un unico posto e guardare al di là delle frontiere di razza, sesso ed età, senza intralciare la libertà altrui. Questo lemma nasce in Canada negli anni ’60 dall’evoluzione di “biculturalismo”, un’espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere e rendere maggiormente visibili il proprio idioma e le proprie tradizioni8. Tuttavia, il multiculturalismo è valido solo se favorisce la pace e l’equilibrio. In questi anni sono state invece delineate forti differenze culturali che hanno generato conflitti e sentimenti d’intolleranza. Si è notato, ad esempio, come la diversità culturale possa rappresentare una vera e propria barriera che impedisce la coesione interna e qualsiasi tipo di comunicazione fra persone e divisioni appartenenti ad aree geografiche diverse, generando così incomprensioni e frustrazione.

Come afferma il Presidente della Corte del Canada Dickson, «una società veramente libera può accettare una grande varietà di credenze, di gusti, di intenti, di costumi e di norme di comportamento e aspira ad assicurare a tutti l’uguaglianza nel godimento delle libertà fondamentali, che devono riposare sul rispetto della dignità e dei diritti inviolabili dell’essere umano9». In questo processo, la soluzione è data dalla capacità di comprendere la natura di tale diversità e di porre l’accento sulla massima valorizzazione e inclusione. Questa sfida, complessa e impegnativa, può essere vinta solo se si è disposti a cambiare la propria prospettiva naturale e a mettersi nei panni degli altri provando empatia. Per ottenere un contesto orientato al multiculturalismo è quindi essenziale ideare istituti che incarnino il “mosaico culturale” che compone la società. Non si tratta però solo di questo: bisogna comprendere anche l’origine di tali differenze e accettarle senza la pretesa di cambiare, ridurre o semplificare i gesti e la mentalità di una cultura diversa da quella di partenza.

Di fronte ad avvenimenti del genere, il museo si candida come educatore insostituibile per il riconoscimento della diversità naturale e culturale. Le numerose collezioni e i reperti archeologici testimoniano infatti le differenti forme di vita presenti nel mondo e rappresentano un prezioso strumento di conoscenza e riflessione sul legame esistente tra culture occidentali e orientali. Fino a pochi decenni fa, i musei italiani erano concepiti come dei meri contenitori di oggetti comprendenti la memoria del passato. All’interno di questi luoghi, inoltre, non era prevista né una narrazione né un’interpretazione della storia, solo la sua passiva esposizione. Oggigiorno, al contrario, si ritiene che i musei debbano essere un’istituzione attiva e presente sul territorio nazionale, al fine di tenere insieme identità locali diverse e frammentate.

È grazie all’UNESCO se sono stati mossi i primi passi verso l’inclusione culturale nei musei. L’espressione “interculturalità” compare infatti, per la prima volta, nel 1980 su una pubblicazione dell’UNESCO volta a rappresentare la politica della convivenza e della solidarietà attiva: una società può definirsi interculturale quando le differenti culture che la animano interagiscono in un rapporto di scambio reciproco finalizzato alla salvaguardia delle rispettive identità (UNESCO 1983). Il museo, quindi, è sicuramente uno dei canali attraverso cui è possibile realizzare una società interculturale. Il patrimonio presente in un museo non ha però valore in sé e per sé, in quanto prodotto culturale contemporaneo che acquisisce senso e importanza sulla base di criteri storici e convenzionali. Ogni patrimonio culturale possiede infatti un certo valore storico-artistico, politico ed economico: è per questo che le varie istituzioni museali devono impegnarsi a veicolare lo sviluppo della società a cui appartengono, al fine di tenere insieme identità locali e nazionali sempre più frammentate e diversificate. Un ruolo importante in tal senso è rivestito dai musei etnografici, che spesso contengono manufatti appartenenti a culture geograficamente distanti. Negli ultimi anni si sta infatti parlando di restituire il patrimonio culturale africano che, in epoca coloniale, è stato sottratto da diversi paesi europei. A tal proposito, nel 2018 il presidente francese Emmanuel Macron ha commissionato un report allo scopo di indagare sulle possibilità etiche e culturali relative alla circolazione e alla restituzione dei materiali sottratti ai popoli africani durante il periodo coloniale, sia in Francia che nel resto d’Europa.

È proprio dal confronto con il passato coloniale che nasce il Museo Italo Africano Ilaria Alpi, erede del Museo Coloniale di Roma, inaugurato nel 1914 e aperto al pubblico nel 1923 da Benito Mussolini. Questo museo deve essere concepito come uno spazio in cui interrogare la storia coloniale italiana, allo scopo di trovare nuove soluzioni narrative. In un momento storico in cui si sta discutendo molto sul concetto di cittadinanza e sui requisiti che portano una persona a possederne una, è inoltre interessante vedere quale posizione assume un museo in questo dialogo e in che modo esso intende ascoltare le popolazioni locali.

In che modo bisogna usare questo patrimonio ingiustamente sottratto per educare e integrare le comunità locali? È grazie al costante dialogo con il passato e l’interrogazione del presente che il MUDEC (Museo delle Culture) si pone come un laboratorio di riflessione su tematiche più o meno attuali, nonché come un’istituzione museale volta alla conservazione del patrimonio etnografico. In tal senso, l’arte dimostra come le culture non siano poi così diverse le une dalle altre. Lo spettatore – pur non essendo un abile intenditore – può infatti cogliere delle similitudini tra le varie civiltà. Ad esempio, l’usanza di coprire il capo femminile con un pezzo di stoffa, un velo, un fazzoletto o un mantello non è una prerogativa dell’Islam, ma risulta essere – da secoli – un’usanza diffusa in tutto il mondo e in tutte le culture, inclusa quella cattolica. A proposito della religione islamica, inoltre, Anna Vanzan sostiene che «non c’è un solo Oriente, così come non c’è un solo Occidente: se dobbiamo parlare di diversi modi di concepire l’Islam, allora dobbiamo prendere in considerazione l’idea che anche le risposte occidentali a questioni poste dall’Islam possono variare10».

L’idea di modernizzazione molto spesso è intesa come occidentalizzazione. Al tempo stesso, la cultura europea – erede dell’Illuminismo – è vista come l’unica strada possibile per il benessere umano. Questo tipo di sentimento ha ovviamente delle conseguenze: in Medio Oriente, ad esempio, la religione islamica è sinonimo di arretratezza. Ne è un esempio la visione della condizione femminile, molto spesso usata come metro di giudizio di eventuali cambiamenti. La donna “velata” è il simbolo mediatico di questa visione limitata. A tal proposito, Anna Vanzan11 racconta un aneddoto piuttosto esemplificativo riguardante una scrittrice marocchina, Fatima Mernissi, che durante una manifestazione letteraria organizzata a Venezia nel 2000, è stata contestata e accusata di presentare una visione idilliaca della condizione femminile in paesi come Iran, Indonesia e Marocco, solo perché aveva elencato i progressi raggiunti in quegli anni in vari settori della società.

La pluralità di culture e Paesi molto diversi tra loro viene ignorata nel dibattito pubblico. Questa pluralità viene però ripresa nell’anticipata questione del velo che, a seconda del contesto, è inteso in vari modi e assume diversi significati. Esistono diversi tipi di velo:

  • Hijab: ampio foulard che nasconde orecchie, nuca e capelli.
  • Chador: ricopre il capo e le spalle, arrivando fino a terra, ma lascia scoperto il viso, incorniciandolo sotto il mento. Si indossa sopra altri vestiti quando si esce di casa.
  • Niqab: lascia scoperti solo gli occhi.
  • Burqa: copre tutta la figura, incluso il volto, dalla testa ai piedi. Dispone di un tessuto traforato all’altezza degli occhi per consentire la vista.

Questi sono i più comuni ma esistono diversi tipi di veli, che vengono indossati anche in Occidente.

La donna “velata”, da salvare e far progredire, è stata una delle giustificazioni alla colonizzazione avvenuta tra il XVIII e il XX secolo. Quest’idea resiste ancora oggi seppur declinata in senso moderno e associata a una visione oppressiva dei meccanismi religiosi. Dagli anni Settanta ad oggi si è quindi assistito a una nuova diffusione del velo. In alcuni casi le donne si sono servite di questo indumento per affermarsi nella società ed entrare a far parte della sfera pubblica. Il velarsi non sempre è inteso come un’imposizione dall’alto: nella maggior parte dei casi appare infatti una scelta legata al ritorno delle religioni nella sfera sociale, avvenuto tra il XX e il XXI secolo sia in Oriente che in Occidente.

Un altro importante aspetto da considerare riguarda le donne musulmane non velate, generalmente ignorate dai media. Nel romanzo di Leila Djitli Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, la madre dice alla figlia diciassettenne: “Ti ho allevata nella religione, non nel segno… Si può vivere intensamente la propria fede senza ostentare segni tanto costrittivi ed essere perfettamente ipocriti. Prendendo il velo, riprendi pratiche abbandonate da due o tre generazioni”(Djitli, 2005: 94-95)12. In effetti, se si prende il Corano, la parola hijab, traduce i termini “tenda”, “velo” e “schermo” nell’accezione di “separazione spaziale, protezione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato”. Questo termine, nello specifico, appare sette volte all’interno del testo e mai come copricapo o, quanto meno, non è riportato alcun obbligo di indossarlo da parte delle donne. Per i musulmani la bellezza, quando non è ostentazione ma cura del corpo, non è contraria ai principi dell’Islam. Seguendo questo principio, negli ultimi anni sono nate diverse realtà di Islamic fashion. Bisogna quindi abituarsi all’idea di una pluralità di contesti, politiche, società, culture e scelte. Sempre più spesso indossare il velo sta diventando una libera scelta, che non deve essere affatto ignorata, così come non devono essere ignorati quei meccanismi di oppressione che derivano da scelte politiche che, in alcuni casi, non hanno niente a che fare con la religione islamica. Ed è questa pluralità di civiltà esistenti sulla Terra che mostra agli uomini cosa significhi essere degli esseri terrestri, globali, universali e umani. Dunque, «poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere particolarmente le parti13».

Note

[1] G. Rodari, La pelle, https://www.libriantichionline.com/divagazioni/gianni_rodari_la_pelle, consultato il 28.05.2022.

[2] M. Pollo, L’uomo come essere progettuale, culturale, simbolico e relazionale, in Animazione culturale, Elledici, 2002.

[3] E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

[4] U. Fabietti, R. Malighetti, V. Matera, Dal tribale al globale: introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori 2000.

[5] A. Nesti, Multiculturalità, pluralismo religioso, conflittualità. Prospettive, Firenze University Press, 2006.

[6] cantante, scrittore e attore italiano di religione ebraica.

[7] A. Nesti, Multiculturalità, pluralismo religioso, conflittualità. Prospettive, Firenze University Press, 2006.

[8] Multiculturalità e Multiculturalismo, http://www.corsodireligione.it/mondialita/mondialita_civitas_7.htm, consultato il 28.05.2022.

[9] G. Rolla, La libertà religiosa in un contesto multiculturale/La libertad religiosa ein un contexto multicultural, Revista Europea de Derechos Fundamentales, N. 18/2° Semestre 2011.

[10] A. Vanzan, La storia velata. Le donne dell’Islam nell’immaginario italiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2006.

[11] Ivi.

[12] R. Pepicelli, Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica,Roma, Carocci, 2018.

[13] Edgard Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

Bibliografia

U. Fabietti, R. Malighetti, V. Matera, Dal tribale al globale: introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori 2000.

E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, 2001.

Multiculturalità e Multiculturalismo, http://www.corsodireligione.it/mondialita/mondialita_civitas_7.htm, consultato il 28.05.2022.

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R. Pepicelli, Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica,Roma, Carocci, 2018.

M. Pollo, L’uomo come essere progettuale, culturale, simbolico e relazionale, in Animazione culturale, Elledici, 2002.

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A. Vanzan, La storia velata. Le donne dell’Islam nell’immaginario italiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2006.

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