Identità di genere

Identità di genere

La formazione sull’educazione sessuale che ci viene proposta nelle scuole e nella società è molto ridotta. Principalmente nel territorio italiano le rappresentazioni dei vari aspetti legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere sono scarse e talvolta inesistenti. Ci basti pensare che nella TV italiana i personaggi appartenenti alla comunità LGBTQ+ sono pochissimi e in altri contesti, come quelli politici, sono praticamente inesistenti. Il divario tra chi è estremamente rappresentato e chi non lo è affatto, determina un’ignoranza estrema verso ciò che riguarda le minoranze. L’ignoranza di determinati concetti porta alla creazione di parallelismi forvianti in grado solo di alimentare una distanza che più che essere ideologica, è mancanza di consapevolezza. La presa di coscienza di ciascuna delle componenti dell’identità sessuale permetterebbe una comprensione di ciò che l’essere umano è, nonostante, d’altra parte, si possa vacillare su delle convinzioni imposteci, neanche da noi stessi, ma dal sistema societas. È nel parlare comune all’interno della comunità che l’uso improprio di sostantivi crea distorsioni concettuali in grado di allontanare o, ancor peggio, creare disagio. Se il termine genere è oramai inflazionato, il problema si pone per il suo errato utilizzo come sinonimo di sesso, come se i due sostantivi fossero interscambiabili. Occorre fare un distinguo, perché sebbene sesso e genere rientrino sotto il macro ombrello dell’identità sessuale, essi sono concettualmente diversi. La citata identità sessuale, di fatti, è composta, oltre che da sesso biologico e identità di genere, anche da altrettanti due componenti: il ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Partendo con il definire il sesso, esso, sin dai tempi dell’antichità classica, è stato impiegato in questioni relative la medicina o la biologia e ancora oggi serve a indicare il sesso biologico, banalmente quello assegnato alla nascita. Tuttavia, anche qui non si può semplificare e affermare che le scelte possibili siano solo due, ovvero maschio e femmina. Nella realtà, la stessa natura è complessa e, tra i due poli esistono una marea di sfumature, come le persone intersessuali che hanno una combinazione variabile di cromosomi, genitali o caratteri sessuali secondari non identificabili né col maschile né col femminile. Il ruolo di genere è una sorta di copione sociale: rappresenta quell’insieme di regole e comportamenti riferibili al sesso biologico, inteso in modo binario. Rispetto a questa componente dell’identità sessuale, ciò che occorre è la flessibilità; infatti, riferendosi a norme sviluppatesi in contesti sociali, è la società educante che non deve essere rigida rispetto a tali comportamenti. La rigidità potrebbe essere portatrice di limitazioni sviluppatesi in seno a coloro che reprimono la propria identità dietro il ruolo impostogli da altri che non hanno saputo trasmettere sfumature su queste regole non scritte. L’orientamento sessuale, altro aspetto caratterizzante l’identità sessuale, è una predisposizione naturale e con esso si individua il genere da cui si è attratti. Un sondaggio elaborato internamente con un campione eterogeneo fornisce un quadro rispetto la percezione e la conoscenza dei temi di seguito trattati. A proposito dell’orientamento sessuale, viene chiesto agli intervistati se lo intendano o meno come una scelta: quasi il 25% di essi risponde in modo affermativo.

GRAFICO DOMANDA 8

Ciò evidenzia come persista l’idea della possibile modifica o correzione dell’orientamento sessuale. Le pressioni sui non eterosessuali per provare a cambiare tale propensione sono sfociate nella proliferazione delle “terapie riparative”, ben lontane da un approccio terapeutico e scientifico1 e, piuttosto, portatrici di devastanti conseguenze psicologiche per chi è costretto a subirle. Di seguito si definisce l’ultima componente dell’identità sessuale, ovvero l’identità di genere, spesso confusa idealmente con l’orientamento sessuale. Se quest’ultimo riguarda la sfera relazionale, la prima, che non sempre corrisponde con il sesso biologico, è la percezione del sé che si può riconoscere in un genere specifico (maschio o femmina) o in nessuno dei due o, ancora, in un genere collocato in qualche punto tra i poli opposti. Coloro che non stanno alle estremità dei generi sono i gender variant, gender non conforming, i transgender, i non binary o gender queer.
Ancora, l’APA definisce l’identità di genere come “il senso profondo e intrinseco di una persona di essere un ragazzo, un uomo o un maschio; una ragazza, una donna o una femmina; o un genere alternativo (ad es. genderqueer, gender nonconforming, gender neutral) che può corrispondere o meno al sesso di una persona assegnato alla nascita o alle caratteristiche sessuali primarie o secondarie di una persona.” Riassumendo e puntualizzando: l’orientamento sessuale riguarda l’attrazione, sia essa emozionale o sessuale verso altri individui, mentre l’identità di genere, che prescinde dall’anatomia e la fisiologia, concerne la percezione che ciascun individuo ha di sé stesso. A livello normativo il riconoscimento in Italia dell’identità di genere è avvenuto nel 2015 con la sentenza n. 221 della Corte Costituzionale, tramite cui la si è definita come “un elemento costitutivo del diritto all’identità personale rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”. Così facendo, non solo viene riconosciuta l’esistenza dell’identità di genere ma le viene attribuita anche dignità costituzionale rientrando tra i diritti fondamentali della persona garantiti dall’art.2 Cost. e dall’art.8 della CEDU. La Corte Costituzionale si è ribadita con la sentenza n. 180/2017 tramite cui ha confermato che “l’aspirazione del singolo alla corrispondenza del sesso attribuitogli nei registri anagrafici, al momento della nascita, con quello soggettivamente percepito e vissuto costituisca senz’altro espressione del diritto al riconoscimento dell’identità di genere”. Le sentenze n.221 e n.180 sono state essenziali per coprire un vuoto legislativo circa la capacità di autodeterminazione del singolo; tuttavia, la realtà italiana, mancante di un tertium genus nell’ordinamento, costringe, nei fatti, a una scelta il cui fine è la certezza giuridica del genere; sicurezza che rende relativo il diritto all’identità sessuale.

BINARISMO DI GENERE E FLUIDITA’ SESSUALE (CONSEGUENZE DEL NON RICONOSCIMENTO DEL BINARISMO)

L’ingenuità rispetto alla possibilità di riconoscere la sessualità fluida comporta l’idea che si metta in dubbio la propria sessualità. In realtà, la fluidità sessuale è un fattore comune all’essere umano e la sua accettazione è solo una presa di coscienza della natura degli esseri umani in quanto tali, ma non è detto che tutti la sperimentino.La fluidità sessuale2 viene definita come la capacità di flessibilità nella risposta sessuale che consente alle persone di sperimentare cambiamenti nella propria sessualità. Prendere coscienza dell’essere sessualmente fluidi significa un’apertura a ciò che può essere anche se ancora non è avvenuto; appunto, si tratta della disponibilità di rispondere alle esperienze a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Storicamente la nostra società è polarizzata, e ciò tende a ricondurre gli individui al costrutto binario del completamente maschi o completamente femmine; coloro che non si conformano a tale binarismo di genere [3] sono i non-binary e genderqueer (NBGQ) che non si riconoscono esclusivamente né nel genere maschile né in quello femminile ma in uno o più generi che oscillano tra questi, li attraversano e/o ne esulano completamente. Pertanto, se per alcuni transgender il malessere viene ricondotto al chiaro desiderio di appartenere al genere opposto seguendo lo schema del sistema binario, altri individui vivono un’inadeguatezza data dall’imposizione dell’insufficiente dualismo maschio/femmina che non riesce a cogliere le loro sfumature d’essere. Sono per l’appunto i non-binary che non si sentono rappresentati dal binarismo di genere perché non in grado di cogliere il proprio vissuto identitario; le persone NBGQ oscillano lungo lo spettro di genere e in qualsiasi momento possono identificarsi in un genere diverso (genderfluid), non identificarsi in alcun genere (agender), identificarsi alternativamente e/o simultaneamente con due, tre o più identità di genere (bigender, trigender, polygender) o vivere una molteplicità di generi (pangender). Sembrerebbe che siano gli individui non binary a soffrire maggiormente di minority stress [4]; difatti, la mancanza di sensibilizzazione sul tema non permette di avviare quel processo di elaborazione identitaria che permetterebbe la comprensione del sé: la necessità di rintracciare termini in cui ricomprendere la propria esperienza è il primo elemento di frustrazione ed è spesso un cammino laborioso e infruttuoso. A conferma di ciò, il recente studio di Burgwal et al. (2019) rileva nei partecipanti NBGQ una peggiore salute auto-percepita e condizioni di benessere peggiori rispetto alle persone transgender binarie. Attualmente, in Italia i non binary non hanno un riconoscimento legale. La lacuna fa sì che chi desideri cambiare nome e genere sui documenti debba seguire il percorso trans che consta di un trattamento ormonale e basa il cambio del sesso solo dal sesso femminile al maschile o viceversa. In tal senso, si obbliga la medicalizzazione e non vi è la dignità di scegliere una terza opzione di genere oltre al femminile e al maschile.

DISFORIA DI GENERE

In generale, quando si parla di identità di genere ci si riferisce a due macrocategorie: le persone cisgender e le persone transgender. Le prime sono gli individui il cui sesso biologico corrisponde alla propria identità di genere; le seconde sono coloro che non vivono questa corrispondenza tra le componenti e rappresentano un ombrello all’interno del quale rientrano i transessuali.

GRAFICO DOMANDA 7

Dal grafico è tangibile l’incertezza rispetto agli argomenti connessi all’identità sessuale: se il 30% degli intervistati ignora se transgender e transessuali siano sinonimi, un altro 20% è convinto che lo siano. Dati, questi, che sono esempio della confusione generata dall’uso improprio di determinati sostantivi e dell’assenza di visibilità sui più comuni canali di divulgazione di tali tematiche, capaci di incoraggiare non solo la conoscenza ma anche approfondimenti personali. Come precedentemente anticipato, transgender è un ombrello sotto cui si raggruppano le identità di genere non allineate con il sesso biologico assegnatogli alla nascita; quando l’incongruenza tra le componenti viene accompagnata da stress, malessere o sofferenza, allora si parla di disforia di genere 5 . Legado tale dizione al quesito del sondaggio, i transessuali sono coloro che, sperimentando disforia di genere, decidono di modificare il sesso biologico col fine di allinearlo alla propria identità di genere.

GRAFICO DOMANDA 6

Viene chiesto, inoltre, tramite il sondaggio una definizione di disforia di genere: il 66% degli intervistati non sa fornirla e del restante che risponde affermativamente, solo la metà riesce poi a dare realmente una spiegazione. In tal senso, la difficoltà interpretativa e descrittiva per le tematiche in oggetto è simbolo della complessità che si avverte a livello sociale per la definizione di ciascun individuo. La comprensione dell’identità sessuale, come si è detto, è complessa, ciò nonostante, il tentativo costante di ridurre tale complessità, insieme al continuo utilizzo, improprio ma semplificatore, degli stessi termini, limita la conoscenza. Più nello specifico, viene diagnostica la disforia di genere nel momento in cui sono rilevati i seguenti criteri:

·    Una spiccata incongruenza tra il genere espresso da un individuo e il genere assegnato della durata almeno di sei mesi che si può manifestare con un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie, o con la convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici del genere opposto (o comunque un genere alternativo diverso da quello assegnato) o con il desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie dell’altro genere o con il sogno di appartenere al genere opposto, o con l’idea di essere trattato come facente parte del genere opposto (o comunque un genere diverso da quello assegnato);

·      La condizione viene associata a una sofferenza clinicamente significativa o a una compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Inoltre, si sottolinea come la disforia di genere si esprima in modalità differenti a seconda dell’età e del sesso biologico del soggetto. In età infantile la condizione di disforia può essere espressa attraverso dichiarazioni di malcontento rispetto al sesso biologico e tramite manifestazioni di volontà di appartenere al sesso opposto; con il crescere, si possono notare delle difficoltà nell’instaurare rapporti soddisfacenti con i coetanei del medesimo sesso e conseguente isolamento e possibile rifiuto scolastico. Suddetta condizione può venir enfatizzata dal ripetersi di situazioni derisorie dovute da comportamenti ed espressioni estetiche lontane da quel copione sociale precedentemente descritto. Arrivare alla diagnosi di disforia di genere è fondamentale per evitare l’insorgere di altre diagnosi concernenti problemi di salute mentale, come ad esempio disturbi di ansia, depressione, abuso di sostanze, disturbi alimentari, tentativi di suicidio.
Nel 2019 il Trevor Project pubblica una ricerca, effettuata su un campione di 35mila persone tra i 13 e i 24 anni che vivono negli Stati Uniti, sulla salute mentale delle persone analizzate sviluppando i seguenti risultati:

Prendendo in analisi i due grafici si evidenzia come la disforia di genere porti ad avere una maggiore propensione verso un peggioramento della salute mentale, nello specifico per quanto riguarda ansia, depressione e suicidio. Il Trevor Project ha, inoltre, cercato di comprendere se tra i tentativi di suicidio e alcuni aspetti della vita delle persone trans/non binarie (ad esempio utilizzo di pronomi sbagliati da parte delle altre persone), ci fosse un legame. Il campione utilizzato per tale analisi è lo stesso dell’analisi precedente: 35mila persone di età compresa tra i 13 e 24 anni che vivono negli Stati Uniti. Il risultato ottenuto mostra le percentuali di persone in analisi che hanno tentato il suicidio nell’anno precedente all’indagine:

–           Il 25% non ha potuto modificare il proprio genere anagrafico.

–           Il 19% non aveva in programma di modificare il proprio genere anagrafico.

–           L’11% ha modificato il proprio genere anagrafico.

–           Il 13% viveva insieme a soggetti che rispettavano i loro pronomi d’elezione

–           Il 19% viveva insieme ad altri individui che non rispettavano i loro pronomi d’elezione e altri che invece lo facevano.

–           Il 24% viveva insieme ad altri individui che non rispettavano i loro pronomi d’elezione.

Come è possibile notare dai risultati ottenuti in questa seconda indagine del Trevor Project, il tentato suicidio aumenta nel caso in cui, le persone trans o non binarie, si trovino in condizioni per le quali la loro identità viene invalidata. Accade quindi, che si ha un’elevata probabilità di tentare il suicidio se non è possibile modificare il proprio genere anagrafico e se si vive in contesti in cui la propria persona e il proprio essere non vengono rispettati. Preso atto della DG, il trattamento che ne segue non mira a cambiare il modo in cui l’individuo si sente nei confronti del suo genere, ma tenta di far affrontare il disagio avvertito tramite il dialogo con specialisti; il supporto psicologico dovrebbe, oltre che seguire l’evoluzione del bambino/adolescente, condurre al riconoscimento dell’accettazione della propria identità di genere. Oltre al parlare con uno psicologo, altre vie intraprese riguardano il cambio di nome, lo stravolgimento del vestiario, l’assunzione di medicine o il sottoporsi a interventi chirurgici per cambiare il proprio aspetto. In effetti, in presenza di una forte e persistente disforia di genere si inizia un intervento farmacologico per sospendere, o quantomeno, posticipare lo sviluppo puberale; tale azione è intrapresa anche con il fine di temporeggiare: si vuole giungere a un’età in cui ci sia maggiore consapevolezza sulle decisioni da intraprendere per la riassegnazione del sesso. In questo caso, la continuità di disforia di genere apre ad una terapia ormonale cross-sex6 (testosterone per le femmine e estrogeni per i maschi) in seguito a cui, avendo sperimentato il genere affermato (il c.d. real life test), si può considerare la riassegnazione chirurgica del sesso.

IL PERCORSO DI TRANSIZIONE: PROSPETTIVA PSICOLOGICA, ORMONALE E CHIRURGICA

La legge 14 aprile 1982 prevede che il processo per la rettificazione e attribuzione del prezzo sia suddiviso in due fasi:

1.     La prima fase ha inizio con la presentazione dell’istanza al Tribunale della zona di residenza da parte della persona che intende cambiare sesso.

Attraverso un proprio legale si dovrà richiedere l’autorizzazione all’intervento chirurgico per poter adeguare i propri caratteri sessuali.Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria, emetterà una sentenza di autorizzazione per l’adeguamento dei caratteri sessuali attraverso l’intervento chirurgico.Con la sentenza che autorizza al trattamento medico chirurgico per la riconversione del sesso, la persona interessata potrà rivolgersi alla struttura ospedaliera prescelta per richiedere gli interventi chirurgici.

2.     La seconda fase avviene in seguito all’effettuazione dell’intervento chirurgico e ha lo scopo, una volta accertato l’avvenuto cambiamento di sesso, di far ordinare al tribunale le rettifiche anagrafiche.

Soltanto in questa fase la persona interessata potrà ottenere il cambiamento di stato anagrafico attraverso il quale i documenti d’identità verranno modificati per sesso e per nome. Come possiamo notare da quest’analisi, la legge n. 164/1982 regola solo il momento finale del percorso di transizione, cioè la rettifica chirurgica del sesso. In realtà però, il percorso è corredato da una serie di fasi precedenti e necessarie, non disciplinate dalle norme e, di conseguenza, rimesse a numerose verifiche e autorizzazioni richieste dalla prassi. In questo modo la persona non è dotata di forme di tutela: ad esempio, le valutazioni negative sulle verifiche di controllo da parte dell’equipe medica impediscono di poter accedere al cambio di sesso e sono inappellabili: l’interessato può solo cambiare consulente o ricominciare il percorso in altra sede, dovendo di nuovo, in molti casi, sostenere spese ingenti. I centri in cui avviene questo processo presentano problematiche non indifferenti. In primis sussistono delle differenze territoriali per quanto riguarda il prezzo del trattamento: nonostante il percorso previsto dai protocolli medici sia in gran parte fornito a titolo gratuito, in alcuni centri si richiede il pagamento di una somma predefinita per ogni seduta dallo psicologo e per ogni visita dall’endocrinologo. Inoltre, i centri sono solo dodici in tutto il territorio, imponendo così alle persone trans di spostarsi dal proprio territorio di riferimento con costi non indifferenti. Le tempistiche molto lunghe previste dalle linee guida e la scarsità di endocrinologi specializzati sul suolo nazionale spesso portano le persone trans a iniziare autonomamente la cura ormonale. Infine, le cure ormonali richiedono l’assunzione di farmaci specifici che non sono sempre dispensati dal SSN. Negli ultimi anni sono stati sviluppati degli approcci per accompagnare le varie esperienze di varianza di genere nei periodi di infanzia e di adolescenza. Ad oggi ne vengono praticati due: watchful waiting e il modello affermativo. Nel caso del watchful waiting (letteralmente aspettare prestando attenzione), si tratta di un approccio con il quale si riconosce e accetta l’identità di genere dichiarata dalla persona senza giudicare; ha come obiettivo quello di ridurre le difficoltà presenti, sostenendo lo sviluppo naturale dell’identità di genere senza andarla ad indirizzare verso alcun esito preciso. Per quanto riguarda il modello affermativo, si tratta di riconoscere la varianza di genere e agire sul contesto che circonda il soggetto; si va ad agire quindi su un percorso di transizione sociale, non solo in casa ma anche nel contesto scolastico. L’American psychiatric association (Apa) individua quattro ambiti in cui si può affermare il genere di persone trans/non binarie: sociale (possibilità di cambiare nome di interazione con gli altri individui), legale (richiesta di cambio nome e indicazione del genere sui documenti), medico (assunzione di ormoni e/o farmaci che bloccano la pubertà) e chirurgico. In età prepuberale, l’associazione, raccomanda di limitarsi ad intervenire in ambito sociale e legale. Siccome i percorsi di transizione non hanno obiettivi finali prestabiliti, è possibile che non tutti i percorsi si svilupperanno in tutti e quattro gli ambiti.

INTERSESSUALITA’: SIGNIFICATO E APPROCCIO

Nella sigla LGBTQIA+ la I sta per intersessuali (o intersex) e sono persone nate con caratteristiche biologiche atipiche in quegli aspetti del corpo legati al sesso. Queste atipicità possono riguardare genitali esterni o interni ma anche cromosomi sessuali, parti del DNA e ormoni. Dunque non rientrano nelle varianze di genere o nell’orientamento sessuale ma le loro battaglie si sviluppano sui protocolli medici con cui vengono seguiti durante i loro percorsi. Lo spettro dell’intersessualità comprende sessanta variazioni inserendo anche le più rare; tra queste abbiamo la sindrome di Morris. Su quest’ultima si è incentrato il TedTalk del 2018 di Emily Quinn, presentatrice televisiva e attivista per le persone intersessuali. Quinn ha la sindrome di Morris che prevede la presenza di cromosomi XY, tipicamente maschili, ma è insensibile agli ormoni che prevedono lo sviluppo nei primi mesi di vita del feto dei genitali maschili, per tale motivo ha un corpo dall’aspetto femminile ma senza utero e con i testicoli interni al posto delle ovaie. Nel 2000 la biologa Anne Fausto-Sterling effettuò una stima della presenza delle persone intersessuali nel mondo, pari circa all’1,7% della popolazione, circa 100 milioni di persone. Nel 2005 le associazioni di pediatria endocrinologica Lawson Wilkins pediatric endocrine society e la European society for pediatric endocrinology iniziarono a utilizzare per le condizioni delle persone intersessuali l’espressione “disturbi dello sviluppo sessuale” (disorders of sex development). Se ci si focalizza sul fatto che la condizione delle persone intersessuali derivi da come si viene percepiti dall’esterno in base ai canoni sociali – e nessuno di noi conosce i propri cromosomi, ma lo si presume dalle nostre caratteristiche sessuali che sono visibili – si comprende che questa condizione non è altro che una convenzione medico-sociale. Nel 2000 venne fatta una stima da Anne Fausto-Sterling dove risultò che tra il 1955 e 1998 sono state operate ai genitali lo 0,1 e lo 0,2 per cento delle persone che presentavano atipicità visibili dalla nascita. Tutt’ora accade che queste operazioni avvengono appena dopo la nascita dei bambini che presentano atipicità sessuali. La scelta di effettuare le suddette operazioni ai bambini spetta alle loro famiglie che spesso non hanno gli strumenti tali per poter prendere una decisione informata. Le famiglie si affidano al parere medico, spesso autorizzando le operazioni e non tenendo in considerazione le conseguenze che ne derivano, quali l’infertilità, i problemi di incontinenza e la perdita di sensibilità sessuale. La scelta della medicalizzazione è causata dagli stereotipi sulle identità sessuali così come avviene per omofobia e transfobia. Data la precoce decisione presa dalle famiglie, può capitare che una persona intersessuale scopra di esserlo durante gli anni adolescenziali o in età adulta come può non saperlo mai.

COME L’ITALIA AFFRONTA IL TEMA DELL’IDENTITA’ DI GENERE

«Appena si parla di noi, si parla di teorie del gender. Ci hanno disumanizzato. Non si parla di persone ma di teorie. Noi siamo persone con bisogni concreti ma i nostri corpi non sono previsti. Siamo un problema». Christian Leonardo Cristalli, presidente dell’associazione Gruppo Trans di Bologna, non usa mezzi termini per parlare della situazione delle persone transgender in Italia. L’ Italia nel 2008 iniziò a occuparsi delle varianze di genere in età infantile e adolescenziale con la nascita dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig). I centri italiani per minorenni che fanno parte dell’Onig sono sette, a cui se ne aggiunge uno a Roma che però non prende parte dell’Onig. Considerando l’intera nazione, come dice Damiana Massara, psicoterapeuta e coordinatrice della commissione minori dell’Onig, ci sono intere aree scoperte. Questo è dovuto al fatto che non esistono mandati istituzionali che riconoscano la necessità di avere centri in ogni regione. Il percorso effettuato all’interno dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere prevede diverse tappe. Si ha un primo incontro che avviene con le famiglie durante il quale si raccolgono le prime informazioni sul bambino, viene poi spiegato l’approccio che verrà utilizzato durante il percorso nel centro per poter raccogliere il consenso informato dei genitori o dei tutori, necessità legale per procedere. Successivamente si ha una fase di analisi per confermare o non confermare la presenza di una sofferenza legata alla varianza di genere. Se viene confermata si prende in carico di procedere con il percorso di affermazione. Come spiega Massara, ogni percorso dipende dall’età. Sotto i 12 anni la presa in carico si sviluppa con l’accoglienza, la comprensione, l’inserimento sociale e la possibilità che queste persone vivano la loro identità senza interferenze e/o aggressioni esterne. L’età è una variabile rilevante da tenere in considerazione poiché è possibile che lo sviluppo atipico della varianza di genere sia transitorio e può attenuarsi durante la crescita. Nel 2013, secondo l’ultima edizione del Dsm, la varianza di genere può diventare persistente e strutturata tra il 2,2% e il 30% dei bambini con genere maschile assegnato alla nascita e tra il 12% e il 50% nei bambini con genere femminile assegnato alla nascita.  Il periodo dell’adolescenza segna un periodo di complicazioni per gli individui aventi varianze di genere, perché il corpo si sviluppa in direzione opposta alle aspettative legate alla propria identità e ciò causa sofferenza intensa che può compromettere lo sviluppo sereno degli individui. Per tale motivo si ha la possibilità di andare a bloccare temporaneamente lo sviluppo del corpo in età puberale assumendo i cosiddetti bloccanti della pubertà. Questi agiscono sul sistema endocrino con azione temporanea e reversibile e sono già utilizzati in altre pratiche legate alla pubertà precoce; l’assunzione di tali farmaci è consigliata dopo la comparsa dei primi cambiamenti fisici e quindi a partire dai 12 anni. Dai 16 anni invece, è possibile accedere alla terapia ormonale, attraverso la quale si svilupperanno caratteri sessuali secondari affermando l’identità di genere desiderata. In Italia il percorso chirurgico non viene autorizzato fino al compimento della maggiore età, salvo alcune sentenze che l’hanno autorizzato a persone con età vicina ai 18 anni. Il posticipare qualsiasi intervento sino all’età adulta può rivelarsi una scelta dannosa per gli individui, che sviluppano maggiori livelli di ansia e depressione e una maggiore possibilità di rischio al suicidio. L’ordinamento giuridico italiano si è dotato, con sorprendente anticipo rispetto ad altri Paesi Europei, di una legge che consente, con una procedura giudiziaria, la possibilità di richiedere e ottenere la modifica del sesso attribuito alla nascita nei registri anagrafici: la Legge n. 164 del 14 aprile 1982. La persona che intende cambiare sesso ha la possibilità di richiedere un incontro a una delle strutture o delle Associazioni che tutelano la salute e il benessere delle persone transessuali e transgender, fornendo loro anche un supporto psicologico, al seguito del quale si offre la possibilità di avviare il processo alla riconversione del sesso, compiuto da un’équipe psicologica ed endocrinologica. Solo al termine di questo percorso si potrà avanzare domanda al Tribunale competente per ottenere l’autorizzazione alla riassegnazione del sesso e al cambiamento del nome.Le persone trans esperiscono livelli sproporzionati di stigma nel corso della loro vita a causa della non conformità di genere. In particolare, esse sono spesso considerate socialmente pericolose e pertanto emarginate e costrette a vivere in condizioni di particolare disagio. Questo isolamento, unito alla difficoltà di trovare lavoro, le rende particolarmente fragili e vulnerabili di fronte agli episodi di violenza di cui sono vittime. Il primo luogo della violenza può essere la scuola, soprattutto nei casi in cui il percorso di transizione inizi durante l’adolescenza. Nel contesto scolastico, le persone sono spesso vittime di bullismo a sfondo transfobico da parte di compagni, senza trovare ascolto dal personale docente che talvolta non è adeguatamente preparato a fronteggiare casi di estrema complessità. Ma al di là degli episodi di bullismo, è lo stesso contesto scolastico ad essere spesso impreparato ad accogliere una persona in transizione, non impedendo forme di marginalità sociale. Un altro frequente luogo di violenze è la famiglia, che non accetta la condizione transessuale o transgender del proprio membro, e costringe la persona a lasciare il tetto genitoriale. Fuori dalle mura domestiche ci si scontra però con il pregiudizio e la discriminazione e con la sostanziale impossibilità di trovare un’occupazione. Private, dunque, del sostegno della famiglia e respinte dal mercato del lavoro, molte persone sono costrette a lavorare in strada, cadendo spesso nella trappola del crimine. Nel nostro Paese si parla sempre più spesso della carriera alias, una soluzione proposta al fine di garantire agli studenti transgender il riconoscimento della propria identità di genere. Si tratta di un profilo burocratico, alternativo e temporaneo, attraverso il quale un nome scelto sostituisce il nome anagrafico presente sui documenti ufficiali. La procedura non ha comunque alcun valore legale al di fuori della scuola; essa serve soprattutto a tutelare l’ambiente formativo ed evitare il misgendering, ovvero l’uso di termini che fanno riferimento al sesso biologico e non all’identità di genere in cui si riconosce l’individuo, rischiando di essere offensivi. Concretamente, nuovi indirizzi mail sono stati assegnati nelle università, mentre nelle scuole superiori il nome richiesto compare nei quadri dei voti, nel libretto e nel registro elettronico. Purtroppo però non esistono linee guida ministeriali nella scuola per regolare la procedura e, di conseguenza, non esiste una modalità di accesso univoca: ogni istituto ha un suo metodo, poiché si tratta di un servizio interno. Secondo universitrans.it gli atenei pubblici che hanno attivato la carriera alias sono 32 su 68. La prima università è stata quella di Torino, seguita dalla Federico II di Napoli e da Bologna. Una decina invece le scuole superiori che hanno approvato il profilo burocratico. Per quanto riguarda l’intersessualità non esistono protocolli che regolano il trattamento medico, ma tutto dipende dal personale medico con cui le persone intersessuali si interfacciano. Non è mai stata riconosciuta una violazione dei diritti delle persone intersessuali a livello normativo e nel DDL Zan le discriminazioni che vengono subite dalle persone intersex non sono espresse chiaramente. Da uno studio qualitativo di Nicole Braida è risultato che nel 2011 gli interventi chirurgici effettuati in età precoce venivano applicati in diversi ospedali in base alle scelte del personale medico. Nel 2014 alcuni protocolli di diversi ospedali prevedevano di intervenire chirurgicamente su persone intersessuali anche solo per questioni estetiche se si trattava di bambini appena nati. Ad oggi c’è stato un cambiamento in positivo a favore dell’accettazione delle condizioni delle persone intersessuali da parte del personale medico che cerca di convincere i genitori a non accedere direttamente alla medicalizzazione, ma di attendere l’età adulta dei soggetti interessati e comunicare con loro, durante la crescita, utilizzando termini neutri e non stigmatizzanti.

PROSPETTIVA COMPARATISTICA

EUROPA

In tutta l’Unione Europea le procedure di tipo giudiziale per il riconoscimento legale del genere sono caratterizzate da eccessiva formalità, oltre che dal difficile processo necessario per accedervi. Inoltre, in paesi come la Finlandia o la Repubblica Ceca, per accedere al riconoscimento legale del genere possono essere necessari requisiti medici, essendo talvolta necessario sottoporsi a operazioni chirurgiche, trattamenti ormonali e sterilizzazione per poter ottenere il cambio di genere sui documenti ufficiali. Infatti, solo in sette Stati membri le persone trans in età adulta possono essere riconosciute nel loro genere preferito senza l’obbligo di soddisfare requisiti medici, di stato civile o di età.Per quanto riguarda l’accettazione di queste persone nella società, esse sono esposte nei settori più vari a frequenti discriminazioni, violenze e molestie. Nonostante le fonti di diritto primario dell’Unione Europea non stabiliscano esplicitamente il diritto all’identità di genere, quest’ultimo è stato riconosciuto:

–  Dal diritto secondario Ue in modo parziale, attraverso il divieto delle discriminazioni basate sul sesso: la garanzia è però fornita solo nei confronti di chi intende sottoporsi o si è sottoposto ad un’operazione di riassegnazione del sesso, estromettendo, di conseguenza, le persone trans che invece non decidono di sottoporsi a tali trattamenti chirurgici.

–    Seppur non vincolanti per gli Stati membri, alcune risoluzioni del Parlamento Europeohanno dichiarato esplicitamente l’importanza dell’identità di genere all’interno dell’Unione Europea.

–      Dalla giurisprudenza della Corte EDU, con una sentenza che ha chiarito il confine creato dall’articolo 14 della Convenzione, comprendendo in esso anche questioni relative all’identità di genere; in aggiunta, una sentenza della corte EDU ha stabilito che, ai sensi dell’articolo 8 CEDU, è illegittimo porre l’infertilità come requisito essenziale per ottenere il cambio di genere.

Per ciò che concerne l’analisi della situazione attuale, purtroppo la comunità LGBTIQ è ancora oggetto di discriminazioni in numerosi ambiti, soprattutto quello lavorativo. Inoltre, per le persone trans è ulteriormente difficile entrare nel mondo del lavoro, poiché soggette a discriminazione in base all’identità di genere e alle difficoltà comportate dai documenti che non corrispondono all’identità di genere. La Commissione vuole guidare l’UE verso un’Union of Equality, per la quale è di fondamentale importanza che il diritto UE sia in grado di garantire protezione alla comunità LGBTIQ contro la discriminazione. Nonostante siano stati mossi i primi passi verso un’uguaglianza sostanziale, il diritto europeo è scarno e ancora inadeguato per far fronte alle necessità della comunità trans. Gli Stati membri, liberi di adottare – o di non farlo – disparati approcci nei confronti del diritto all’identità di genere, conferiscono al panorama europeo un aspetto frammentato. In particolare, la Francia ha da poco adottato una legge che introduce come reato penale la pratica di “terapie di conversione” per modificare l’orientamento sessuale di una persona, la cui pena arriva fino a tre anni di carcere e 45 mila euro di ammenda. La problematica sorge perché in seguito all’approvazione di questa legge, un medico non potrà più rifiutarsi di effettuare una transizione richiesta dal minore o dai genitori, né potrà effettuare un consulto psicologico per valutare se l’operazione sia o meno adeguata al caso concreto. In Spagna invece, la Ley Trans – che tra i suoi obiettivi aveva quello di riconoscere giuridicamente l’identità di genere – è stata bocciata dal Parlamento. Nel 2015 per la prima volta, viene approvata a Malta una legge che vieta gli interventi che modificano le caratteristiche sessuali delle persone senza il loro consenso informato. Da quel momento anche altri paesi hanno adottato delle leggi per normalizzare le condizioni delle persone intersessuali, nello specifico il Portogallo e la Germania. Per concludere, assicurare il diritto all’identità di genere significherebbe proteggere la comunità trans da violenze fisiche e psicologiche e assicurare a essa una normale integrazione nella società di oggi, rimuovendo gli ostacoli burocratici e sopperendo alle lacune giuridiche. Purtroppo possiamo constatare come il diritto UE, non sapendo dare una risposta uniforme e decisa in merito alla questione, ne esaspera l’incertezza.

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA

Diamond M. Sesso e genere sono differenti: identità sessuale e identità di genere sono differenti. Psicologia clinica infantile e psichiatria. 2002;7(3):320-334. doi: 10.1177/1359104502007003002

Persico Gloria. “Bisessualità e dintorni.”Il sottile confine dell’identità sessuale”(2004).

Gagnon, J.H., & Simon, W. (1973). Sexual conduct: The social origins of human sexuality. Chicago: Aldine

Silvaggi, Marco. “ASPETTI PSICOLOGICI NELL’ADOLESCENTE OMO-SESSUALE.” Istituto di sessuologia clinica di Roma

https://www.apa.org/pubs

Lorenzetti, A. “Il cambiamento di sesso secondo la Corte costituzionale: due nuove pronunce (nn. 180 e 185 del 2017).” Studium Iuris 4 (2018): 446-454.

https://www.cortecostituzionale.it/default.do

Rumiati, R. (2010). Donne e uomini: [si nasce o si diventa?].

Tornese, G., Di Grazia, M., Roia, A., Morini, G., Cosentini, D., Carrozzi, M., & Ventura, A. (2016). Disforia di genere e dintorni. Medico e bambino, (7), 437-444.

American Psychological Association. “Guidelines for psychological practice with transgender and gender nonconforming people.” American Psychologist 70.9 (2015): 832-864.

Rigobello, L., & Gamba, F. (Eds.). (2016).Disforia di genere in età evolutiva. Sostenere la ricerca dell’identità di genere nell’infanzia e nell’adolescenza: Sostenere la ricerca dell’identità di genere nell’infanzia e nell’adolescenza. FrancoAngeli.

Scandurra, Cristiano, Fabrizio Mezza, and Vincenzo Bochicchio. “Individui non-binary e genderqueer: Una review critica su salute, stigma e risorse.”La camera blu. Rivista di studi di genere 21 (2019).

Diamond, Lisa M. “Sexual fluidity in male and females.”Current Sexual Health Reports 8.4 (2016): 249-256.

Burgwal, Aisa, Gvianishvili, Natia, Hård, Vierge, Kata, Julia, Nieto, Isidro García, Orre, Cal, Smiley, Adam, Vidić, Jelena, & Motmans, Joz (2019). Health disparities between binary and non binary trans people: A community-drive survey. International Journal of Transgenderism, 20, 218-229.

Dentato, Michael P. “The minority stress perspective.” Psychology and AIDS Exchange Newsletter 3 (2012).

https://www.linkiesta.it/2022/04/transgender-italia/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: