Impatto ambientale Dieta Vegana

Una dieta verde: analisi sull’impatto ambientale della dieta vegana

Al giorno d’oggi è sempre più frequente l’adozione di regimi alimentari vegetariani e vegani. Si contano oltre 375 mila vegetariani nel mondo. La pratica completa, tuttavia, si estende anche ai vegani che, uniti ai primi, ammontano a 1 miliardo di tutta la popolazione globale.

Documentari influenti come Cowspiracy e What the Health hanno puntato i riflettori sull’industria intensiva della carne e dei latticini con i relativi impatti sulla salute umana e animale e sull’ambiente in generale.

Ciò ha portato l’opinione comune a credere che sarebbe opportuno convertirsi integralmente a un regime alimentare vegano o quantomeno vegetariano, così che possa pesare di meno a livello ambientale rispetto a una dieta con alimenti derivanti dagli animali; ma è proprio così?

L’impatto demografico

È un dato di fatto che la popolazione mondiale continui ad aumentare. Secondo le Nazioni Unite saremo 9,8 miliardi nel 2050 e 11,2 nel 2100. Più persone sul pianeta significa più cibo necessario: il consumo sempre maggiore di carne dei Paesi sviluppati e il crescente aumento di questa tendenza nei Paesi in via di sviluppo rende il modello attuale assolutamente non sostenibile sul lungo periodo.

I numeri della carne

Più carne significa infatti più terra dedicata alla coltivazione dei vegetali necessari a nutrire gli animali allevati prevalentemente in modo intensivo. Questo comporta un importante consumo di acqua e crescenti emissioni di metano nell’atmosfera. La carne è fonte di poche calorie a fronte di un vasto spreco di risorse: circa l’83% dei terreni coltivati del nostro pianeta sono utilizzati per produrre carne e latticini, che però forniscono solo il 18% circa delle calorie necessarie al nostro sostentamento. Uno studio sulle emissioni di metano da parte del bestiame (in particolare dei bovini) afferma che essi “hanno contribuito in modo importante ad aumentare i livelli di emissioni di metano dal 2007” e, secondo la FAO, “l’allevamento contribuisce alle emissioni di gas serra per il 14,5% delle attività umane.”

Waterfootprint dichiara che per produrre un chilo di carne di manzo servono 15.400 litri d’acqua, per un chilo di burro ne servono 5553. Per produrre le verdure i numeri si riducono. Occorrono 353 litri d’acqua per un chilo di cetrioli, 237 per un chilo di insalata, 214 per un chilo di pomodori. Siamo di fronte a due grandezze estremamente diverse, tanto che sembra quasi scontato che essere vegani, o almeno vegetariani, sia l’unica via per nutrirsi sfruttando il minor numero possibile di risorse.

https://infogram.com/water-footprint-1hd12ygoxzxx2km

E se il mondo diventasse vegano?

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, se tutti diventassimo vegani avremmo:

  • Riduzione del 49% dell’emissione dei gas serra per la produzione di cibo;
  • Riduzione del 76% dei terreni utilizzati per produrre cibo;
  • Riduzione del 49% dell’eutrofizzazione, per cui i nutrienti dei fertilizzanti si riversano in laghi e fiumi, danneggiando gli ecosistemi e riducendo la biodiversità;
  • Riduzione del 19% dei prelievi di acqua dolce.

Tuttavia, bisogna riconoscere che non sempre gli alimenti a base vegetale hanno un’impronta ambientale ridotta. È sempre bene considerare anche le emissioni di gas serra prodotte per il trasporto via aerea di alcuni frutti o verdure non di stagione che arrivano in Europa per colmare le lacune. Secondo una ricerca di Angelina Frankowska, che studia Sostenibilità all’Università di Manchester, gli asparagi consumati nel Regno Unito hanno un’impronta di circa 5,3 kg di anidride carbonica per chilo di asparagi. L’emissione così ingente è dovuta proprio all’importazione per via aerea dal Perù.

Avocado, mango, cacao, anacardi e funghi, quando vegano non vuol dire green

Le emissioni dovute al trasporto non sono l’unico fattore da considerare. Dall’articolo del Future intitolato “Why the vegan diet is not always green” e scritto da Richard Gray, emerge che alcuni alimenti di origine vegetale hanno un impatto sproporzionato sull’ambiente per motivi diversi. La produzione di alcuni vegetali risulterebbe, infatti, addirittura più inquinante della carne di animali allevati in maniera non intensiva e macellati localmente, oltre a essere, come nel caso del caffè o del cacao, fonte di sfruttamento di lavoratori più poveri nei Paesi in via di sviluppo.

Ad esempio, l’avocado, che risulta essere importante per l’apporto di proteine, vitamine e acidi grassi per coloro che eliminano del tutto la carne, assorbe quantità enormi di acqua. Si stima infatti che un singolo albero maturo abbia bisogno fino a 209 litri di acqua ogni giorno in estate.

Altresì importante è il consumo idrico causato dal mango. Un singolo chilo di questo frutto richiede infatti circa 686 litri di acqua. Poco meno della metà sono necessari anche per la coltivazione di prugne, dove per un chilo sono necessari 305 litri.

Oltre all’ingente consumo di acqua, le conservazioni speciali e l’imballaggio fanno sì che le emissioni di CO2/kg di avocado ammontino a 2,2 kg, mentre quelle del mango a 4,4 kg di CO2/kg.

Tra gli alimenti che hanno sviluppato maggiormente la reputazione di “salutari”, ma che presentano un lato profondamente oscuro per l’ambiente, rientra il cacao. In particolar modo, la coltivazione di piante di cacao ha provocato il disboscamento di circa 2,1 milioni di ettari tra il 1998 e il 2007. Il cacao comporta inoltre un’ingente produzione di CO2, che si attesta a 11,2 kg per un chilo di cioccolato e addirittura 33,6 kg per un chilo di cacao in polvere (dati forniti da un’analisi dell’Università di Michigan).

Sorprendente anche l’impatto di anacardi (che sono delle noci ad alta intensità idrica) e mandorle sia per il consumo idrico ma anche per le emissioni di CO2. Gli anacardi, infatti, richiedono circa 4134 litri di acqua per kg. Per quanto riguarda le emissioni, gli stessi anacardi rilasciano circa 4,99 kg di CO2/kg, risultato dovuto principalmente al loro raccolto a basso rendimento. Per le mandorle invece, secondo uno studio di ricercatori italiani, si stima che un sacchetto di soli 100g emetta 2,61 kg di CO2/kg, mentre un vasetto di pasta di mandorle emette fino a 2,89-3,07 kg di CO2/kg.

Anche i funghi, caposaldo della dieta vegana, rappresentano un’importante fonte di emissioni di gas serra. In particolare, secondo uno studio finanziato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la produzione di un chilo di funghi champignon emette dai 2,13 ai 2,95 kg di CO2, mentre secondo la US Cushroom Council, organizzazione statunitense di produttori di funghi freschi, l’impatto ammonterebbe soltanto a 0,7 kg di CO2 per chilo di funghi.

In questo caso, la maggior parte delle emissioni proverrebbe dall’energia necessaria per mantenere caldi i locali dove vengono coltivati.

Oltretutto, gli stessi funghi producono CO2 durante la crescita, tanto che alcune specie richiedono livelli di CO2 anche 48 volte superiori rispetto all’aria esterna. Naturalmente gran parte di questa produzione di CO2 viene mantenuta all’interno di stanze sigillate, ma a volte è necessario che essa venga ricambiata con l’aria fresca.

Non solo, secondo la FAO anche l’impatto ambientale dell’aratura dei terreni è spesso sottovalutato: per consumare cibi a basso impatto ambientale sarebbe necessario cibarsi di prodotti coltivati in maniera “no-dig”, ovvero ottenuti senza aratura. Il terreno, infatti, contiene al suo interno grandi scorte di carbonio, che vengono rilasciate nell’atmosfera sottoforma di CO2 tramite l’aratura intensiva. Per non parlare poi dei mezzi motorizzati (e delle relative emissioni) utilizzati per arare grandi aree di terreno e della terra persa a causa dell’erosione, che globalmente interessa tra i 25 e i 40 miliardi di tonnellate di terra l’anno.

Incentivare il sostenibile

Secondo Isabella Tree, scrittrice e giornalista britannica che da vent’anni lavora assieme a suo marito coltivando campi in maniera biologica, piuttosto che essere sedotti dalle esortazioni a mangiare più prodotti a base di soia, mais e cereali coltivati industrialmente, sarebbe più appropriato “incoraggiare forme sostenibili di produzione di carne e latticini basate sui tradizionali sistemi di rotazione, il pascolo permanente e conservativo”. Dovremmo quantomeno mettere in discussione l’etica dell’aumento della domanda di colture che richiedono input elevati di fertilizzanti, fungicidi, pesticidi ed erbicidi, demonizzando al contempo forme sostenibili di allevamento del bestiame in grado di ripristinare il suolo e la biodiversità e sequestrare il carbonio.

Non utilizzando le avermectine (gli agenti antiparassitari normalmente somministrati al bestiame nei sistemi intensivi) o gli antibiotici, il loro sterco nutre lombrichi, batteri, funghi e invertebrati come gli scarabei stercorari, che trascinano il letame nella terra. 

Questo è un processo vitale di ripristino dell’ecosistema che restituisce nutrienti e struttura al suolo. La perdita di suolo è una delle più grandi catastrofi che il mondo di oggi deve affrontare. Un rapporto del 2015 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura afferma che, a livello globale, ogni anno si perdono dai 25 ai 40 miliardi di tonnellate di terriccio a causa dell’erosione, principalmente grazie all’aratura e al raccolto intensivo. 

Lasciare i seminativi a maggese e restituirli al pascolo per un certo periodo è l’unico modo per invertire quel processo, fermare l’erosione e ricostruire il suolo, secondo l’UN Food e l’Organizzazione per l’Agricoltura.

Il pascolo del bestiame non solo fornisce un reddito agli agricoltori, ma lo sterco, l’urina e persino il modo in cui pascolano gli animali accelerano il ripristino del suolo.

La chiave è essere biologici e mantenere basso il numero di capi di bestiame per prevenire il pascolo eccessivo.

Nell’equazione vegana, al contrario, il costo del carbonio dell’aratura è raramente considerato. Dalla rivoluzione industriale, secondo un rapporto del 2017 sulla rivista scientifica Nature, fino al 70% del carbonio nei nostri terreni coltivati ​​è stato disperso nell’atmosfera.

Un monito per il futuro

“Non c’è dubbio che dovremmo tutti mangiare meno carne. Certamente le azioni per smettere di produrre carne in modo inquinante, non etico e intensivo sono lodevoli. Ma se in quanto vegani ci si preoccupa dell’ambiente, del benessere degli animali e della propria salute, allora non si può far finta che sia semplicemente non mangiando più carne e latticini che si risolverà la questione. Sebbene possa sembrare controintuitivo, aggiungere occasionalmente alla dieta carne prodotta in modo biologico, proveniente da animali alimentati al pascolo, potrebbe essere la strada giusta per far quadrare le cose”.Isabella Tree

Bibliografia e Sitografia

Tree I., 

If you want to save the world, veganism isn’t the answer, Intensively farmed meat and dairy are a blight, but so are fields of soya and maize. There is another way, https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/aug/25/veganism-intensively-farmed-meat-dairy-soya-maize

Zanni F.

La dieta vegana inquina meno di quella onnivora? Un racconto in numeri, La dieta vegana è sempre più diffusa per ragioni legate all’animalismo e alla sostenibilità ambientale. Ma la produzione degli alimenti non è mai a impatto zero, anche con questo tipo di regime alimentare. https://oggiscienza.it/2019/11/19/dieta-vegana-inquinamento-numeri/

Intini E.

Da domani tutti vegetariani… Che cosa accadrebbe? Uno scenario irrealistico, ma utile per capire che impatto hanno le nostre abitudini alimentari sul Pianeta. E quanto sia importante la moderazione nelle scelte di consumo. https://www.focus.it/ambiente/ecologia/da-domani-tutti-vegetariani-che-cosa-accadrebbe

Gorvett Z.

How a vegan diet could affect your intelligence, The vegan diet is low in – or, in some cases, entirely devoid of – several important brain nutrients. Could these shortcomings be affecting vegans’ abilities to think? https://www.bbc.com/future/article/20200127-how-a-vegan-diet-could-affect-your-intelligence

Spector T.

The big idea: is going vegan enough to make you – and the planet – healthier? Simply avoiding meat and dairy isn’t going to cut it if you still turn to ultra-processed foods, https://amp.theguardian.com/books/2022/jan/31/the-big-idea-is-going-vegan-enough-to-make-you-and-the-planet-healthier

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