Stile Italiano nel Mondo

Stile italiano nel Mondo

«Lo stile è lungi dall’essere un concetto puro; è una nozione complessa, ricca, ambigua, molteplice. Invece di spogliarsi delle sue precedenti accezioni man mano che ne acquisiva di nuove, il termine le ha accumulate…»1. È con queste parole che Antoine Compagnon, critico letterario e docente francese, mette in luce l’estrema complessità di una parola oggi molto in voga: “stile”.

Quando si parla di stile, il pensiero va subito al patinato mondo della moda, a quello che è di tendenza fra le star o alle linee snelle ed essenziali del design moderno, eppure questo termine ha una genesi molto antica. Se in origine lo stilus designava la bacchetta appuntita con cui scrivevano i latini, col tempo questa parola è stata sempre più utilizzata per indicare il modo di scrivere di ciascun autore.

Lo stile è quindi «fisionomia dello spirito»2, una sorta di biglietto da visita che permette agli altri di cogliere aspetti di sé nascosti e latenti senza dover spiegare o raccontare, perché ciò che realmente conta è la dimensione visuale, lo sguardo. Nonostante sia inoltre qualcosa di puramente estetico, lo stile è in grado di rivelare quel che c’è di recondito, personale e interiore: «lo stile è l’uomo stesso»3.

Uno stile può essere tuttavia condiviso non solo dal singolo ma anche da un gruppo sociale, una comunità e un’intera nazione. Condurvi un’analisi aiuta a ricostruire un itinerario antropologico che riporta alla luce la storia, gli usi, i costumi e le abitudini di un determinato popolo, nonché il suo campo di influenza nel mondo. Negli ultimi anni, questo tipo di approccio ha permesso all’US News di stipulare una classifica: la Best Countries for Cultural Influence Ranking.

Attraverso fattori come la moda, la qualità della vita, il cibo e la cultura, tale classifica delinea lo stile di ciascun paese e, al tempo stesso, valuta il peso e l’influenza che esso esercita sulle altre potenze. Nel 2021 il primo posto della Cultural Influence Ranking è stato occupato dall’Italia.

Il Belpaese detiene il titolo di capolista già da diversi anni, sebbene la storia della sua produzione e del suo impatto globale inizi all’indomani della Seconda guerra mondiale. Nonostante sia uscita sconfitta dagli eventi bellici, l’Italia ha portato avanti il processo di industrializzazione, inserendosi di diritto nel boom economico e adeguandosi ai nuovi criteri di produzione di massa derivati dal fenomeno del “fordismo”. Ciononostante, l’industria italiana non ha mai smesso di valorizzare il mondo del design e dell’estetica esprimendo, attraverso i suoi prodotti, il proprio gusto e la propria eleganza. L’Italia, quindi, si è sempre distinta perché faceva «cose per molti ma pensando ad ognuno»4.

Dalla metà degli anni ’70, a seguito della saturazione dei mercati, il mondo ha dovuto fare i conti con i problemi legati alla sovrapproduzione. Tuttavia, il tramonto del mercato riempitivo5 ha toccato solo marginalmente l’Italia che, anziché creare enormi impianti industriali, ha mantenuto una produzione di nicchia, attenta alla tradizione e alla qualità, promossa da piccole aziende, spesso a conduzione familiare, unite da reti più o meno ampie.  

Il Made In Italy è sì, figlio della terza rivoluzione industriale, ma racchiude nella sua anima il paradigma classico del kalòs kai agathòs – il bello e buono – cioè l’idea che al bello esteriore corrisponda un valore interiore. L’oggetto italiano risulta bello perché racchiude una storia fatta di scelte accurate di materiali e forme, una lavorazione meticolosa e la passione per il mestiere, per il saper fare: è questo lo stile italiano.

Così il Made in Italy è diventato in poco tempo sinonimo di qualità e bellezza. Gli esperti sostengono che se quest’ultimo fosse un brand commerciale, sarebbe il terzo più noto al mondo – dietro solo a Coca-Cola e Visa – nonché fregio di un’ampia varietà di prodotti: dal settore enogastronomico alla cultura, dall’architettura al teatro lirico, senza dimenticare la moda e il design automobilistico, considerati i fiori all’occhiello della produzione italiana.

La moda italiana

Viaggiare all’estero ed essere riconosciuti come italiani significa essere costantemente associati ad alcuni capisaldi della tradizione: il buon cibo, la musica e l’alta moda.

Per quel che riguarda la moda, questo accostamento risulta piuttosto recente. Nel clima di rinnovamento, crescita e sviluppo che caratterizzò gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, numerosissimi ambiti commerciali e industriali italiani vissero infatti una smisurata espansione. Si pensi, ad esempio, all’esplosione di marchi nostrani quali Fiat e Olivetti. La nascita della moda made in Italy è quindi parte integrante del cosiddetto miracolo economico, ma ne costituisce anche un fisiologico sviluppo. Negli anni del consumismo e della produzione in serie, gli italiani riescono quindi a procurarsi – sempre più agevolmente – automobili, elettrodomestici e vestiti.

Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre il colossale universo della moda italiana al solo boom economico. Lo sviluppo della filiera tessile locale, ad esempio, non spiega chiaramente quali circostanze le permisero di acquisire una fama mondiale e di entrare in competizione con altre realtà già ben affermate a livello internazionale, prima tra tutte quella parigina. Le riflessioni legate alla guerra non devono quindi riguardare esclusivamente l’economia, ma anche la sfera sociale e culturale, enormemente influenzate dal conflitto. Non è un caso che il ruolo della donna e le sue conseguenti implicazioni quotidiane siano radicalmente cambiate proprio a partire dagli anni Quaranta del ‘900. In questo periodo la moda parigina, caratterizzata da abiti sontuosi e appariscenti, non si addice più all’austera quotidianità occidentale e si scontra, oltre che con l’oggettiva difficoltà di reperire i materiali, con la necessità di dover realizzare capi d’abbigliamento più pratici e adatti alla nuova figura della donna lavoratrice e capofamiglia. È in questo modo che le diverse capitali europee, ma non solo, entrarono in competizione con quella francese, andando a delineare un settore industriale articolato su più nuclei urbani.

L’entrata dell’Italia nel panorama mondiale della moda si fa solitamente risalire al 12 febbraio 1951, anno in cui il conte Giovan Battista Giorgini organizzò una sfilata a Firenze per mostrare a un pubblico americano i vestiti e gli accessori di manifattura italiana. Tuttavia, già da diverso tempo, la città toscana si era configurata come uno dei centri di maggior rilievo per quanto concerne la moda, assieme a Roma, Torino e naturalmente Milano. In breve tempo, fu proprio quest’ultima città ad assestarsi come punto di riferimento assoluto nel panorama nazionale, anche grazie al fiorire dell’editoria di settore – la maggior parte delle riviste di moda aveva infatti la propria sede nel capoluogo lombardo. Il suo primato appare ancora oggi ben saldo soprattutto in virtù della settimana della moda che, due volte l’anno – in autunno e primavera – impegna la città meneghina. Milano vanta inoltre un quartiere interamente dedicato alla moda, il cosiddetto Quadrilatero, la cui colonna portante è senza dubbio via Montenapoleone.

Il tentativo di spiegare perché proprio la haute couture italiana abbia fatto breccia nel cuore dei modaioli di tutto il mondo ci riporta indietro di molti secoli e, più precisamente, agli antichi fasti dell’Impero romano e allo splendore della pittura rinascimentale. L’Italia è la patria dell’arte: questo riconoscimento si riflette immancabilmente anche nella moda, nella cura del particolare, nel gusto, nell’armonia, nella meticolosità dei sarti e nella continua ricerca dell’eleganza. È quanto Fausto Puglisi, stilista siciliano, ha magistralmente riassunto per la BBC: «Il glamour è un qualcosa di profondamente accattivante, qualcosa di strettamente legato alla bellezza, e io credo fermamente nella bellezza. Per noi italiani dev’essere un qualcosa in cui cresciamo, è parte del nostro senso del gusto e della nostra cultura, del nostro approccio alla vita. Guardate l’arte, la scultura e l’architettura: dall’Impero romano alla contemporaneità, esse continuano a far parte della nostra vita quotidiana»6.

Queste considerazioni possono sembrare superficiali o campaniliste, specie se fatte da un italiano, ma finiscono per assumere tutta un’altra autorità se confrontate con dati e fatti. In questo senso è di estremo interesse l’infografica La moda italiana nel mondo realizzata dalla Camera di Commercio e Promos Italia sulla base dei dati Istat 2018-2019 del terzo trimestre7. Nel periodo preso in considerazione, il settore della moda ha esportato prodotti per un totale di 42 miliardi di euro e ha coinvolto una moltitudine di paesi. L’Europa resta il partner principale ma i prodotti nostrani sono particolarmente apprezzati anche oltreoceano e nell’Estremo Oriente, dove si registra un netto incremento commerciale.

Insomma, non c’è da stupirsi se tra le parole italiane più conosciute all’estero campeggiano i nomi dei più grandi stilisti di sempre: Versace, Gucci, Valentino, Dolce & Gabbana, Fendi e Armani.

Il Made in Italy si distingue nel panorama mondiale anche per essere l’emblema dello slow fashion, una moda di qualità lontana dalle produzioni seriali e massificate, che nasce dal lavoro lento e meticoloso degli artigiani. 

Dallo slow fashion scaturisce il concetto di sostenibilità, articolato in tre diverse dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Sarà pertanto oggetto di valutazione non soltanto l’inquinamento prodotto dalle fabbriche, ma anche le modalità utilizzate per ricavare i materiali, le condizioni di lavoro nella filiera, la quantità di prodotti realizzati, l’eventuale produzione di un surplus che finisce nelle discariche e l’impatto economico che necessariamente incombe sulle popolazioni locali.

L’associazione no profit che coordina e promuove lo sviluppo della moda italiana nel mondo è la Camera Nazionale della Moda Italiana8 (CNMI), che da sempre persegue una politica di supporto organizzativo finalizzata alla conoscenza, alla promozione e allo sviluppo della moda attraverso eventi di alto profilo, sia in Italia che all’estero.

Da anni, la CNMI si batte per ottenere una radicale trasformazione e un’evoluzione sostenibile per tutta la filiera. Nel 2012 è stato pubblicato il Manifesto per la Sostenibilità, recentemente aggiornato con nuove linee guida che spiegano come regolare l’uso dei prodotti chimici all’interno delle filiere produttive. L’obiettivo è quello di aiutare le aziende a creare prodotti di qualità, conformi ai più avanzati requisiti di sostenibilità. Nonostante ci si soffermi frequentemente sui parametri chimici da seguire e sulla quantità di miscele possibili, occorre gestire nel miglior modo possibile anche la fase di confezionamento, al fine di minimizzare i rischi ambientali e sociali. Solo in questo modo è possibile ridurre lo spreco di energie e risorse, dando vita a un prodotto valido e duraturo. Quest’ultimo aspetto viene ripreso in un protocollo patrocinato dal Ministero della Transizione Ecologica, messo a punto della Commissione chemicals della CNMI in collaborazione con varie altre associazioni. Il documento parla anche di economia circolare, spiega infatti che la CNMI dispone di un gruppo di esperti per affrontare al meglio questo controverso argomento.

Dagli attuali bilanci ESG emerge che è l’Italia a primeggiare nella classifica europea sul riciclo dei rifiuti. Al Belpaese è attribuita la più alta percentuale sulla totalità, il 79,4%, più del doppio rispetto alla media europea che si assesta intorno al 49%. È perciò attestato un risparmio annuo di 23 tonnellate di petrolio e 63 tonnellate di CO2.

Significative sono anche le storie di imprenditoria circolare che si celano dietro questi numeri. Esse sono raccolte in un rapporto intitolato 100 Italian Circular Economy Stories, pubblicato dalla Fondazione Symbola ed Enel. Fra le tante categorie, l’industria del tessile-moda è la più presente: conta infatti dodici realtà meritevoli, tra cui storiche industrie tessili, marchi globali, aziende innovative e start up, a conferma del crescente investimento del Made in Italy nel campo della sostenibilità.

Le startup

Tra le start up spicca Atelier Riforma, situata a Torino, che in un anno e mezzo ha raccolto circa otto mila capi, salvandoli dalle discariche. Essi vengono selezionati e lavorati da una rete di artigiani e sartorie sociali, che realizzano nuovi abiti per poi venderli su un e-store, assieme al relativo certificato di tracciabilità.

Blue of a Kind, a Milano, trasforma invece capi vintage di qualità – recuperati tra Italia e Francia – in abiti sartoriali, secondo un processo condotto interamente a mano da artigiani specializzati.

Sharing economy e anti-sovrapproduzione

Salvatore Ferragamo è l’unico grande brand del settore incluso nel report, grazie al suo recente e ricco programma di sostenibilità, che ha portato al lancio di prodotti come la Earth Top Handle Bag in sughero certificato FSC, fodera in lino ed elementi in poliestere riciclato. L’azienda è stata una delle prime a puntare sulla circolarità, risale infatti al 1994 il lancio di Ecostep, una suola realizzata con una percentuale di gomma ricavata da scarti industriali (circa il 30%).

DESIGN E INGEGNERIA AUTOMOBILISTICA

Nei primi decenni del ‘900, nel pieno della Belle Époque, sono sorse diverse industrie automobilistiche. Un esempio è la Ford Motor Company, fondata da Henry Ford nel 1903 a Detroit, negli Stati Uniti. È proprio in questa città che viene messa a punto la rivoluzionaria linea di montaggio del modello Ford T, presa come riferimento per i processi di produzione di massa anche nel resto del mondo.

In quegli stessi anni, anche in Italia vengono a crearsi numerose case automobilistiche. L’11 luglio del 1899, in un periodo di grande espansione industriale per la città di Torino, viene fondata la F.I.A.T.9.

A Torino, il motorismo si sviluppa più rapidamente e più solidamente che altrove poiché il capoluogo piemontese dispone di molti vantaggi: energia idraulica (e poi idroelettrica) a bassi costi, grazie alla presenza di quattro fiumi; collegamenti ferroviari con la nazione più progredita d’Europa, la Francia; l’industria del legno, che ha favorito l’insediamento delle carrozzerie automobilistiche; un’eccellente manodopera, formatasi nelle numerose fabbriche d’armi della città; scuole specializzate, tra cui la Scuola di Ingegneria, fiore all’occhiello della nuova classe dirigente; agevolazioni fiscali di vario tipo, trasporti pubblici efficienti e, non da ultimo, la capacità delle amministrazioni locali di creare le condizioni necessarie al ritrovamento di quell’identità perduta a seguito dello spodestamento politico. Per questi motivi, ma non solo, Torino è cresciuta con l’automobile e per l’automobile.

L’icona dell’automobilismo italiano risale al 1930. Si tratta della tanto acclamata Fiat 500, una vettura ideata per essere accessibile a tutti. In questo progetto di Dante Giacosa è infatti possibile riconoscere il design unico e inimitabile, l’armonia e la semplicità di un veicolo che ha fatto la storia dell’automobilismo italiano. È degno di menzione anche il Progetto 126, erede della 500.

Nei medesimi anni, inoltre, viene istituito il primo centro dedicato esclusivamente al design: la Carrozzeria Pininfarina. L’azienda di Battista Farina, fondata con l’aiuto di Vincenzo Lancia, si dedica principalmente alla produzione artigianale di carrozzerie, realizzando il design delle auto di quelle case che diventeranno il punto di riferimento del settore automobilistico italiano: Alfa Romeo, Fiat e Lancia.

La vera storia del design automobilistico ha però inizio nel secondo dopoguerra, e più precisamente nel 1947. In questi anni infatti l’industria italiana ha bisogno di riappropriarsi della propria storia e di dimenticare le atrocità della Seconda guerra mondiale. È per questo motivo che prende corpo un progetto che abbraccia le esigenze di un unico individuo. Vengono quindi studiati e commercializzati i disegni degli scooter Vespa e Lambretta, nonché quelli della tanto famosa Ape, un veicolo di lavoro a tre ruote di derivazione Piaggio.

All’insegna della speranza si è aperta anche la prima edizione del Salone dell’automobile di Torino, tenutasi nel 1948 alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Nel ricordare questo evento, Battista Farina sintetizza in una sola frase il suo personale concetto di bellezza automobilistica italiana: “Avevo imparato che, nel lavoro, conta molto più togliere che non aggiungere; infatti, di superfluo sappiamo che ce n’è dappertutto”.

Il tratto caratteristico della progettazione italiana risiede proprio in questo e si contrappone alle forme barocche e ridondanti dell’automobile americana. È a Battista Farina, Giovanni Savonuzzi, Piero Dusio e Dante Giacosa che si deve la 202, automobile prodotta da Cisitalia e ormai universalmente considerata l’emblema dell’Italian style. Presentata nel settembre del 1947, la vettura passa quasi in sordina finché nell’autunno del 1951 fa il suo ingresso come esempio di scultura in movimento nel Museum of Modern Art di New York, in occasione della mostra “Otto automobili”. Da questo archetipo derivarono la Fiat 1100, le Alfa Romeo Giulietta Spider e Giulietta Sprint – disegnate rispettivamente da Battista Farina e Nuccio Bertone – l’Alfa Romeo 1900, e alcune delle più belle Ferrari e Maserati degli anni Cinquanta.

Nonostante il passare degli anni, il mondo del design è ancora in continuo divenire. Accade sempre più spesso, ad esempio, che grandi nomi italiani sbarchino in case automobilistiche che producono auto “semplici”, pensate per tutti i giorni. È il caso di Giorgetto Giugiaro che inizia la sua carriera in Fiat, per poi passare alla Carrozzeria Bertone e alla Ghia. Infine, forte delle precedenti esperienze, fonda la Italdesign, una società che oggi fa parte del gruppo Lamborghini. In lui si realizzano quindi due nature: da un lato disegna auto di lusso, dall’altro non esita a dedicarsi a vetture più commerciali ma conosciutissime in tutto il mondo, come la Fiat Panda, icona italiana, e la Volkswagen Golf, icona tedesca.

Come Giugiaro, molti designer italiani sono richiesti all’estero per progettare auto di case automobilistiche straniere. Walter de Silva, un famosissimo designer italiano, progetta auto per le case automobilistiche tedesche Audi e Volkswagen. Un altro valido esempio è il lavoro svolto da Marcello Gandini per BMW. Con la progettazione della 328 Mille Miglia, in collaborazione con la Carrozzeria Touring, ha inizio il legame tra la casa automobilistica monacense e i carrozzieri italiani, che tiene ben alto il nome dell’Italia nel panorama automobilistico mondiale.

In quest’ultimo periodo si sta infine assistendo a un forte processo di acquisizione o partnership da parte di famosissime case automobilistiche. Eclatante è l’esempio recente del gruppo Stellantis (multinazionale olandese), derivante dall’unificazione dell’ex gruppo FCA (azienda italo-statunitense) e PSA (azienda francese). Queste unioni fanno pensare a un processo di omologazione fra stili o, quanto meno, mostrano la prevalenza di uno di questi.

Conclusioni

Si è visto come i grandi marchi della moda e dell’automobilismo evochino la «distinta spavalderia»10 con cui l’Italia si presenta al mondo.

La bellezza dell’oggetto italiano è un fattore determinante, epidermico ed estremamente visibile che orienta la scelta dell’acquirente ma, allo stesso tempo, custodisce un crogiolo di valori nascosti che si rivelano essere alla base del successo indiscusso e duraturo dello stile del Belpaese.

La vocazione tutta italiana alla bellezza non è un semplice vezzo, dal momento che si fregia di uno spessore filosofico che attraversa la storia dell’Italia fin dalle origini. Gli Etruschi, una delle più antiche popolazioni italiche, prestavano molta attenzione all’aspetto esteriore. La cura del vestiario e dell’acconciatura, la produzione di tessuti sontuari ricamati al filo d’oro, l’uso di unguenti e gioielli sono gli elementi costitutivi di questo popolo. Essi però non devono essere letti come vanagloriosa vanità, ma inseriti in un modello molto più profondo. L’idea basilare è quella che l’uomo debba rispettare e imitare l’armonia e la perfezione del mondo: la bellezza dell’uomo rispecchia quindi la bellezza del cosmo. Si pensi, ad esempio, alla parola “cosmetica”: la radice cosm- è la stessa della parola “cosmo”. In questa comune etimologia si vede sugellato e rimarcato – ancora una volta – il rapporto tra bellezza e universo, concreto e astratto.

La bellezza è il filo conduttore che definisce la storia italiana, adeguandosi a cambiamenti epocali come il passaggio dal paganesimo al monoteismo. In epoca medievale, ad esempio, la bellezza era immagine di Dio e del creato. A questa richiesta rispondeva pienamente la luce: i giochi di colore filtrati sulle sgombre pareti delle cattedrali attraverso le vetrate gotiche erano suntuosa figura terrena dello splendore divino.

La realizzazione del bello passa per due fasi distinte: progettuale e realizzativa. Entrambe prendono forma all’interno delle botteghe attraverso l’artigianalità, valore costitutivo dello stile italiano. «L’artigianalità si esprime nel rapporto tra la manualità e la riflessione»11: entrare a far parte di una bottega significava, quindi, iniziarsi a un mestiere attraverso un sapere e una tradizione tramandata con le parole e con i gesti.

Insegnare una professione determina lo sviluppo di nuove competenze. Gli italiani devono quindi dimostrare di essere preparati dal punto di vista teorico e capaci dal punto di vista pratico. La competenza è un tassello fondamentale nel grande mosaico dello stile italiano che ha permesso, durante il periodo del boom economico, di creare una rete industriale in grado di tener conto delle persone e della produzione. Fin dalla fine dell’800, il lavoro in catena di montaggio dimostra di essere un problema sociale del mondo industrializzato: l’individuo sottoposto a lunghi turni di lavoro, privato di ogni stimolo e costretto a una ripetitività gestuale, va incontro ad alienazione, depressione e, in alcuni casi, persino al suicidio. L’operaio specializzato, al contrario, persegue uno scopo ben preciso all’interno della fabbrica ed è consapevole del suo valore. Dal punto di vista psicologico, comprendere le proprie potenzialità si rivela essere un potente motore d’azione che spinge il singolo a lavorare per passione.

Lo sviluppo delle piccole industrie manifatturiere italiane ha seguito un percorso diverso rispetto a quello degli altri paesi europei. Ciononostante, la tradizione non è mai stata dimenticata ma coniugata con la giusta innovazione. Attraverso lo spirito di osservazione, gli italiani si sono approcciati alla realtà, cercando di comprenderne il più possibile le dinamiche. Non è un caso, quindi, che la scarsità delle risorse italiane non abbia portato a un ristagno economico bensì, grazie alla capacità di osservare e alla curiositas, alla scoperta del territorio. Gli italiani, infatti, sono riusciti a trarre il meglio dalle proprie terre e ad avviare un’industrializzazione rispettosa della biodiversità. Quest’abilità risulta essere fondamentale perché spesso fare industria significa estirpare, demolire, piegare a proprio piacimento un luogo per costruire un’azienda fortemente richiesta dal mercato. In Italia, invece, si parte dal territorio per cercare di cogliere il genius loci, l’indole nascosta. Una volta compresa, quest’indole viene rispettata in quanto valore basilare e irrinunciabile e sviluppata mediante la costruzione di aziende capaci di trarre il meglio dai luoghi che le ospitano.

Lo stile italiano passa anche per la capacità di adattamento, altro valore dalle origini lontane e dalla stirpe filosofica. Nel mondo latino, ogni maschera teatrale rappresentava una personalità ben precisa. Nel teatro, infatti, c’erano vari personaggi fissi: l’eroe, il servo, il millantatore, che venivano riconosciuti immediatamente per la maschera che portavano. La maschera era quindi il costume che bisognava indossare per interpretare una parte. Questo concetto si è poi trasferito nella vita quotidiana, ove l’uomo deve comportarsi in base al proprio ruolo, deve indossare un habitus che si adatti al compito che deve svolgere in un determinato momento.

L’individuo si adegua dunque alla situazione che vive e cerca di realizzarsi all’interno della società o, meglio ancora, di rapportarsi agli altri.

In conclusione, è evidente come allo stile italiano contribuiscano molteplici fattori. Esso è anzitutto complessità, non solo bellezza fine a sé stessa. Lo stile è forte e duraturo perché al di sotto del manto etereo della bellezza nasconde una moltitudine di valori. L’analisi di ognuno di loro conduce alla scoperta di un pezzo di storia, filosofia e cultura italiana.

Lo stile italiano si fonda su un intarsio perfetto di qualità. L’insieme di queste qualità forgia un vero e proprio paradigma etico. «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica» dice Ezra Pound12. Il segreto del Made in Italy sta proprio in questo.

Ad oggi, il Made in Italy è il fattore trainante dell’economia italiana, sebbene la delocalizzazione di importanti gruppi industriali – uno fra tutti Nestlé – suggerisca che qualcosa si stia incrinando. È quindi legittimo chiedersi: “La gestione del Made in Italy è ancora ottimale? Qual è il peso dell’UE nella tutela della peculiarità del prodotto manifatturiero italiano?”. La delocalizzazione delle grandi industrie italiane può infatti portare alla distruzione dell’economia italiana.

Note

[1] A. Compagnon, Le démon de la théorie. Littérature et sens commun, 1998 (trad. it. Einaudi, Torino 2000, p. 188).

[2] A. Schopenhauer, Parerga e Paralopomena, 1851.

[3] G. L. Leclerc de Buffon, Discours de réception à l’Académie, 1752.

[4] R. Benini, Lo stile italiano. Storia, economia e cultura del Made in Italy, 2018, Donzelli Editore.

[5] Durante il boom economico, le famiglie poterono acquistare una moltitudine di oggetti. Si è quindi parlato di “mercato riempitivo” proprio perché quest’ultimo andava a riempire le case degli occidentali. Con il trascorrere degli anni, queste case furono effettivamente riempite ma il mercato da “riempitivo” divenne “sostitutivo” (era possibile sostituire i prodotti posseduti con altri più belli). Questo tipo di mercato si rivelò molto meno redditizio del precedente.

[6] Lindsay Baker, What makes Italy so stylish? Mention Italy and a particular sort of effortless glamour comes immediately to mind. Is it real or just a nostalgic myth? Lindsay Baker investigates, in «BBC Culture», 21 ottobre 2014; disponibile al link https://www.bbc.com/culture/article/20140403-what-makes-italy-so-stylish, consultato in data [03/05/2022]; traduzione a cura dell’autrice.

[7] Disponibile al link https://promositalia.camcom.it/kdocs/1972102/mappa_-_moda_italiana_9.pdf, consultato in data [03/05/2022].

[8] Ora guidata da Carlo Capasa. L’associazione nasce nel 1958 a Roma, attualmente ha sede a Milano e rappresenta tutti i più alti valori culturali della moda italiana.

[9] Nel gruppo degli investitori spicca il nome di un ex ufficiale di cavalleria: Giovanni Agnelli. Per la sua visione strategica e per la forte determinazione, nel 1902 Agnelli diventa amministratore delegato dell’azienda.

[10] Lindsay Baker, What makes Italy so stylish? Article BBC, 21 ottobre 2014.

[11] Alberto Cavalli, Il valore del mestiere, 2014, Fondazione Cologni.

[12] Poeta e critico statunitense.

Bibliografia e Sitografia

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S. Chiodo, «Lo stile, la rappresentazione, l’espressione (cioè la nozione analitica di soggetto)», Rivista di estetica [Online], 35 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 27 avril 2022. URL: http://journals.openedition.org/estetica/4070; DOI: https://doi.org/10.4000/estetica.4070

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A. Compagnon, Le démon de la théorie. Littérature et sens commun, 1998 (trad. it. Einaudi, Torino 2000, p. 188

 A. Schopenhauer, Parerga e Paralopomena, 1851

 G.L. Leclerc de Buffon, Discours de réception à l’Académie, 1752

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D. Biffignandi, Nascita e sviluppo dell’industria automobilistica, per Treccani, anno 2013, disponibile online al link https://www.treccani.it/enciclopedia/nascita-e-sviluppo-dell-industria-automobilistica_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica%29/

C.Canali, Il ritorno del designer-star Walter de Silva, Il sole 24 ore Motori, 23 Febbraio 2019, disponibile online al link https://www.ilsole24ore.com/art/il-ritorno-designer-star-walter-de-silva-ABEMf8WB?refresh_ce=1

Alberto Cavalli, Il valore del mestiere, 2014, Fondazione Cologni

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