Giustizialismo vs Garantismo

Due diverse teorie a confronto: Giustizialismo vs Garantismo

In Italia, ormai da decenni, il dibattito giurisprudenziale si concentra su due visioni diametralmente opposte della giustizia e del suo funzionamento: da una parte vi sono i cosiddetti “giustizialisti”, mentre dall’altra si trovano i “garantisti”. In questo articolo andremo ad approfondire le radici storico-filosofiche di entrambe le correnti, nonché le attuali posizioni politico-istituzionali di vari Paesi europei.

L’origine del termine “garantismo” e i suoi molteplici significati

Per garantismo, secondo la Treccani, si intende “la dottrina politica e il correlativo movimento d’opinione (…) in favore del necessario rispetto dei diritti individuali e delle garanzie costituzionali (…) contro le interferenze e gli eccessi dei pubblici poteri. Il termine ha anche assunto il significato di richiamo a una maggiore osservanza delle garanzie giuridiche nello svolgimento delle indagini e dei processi penali, al fine di tutelare adeguatamente il diritto di difesa e di libertà dell’imputato in ogni stato e grado del procedimento”.

Il garantismo viene considerato generalmente in una duplice accezione: la prima, che lo intende come sinonimo del termine “stato di diritto” – alla luce della finalità di garanzia delle libertà in senso formale a cui questo modello mira – e la seconda, che lo interpreta come previsione in materia penale di strumenti di tutela delle libertà individuali nei confronti dell’autorità giurisdizionale.

Secondo la dottrina, il fenomeno rappresenta un carattere della legalità e della giurisdizione penale e riguarda la tutela di tutti i consociati dall’incontro con le potenzialità liberticide del diritto e del processo penale. Esso costituisce un limite prescrittivo dell’arma processuale, ma allo stesso tempo diventa un elemento di legittimazione sostanziale della legge penale, nonché un elemento giuridico di difesa sociale a forte finalità politica; alcuni tra i suoi fini principali sono infatti la realizzazione della pace sociale, l’esclusione di sentimenti di ingiustizia, la prevenzione dei reati (ex ante) e (ex post) la ripartizione delle offese e dei danni da reato. Un’altra funzione principale della legittimazione processuale, fornita dal garantismo, è quella di garantire un diritto al “giusto processo”, ovvero un processo di convenevole durata, che assicuri che lo stesso giudice stia sempre dalla parte del diritto.

Luigi Ferrajoli e il suo profondo contributo allo studio del garantismo

In questo ambito è sicuramente molto importante citare uno dei massimi studiosi di questo concetto giuridico: Luigi Ferrajoli, che con i suoi poderosi e ricchi saggi (tra cui Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale), tra le altre cose, evidenzia come il garantismo sia un modello teorico e normativo del diritto e come la sua effettività non possa dipendere dalle norme del diritto positivo.

Luigi Ferrajoli, illustre giurista nonché filosofo del diritto italiano, afferma che la locuzione “garantismo penale” viene comunemente utilizzata per definire un “sistema di vincoli imposti alla potestà punitiva dello Stato a garanzia dei diritti dei cittadini”. È proprio a lui che si deve la più ampia e compiuta teorizzazione di tale fenomeno, che secondo l’autore si basa su dieci importanti assiomi:

1. Principio di consequenzialità della pena al reato (Nulla poena sine lege);

2. Principio di legalità (Nullum crimen sine lege);

3. Principio di necessità del diritto penale (Nulla lex poenalis sine necessitatis);

4. Principio dell’offensività del fatto commesso (Nulla necessitas sine iniuria);

5. Principio di materialità o esteriorità dell’azione (Nulla iniuria sine actione);

6. Principio di colpevolezza (Nulla actio sine culpa);

7. Principio di giurisdizionalità (Nulla culpa sine iudicio);

8. Principio accusatorio (Nullum iudicium sine accusatione);

9. Principio dell’onere della prova (Nulla accusatio sine probatione);

10. Principio del contraddittorio (Nulla probatio sine defensione). Di questi dieci assiomi, i primi sei costituiscono “garanzie penali sostanziali”, le restanti quattro “garanzie processuali” sulle quali si fonda il garantismo giudiziario.

Il garantismo unisce quindi il livello ordinario e quello costituzionale di legge e giurisdizione. Tra i suoi tratti fondamentali, troviamo:

● L’assenza di retroattività delle leggi, che devono essere certe e determinate;

● Il mancato utilizzo dello strumento dell’analogia;

● La necessità di conoscere la legge e il diritto stesso;

● Il divieto di responsabilità per fatto altrui;

● L’elemento fondamentale della personalità e della responsabilità penale;

● Principio di colpevolezza (assenza di presunzioni di dolo e colpa, mancata inversione dell’onere della prova e assenza di responsabilità oggettiva occulta).

La pena deve avere una tendenza rieducativa, non deve essere fissa né tantomeno esemplare, bensì deve essere individuale e proporzionale all’atto illecito commesso. Questo concetto si ricollega e affonda le radici nel pensiero di un grandissimo giurista e filosofo illuminista: Cesare Beccaria. Egli condivise e sviluppò ulteriormente le teorie di Montesquieu in Francia, sviluppando i principi illuministici in tema di giustizia e per questa ragione viene a tutti gli effetti considerato il padre del diritto penale moderno. L’obiettivo primario delle sue teorizzazioni consisteva nel superare la crudeltà e l’arbitrarietà che avevano caratterizzato gli impianti penalistici precedenti, dal Medioevo all’Antico Regime, approdando a quelli che oggi vengono considerati i capisaldi dell’ordinamento garantista. Nel suo Pamphlet “Dei delitti e delle pene” egli (con particolare riferimento ai capitoli 6 e 12) sottolinea la necessità di una pena proporzionata al delitto commesso, asserendo inoltre che: “il fine delle pene […] non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne di uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggere deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.” Il garantismo italiano, pur discendendo dall’illuminismo giuridico, secondo molti autori non è riuscito a solcare degnamente il sentiero tracciato nel XVIII secolo, poiché è rimasto vittima delle tragedie totalitarie, del realismo politico e della demagogia securitaria.

Le differenti tipologie processuali dell’ordinamento italiano

La disquisizione sulla cultura delle garanzie processuali presuppone dapprima un’analisi delle due distinte tipologie di processi che caratterizzano il nostro ordinamento: processo accusatorio e processo inquisitorio. Nella contrapposizione tra questi due modelli, infatti, si riflette la prevalenza dei diritti dell’individuo (accusatio) oppure degli interessi della comunità (inquisitio). Diverso è anche il ruolo del giudice, poiché se nel processo accusatorio egli è privo del potere di iniziativa, in quello inquisitorio può agire anche ex officio. Come osservato da tanti studiosi, tra cui Italo Mereu, mentre il processo inquisitorio mira alla ricerca della verità storica, anche a costo di sacrificare gli interessi dell’individuo, quello accusatorio rinuncia alla ricerca della verità storica, ponendo accusa e difesa in una posizione di parità rispetto a un giudice terzo e imparziale, arrivando a sacrificare gli interessi della comunità pur di tutelare il singolo individuo. A partire dal codice di procedura penale napoleonico del 1808, in Europa prevalse il cosiddetto modello processuale misto, nel quale convivono impianto inquisitorio e istituti garantistici accusatori.

Grazie a quella che Ennio Amodio ha definito riscoperta del “giusnaturalismo processuale”, sviluppatasi a partire dal 1950 con l’adozione dell’art. 6 della CEDU che stabilì il “diritto al giusto processo”, oggi è possibile delineare un minimum di garanzie, che si considerano tipiche del “processo naturale” e che ben si sposano con la teoria garantista:

● Principio del contraddittorio (definito il cuore del giusnaturalismo processuale);

● Presunzione di innocenza;

● Terzietà e imparzialità del giudice;

● Durata ragionevole del processo;

● Diritto di difesa con parità delle armi;

● Diritto alla prova;

● Responsabilità provata oltre ogni ragionevole dubbio. Per addentrarsi nel dibattito giuridico, occorre partire da un interrogativo. In che modo possiamo intendere un processo “giusto”? Molto utile, in questo senso, può risultare una panoramica internazionale appellandosi all’ordinamento di diversi Paesi.

L’origine del garantismo in Inghilterra e il “fair process”

È opportuno ricordare che la locuzione “giusto processo” deriva dall’espressione anglosassone “Fair process”, a sua volta derivante dal “Legale iudicium” introdotto nel 1215 da Giovanni Senza Terra, all’interno della Magna Carta Libertatum. Grazie al paragrafo 39 della Grande Carta, fu inaugurata una nuova tradizione giuridica, caratterizzata dalla ricerca di garanzie giurisdizionali idonee alla protezione delle libertà individuali “dell’essere umano di fronte al potere organizzato”.

Questo concetto si convertì, mantenendo invariato il suo significato, in “due process of law”, nello Statutum de anno vicesimo octavo emanato del re Edoardo III, per poi diventare il pilastro fondante della cultura processuale inglese, come testimonia la sentenza del Queen’s Bench (1704), instaurando le basi per un’altra importante svolta giuridica: l’approvazione dell’”Habeas Corpus act” (1679), formalizzando così un’archetipa presunzione d’innocenza. La storia prosegue poi nell’America neo-indipendente, con l’affermazione (riferibile direttamente alla Magna Carta), nel V emendamento del “due process of law”, che generò la distinzione tra “due process of law” e “substantive due process of law”, di cui, con una sentenza del 23 marzo 1970, si stabilirono i dieci elementi fondamentali di un giusto processo:

● Adequate notice;

● An opportunity to be heard;

● The right to present evidence;

● Confrontation of opposing witnesses;

● The right to cross-examine those witnesses;

● Disclosure of all adverse evidence;

● The right to an attorney if desired;

● A decision based solely on the evidence produced at the hearing;

● A statement of the reasons for the decision;

● An impartial decision maker.

Abbiamo già visto come l’affermazione moderna del concetto risalga poi al clima postbellico dell’Europa appena uscita dalla Prima guerra mondiale, periodo nel quale la Corte europea dei Diritti dell’Uomo stabilì il diritto al “giusto processo”.

Lo sviluppo del giustizialismo: dall’Argentina in Europa

Possiamo individuare due diversi significati per il termine giustizialismo: il primo, per cui esso è stato coniato, lo intende come definizione della dottrina e la prassi politica dell’argentino J. D. Perón.

In un’accezione diversa, invece, è stato adottato dal linguaggio giornalistico “per definire l’atteggiamento di chi, per convinzione personale o come interprete della pubblica opinione, proclama la necessità che venga fatta severa giustizia a carico di chi si è reso colpevole di determinati reati, specialmente di natura politica, di criminalità organizzata, di amministrazione pubblica disonesta, in opposizione ai cosiddetti garantisti e a quanti si mostrano favorevoli a sanatorie e «colpi di spugna» generalizzati”. 

Più nello specifico, il giustizialismo si riferisce all’eccesso accusatorio da parte della pubblica accusa, attraverso l’esercizio di strumenti coercitivi, come carcerazioni ingiustificate, che tendono a limitare fortemente i diritti dell’imputato, prima ancora che sia stata pronunciata la sentenza di condanna. Per questa ragione, tale fenomeno viene definito come una sorta di patologia del sistema giudiziario.

Questo termine può essere utilizzato in forme diverse. In primis possiamo più propriamente definire il fenomeno come populismo giudiziario, un comportamento che può essere spiegato, come direbbe Didier Fassin, nei termini di “punire la passione contemporanea”. In generale potremmo definirlo come una politica penale autoritaria indifferente alle cause strutturali dei fenomeni criminali e inefficace sul fronte della protezione dai medesimi fenomeni. Questo genere di tendenze punitive trova la sua forza grazie a delle efficacissime campagne politico-mediatiche, volte a focalizzare l’opinione pubblica su temi di sicurezza, nel tentativo di diffondere (al fine di acquisire maggior consenso) un generale sentimento di insicurezza, cavalcando l’illusoria equazione: “più minaccia di punizione, più moralità”.

Sotto un altro punto di vista, lo stesso termine viene utilizzato nel dibattito odierno, fin dagli anni successivi allo scoppio di tangentopoli, come attacco per lo più politico verso un atteggiamento di sopraffazione (o presunto tale) da parte della magistratura nei confronti della politica, coinvolta in una continua e poderosa quantità di processi per corruzione e concussione. Ad oggi, il suo utilizzo è un frequente attacco utilizzato dalle due principali correnti di pensiero che popolano il dibattito sulla giustizia italiana e che si scontrano su tematiche come la prescrizione, l’indipendenza della magistratura e la divisione delle carriere dei magistrati.

Per spiegare il corretto significato di questo termine, derivante dallo spagnolo justicialismo (justicia), è necessario concentrarsi su una digressione storica.

Juan Domingo Perón fu colonnello nel 1943 e svolse un ruolo di primo piano nel golpe militare contro il governo civile organizzato dal GOU, una loggia di colonnelli e di ufficiali guidati da idee nazionaliste.

Con questo avevano l’intento di ristabilire la morale e la disciplina all’interno dello stesso Esercito e di salvare il Paese dalla corruzione.

Al colonnello fu infatti assegnata la direzione del Departamento Nacional del Trabajo, un organismo di scarsa rilevanza che, in breve tempo, egli trasformò nella Segretaría del Trabajo y Previsión.

Con questo ruolo, alla luce della sua ambizione di potere, si rese conto dell’appoggio che la popolazione di lavoratori e salariati gli avrebbe potuto fornire. Così, emanò misure volte a migliorare le condizioni dei lavoratori e in breve tempo Perón si conquistò la simpatia e il sostegno delle masse; in seguito, anche i ceti medi furono attratti dalle misure del nuovo governo militare.

Con la sua intelligenza e astuzia, egli mise in atto un modello di regolazione dei conflitti sociali basato su tre elementi fondamentali: capitale, lavoro e Stato.

A quest’ultimo, Perón riservava la funzione di arbitro e di garante dell’unità e della coesione sociale nella difesa dei diritti dei lavoratori, senza però danneggiare la classe degli imprenditori. In questo modo avrebbe dato dignità al lavoro, garantendo l’esistenza di sindacati porti, che avrebbero reso note le rivendicazioni dei lavoratori, senza ricorrere a scioperi o a manifestazioni spesso degenerate in scontri.

Quando, divenuto troppo ingombrante, Perón venne estromesso dal governo, gli fu concesso di pronunciare il suo ultimo discorso, il quale innestò una rivoluzione popolare di massa; fu così reclamata la libertà del leader, che alla fine venne fatto liberare dai militari.

L’ideologia di Perón si contrapponeva sia all’individualismo liberale sia al pensiero marxista, ponendosi a metà strada, alla ricerca di un equilibrio fra individuo e società.

Nel linguaggio italiano, il termine “peronismo” viene utilizzato con un’accezione antidemocratica e negativa, come sinonimo di “autoritarismo”, “populismo”, “dittatura”, anziché riferirlo al mero evento storico.

L’accostamento del peronismo alla situazione politica italiana appare dunque in larga misura improprio.

La situazione Italiana, al di là di ulteriori analisi di influenze giuridiche ataviche, affonda il suo odierno problematico rapporto con il garantismo, dopo la sua introduzione in Costituzione, nella seconda metà del 1900, con particolare riferimento agli anni dell’eversione nera (‘70), ma ancor di più allo scandalo “Tangentopoli” e al processo “Mani pulite”, che arrivò all’acme della sua influenza sull’opinione pubblica con l’avvento (1994) della presidenza di Silvio Berlusconi e il suo coinvolgimento nei vari scandali finanziari e le successive e cosiddette leggi “ad personam”.

Le riforme italiane in tema di giustizia penale: focus sulla riforma Cartabia

In Italia, il contrasto tra giustizialismo e garantismo emerge in particolare in tema di giustizia penale, nel dibattito sull’efficienza del nostro sistema processuale.

A questo proposito, il 23 settembre 2021 è stata approvata la legge n. 134/2021, che detta le linee guida per attuare la riforma del processo penale italiano.

La finalità di questa riforma risponde all’esigenza di accelerare il processo penale, potenziare le garanzie difensive, le tutele concesse alla vittima di un reato e apportare un’innovazione della ragionevole durata del giudizio di impugnazione.

Lo scontro politico è avvenuto principalmente sulla questione della prescrizione.

L’istituto della prescrizione, fin dall’epoca del diritto romano, ha la finalità di evitare che eventi piuttosto remoti possano essere tirati nuovamente in ballo, anche se l’interesse della società ad adottare strumenti punitivi è ormai cessato, in ottemperanza di un brocardo latino secondo cui “vigilantibus non dormientibus, iura succurrunt” (le leggi giovano a chi vigila, non a chi dorme). Essa dovrebbe riguardare solo la tempestività della promozione dell’azione e il suo utilizzo dovrebbe cessare già con il rinvio a giudizio, cioè con l’inizio del processo, come avviene nel processo civile e in molti altri Paesi europei. La prescrizione finisce dunque per tagliare il processo, interrompendo il suo naturale corso e di conseguenza non aggiunge maggiori garanzie all’imputato, bensì le riduce. Inoltre, non è con essa che si accorciano i termini giudiziari, garantendo, in ottemperanza dell’art. 111 Cost., una ragionevole durata del processo. Per accorciare i termini processuali sarebbe necessario fornire nuove garanzie, strumenti più efficaci di tutela, e offrire una migliore organizzazione procedimentale.

La riforma Cartabia ha affrontato tali argomenti, al fine di migliorare l’efficienza dell’attività giudiziaria. Il testo è stato elaborato sulla scorta di quello dell’ex ministro Bonafede, che aveva modificato il sistema in modo che la prescrizione nel processo penale continuasse a decorrere fino alla sentenza di primo grado, mentre il processo d’appello e il processo di cassazione non erano soggetti ad alcun termine di prescrizione e proseguivano fino alla loro conclusione.

Contro questa legge si sono mossi principalmente gli avvocati penalisti presenti in Parlamento, che si vedevano privati di uno dei principali strumenti difensivi, dal momento che numerosi processi penali si svolgono nei confronti di rei confessi e dunque in questi casi la prescrizione resta l’unica arma difensiva.

Così sono iniziati i tentativi di modifica, sempre solo relativi alle fasi del processo successive a quello di primo grado: le proposte si sono incentrate proprio sullo stabilire tempi certi, predeterminati, nei processi d’appello e di Cassazione.

Il testo Cartabia ha poi fissato in due anni i termini del processo d’appello e in un anno quelli del processo di Cassazione, con l’unica eccezione per i reati comportanti l’ergastolo. Trascorsi questi termini, la causa diventa improcedibile, cioè il processo si estingue per decorso del tempo, esattamente ciò che avveniva con la prescrizione. Così, con marginali modifiche, il testo è stato approvato in un primo Consiglio dei ministri.

L’ordinamento processuale italiano però è sicuramente molto diverso rispetto a quello degli altri Paesi europei, il cui ordinamento si fonda sul concetto di garantismo. In Inghilterra, ad esempio, l’istituto della prescrizione non è presente, a “sostituirlo” vi è un “time limit” che concerne un tempo massimo per porre l’azione in giudizio, ma di fatto non è il tempo per perseguire un reato. In Francia invece i tempi di prescrizione variano a seconda dell’illecito, ma possono essere interrotti dall’autorità giudiziaria. Ancora, in Germania esistono 2 prescrizioni: quella della perseguibilità del reato e quella dell’esecuzione della pena, con tempi che però sono completamente diversi da quelli previsti dal nostro ordinamento.

Bibliografia – Sitografia

https://discrimen.it/wp-content/uploads/02-1-Fiandaca2.pdf

https://alvazzidelfrate.weebly.com/uploads/2/5/3/4/25343223/garantismo_giusto_processo.pdf

https://discrimen.it/wp-content/uploads/Donini-Garantismo-penale-oggi.pdf

https://art.torvergata.it/retrieve/handle/2108/235188/458813/9%20Rampioni%20indice%20penale.pdf

https://air.unimi.it/retrieve/handle/2434/43391/237829/Peronismo%20e%20giustizialismo.pdf

Autori: Carlotta, Davide, Tonia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: